mercoledì 30 dicembre 2020

All’italiano (popolo) non piace l’italiano (lingua)

 Nella definizione dell’identità di un popolo, la lingua comune è un fattore culturale di fondamentale importanza. Il popolo italiano, nella sua generalità e fatte salve lodevoli eccezioni, non ci tiene granché ad essere tale. Esso ama identificarsi piuttosto con la “sua” regione, o provincia, od addirittura con il campanile. Mai come in questi ultimi 25 anni - in cui si è moltiplicata l’esibizione del tricolore su simboli di partito, palazzi pubblici, monumenti, fontane e luoghi vari – si è assistito paradossalmente al rafforzamento di spinte centrifughe (regionalismo, autonomia differenziata). Sarà forse per questo che gli italiani - seguendo il cattivo esempio dei mezzi di comunicazione di massa, primo fra tutti la televisione - si esprimono sempre più in un italiano misto ad inopportuni inserti in inglese, lingua leader (guida) mondiale, evidentemente considerata più nobile, implicitamente accreditando una competenza linguistica che spesso non si possiede.

Tra il popolo italiano e la lingua italiana non c’è feeling (guai a dire sintonia o attrazione). Qualche esempio: amiamo fare shopping (acquisti) ai black Friday (alle promozioni speciali), a meno che non ci sia il lockdown (confinamento); il governo è alle prese con il recovery plan (piano di ripresa), coadiuvato da una task force (un gruppo di missione) di esperti; etc. (ecc.). Le parole inglesi trasferite in italiano, a volte generano effetti involontariamente comici: i tamponi, di cui purtroppo a causa della pandemia si parla di continuo, non vengono analizzati o verificati o esitati, bensì “processati” (da processing), come malfattori alla sbarra; i voli non sono realizzati o gestiti dalle compagnie aeree, bensì “operati” (da operated) e neanche i chirurghi se ne meravigliano. Ci sono poi le scimmiottature: “performante” al posto di prestazionale; “competitore” invece di concorrente. Infine, parole inglesi simili a quelle italiane, ma con diverso significato, utilizzate nel significato inglese; è il caso di “implementare” (da to implement) che significa effettuare in inglese e integrare in italiano.

L’italiano è poco amato in patria e sempre meno studiato, così si assiste all’uso errato di parole italiane ricercate o presunte tali, al posto di termini corretti di uso comune: paventare, volendo dire ipotizzare, prevedere, presumere, mentre in realtà significa temere; estrapolare, che significa estendere e non estrarre; resilienza, che indica la capacità di resistere ad un colpo o mutamento improvviso, non la resistenza in generale.

Nel 2021 ricorrono 700 anni dalla morte di Dante, speriamo che tale evento aiuti a rivalutare l’italiano agli occhi degli italiani. Happy new year !

mercoledì 23 dicembre 2020

Come investire e dove reperire 175 miliardi: intenzioni (quasi) ottime, soluzioni zoppicanti

 Sul sito di Atta Italia, il 21 dicembre, è apparso un articolo che propone degli interventi economici e sociali prioritari, a sostegno dei cittadini messi a dura prova dalla pandemia, ed indica dove reperire le necessarie risorse economiche nel nostro stesso paese (cioè a prescindere dal programma europeo Next Generation, alias Recovery Fund).

Gli interventi proposti sono: estensione dell’accesso al redito di cittadinanza (15 Mdi); sostegni per utenze, affitti, alimenti (15 Mdi); ristori alle microimprese (10 Mdi); ristori alle associazioni senza scopo di lucro (10 Mdi); blocco dei licenziamenti (senza indicazione di spesa); incremento degli investimenti nella sanità pubblica (40 Mdi); incremento degli investimenti nella scuola pubblica (30 Mdi); rinnovo e potenziamento dei trasporti pubblici (30 Mdi); potenziamento dei servizi sociali territoriali e domiciliari (25 Mdi). Il totale fa 175 Mdi.

Non entro nel merito della congruità degli investimenti proposti, perché mi mancano le informazioni per sviluppare le relative stime. Concordo con l’elenco degli interventi, fatta eccezione per l’estensione dell’accesso al reddito di cittadinanza. In molti – non solo i 5Stelle, ma anche esponenti politici variamente schierati – teorizzano che il reddito debba essere un diritto primario del cittadino, come la libertà di pensiero e di parola o il diritto alla salute ed allo studio. A mio avviso, il diritto primario è quello al lavoro – proclamato dalla Carta costituzionale, ma non pienamente realizzato – non al reddito. Il diritto al reddito è il diritto all’assistenza sociale, qualora venga a mancare il diritto al lavoro, in base al principio di solidarietà (non di carità); pertanto, i nuovi investimenti andrebbero piuttosto indirizzati alla creazione di nuovo lavoro.

Anche a quest’ultimo scopo, ma non solo, l’elenco degli interventi avrebbe dovuto riservare un posto d’onore all’ammodernamento ed al potenziamento delle reti infrastrutturali nazionali per il trasporto dell’acqua, dell’energia (elettricità e gas), delle informazioni e comunicazioni (cavo ed etere), delle persone e delle merci; le quali devono essere o tornare ad essere controllate dallo Stato, in quanto monopoli naturali. Le ricadute sarebbero positive in termini di occupazione e al tempo stesso fornirebbero un potente volano alle attività delle imprese, degli enti locali, dei singoli cittadini.

Dove reperire i fondi? Nella proposta c’è una confusione di base tra nuove risorse economiche da maggiori entrate o minori spese, che sono quantificate in 111,8 Mdi, e prestiti che andrebbero concessi dalla Cassa depositi e prestiti, per l’ammontare di 63,5 Mdi. C’è differenza tra una provvista finanziaria da maggiori entrate o minori spese ed una da indebitamento, tanto più che la Cassa depositi e prestiti è una banca pubblica, pertanto, in termini consolidati, non esistono risorse aggiuntive, perché è lo Stato che presta allo Stato. Ho anche forti dubbi sulla possibilità della Cassa depositi e prestiti di mettere a disposizione una somma tanto ingente, visto che è già impegnata ampiamente in una miriade di impieghi decisi politicamente.

Vediamo le ipotetiche maggiori entrate: una tantum sui patrimoni immobiliari oltre 500.000 euro (25 Mdi); una tantum sui patrimoni finanziari oltre 880.000 euro (10 Mdi); web tax (8 Mdi); incremento della tassa sulle transazioni finanziarie (4 Mdi).

Nuovamente mi limito ad un discorso qualitativo, non avendo gli elementi per entrare nel merito delle stime di entrata. D’accordo con l’una tantum sui patrimoni immobiliari oltre 500.000 euro (immagino, dopo avere escluso la casa di abitazione, che è una forma di previdenza, non un investimento immobiliare); ma perché non introdurre anche una imposta annuale sui patrimoni immobiliari oltre 500.000 euro, al netto degli oneri finanziari residui ed escludendo la casa di abitazione? È la proposta presentata in sede di approvazione della legge di bilancio da alcuni parlamentari di LeU e del PD, che prevede la contemporanea cancellazione dell’IMU.

L’introduzione di una imposta progressiva sui grandi patrimoni immobiliari è una indifferibile necessità di equità fiscale. Alla fine degli anni ’70 del XX secolo nei paesi economicamente più sviluppati ha cominciato ad affermarsi la dittatura del mercato, propugnata dal neoliberismo, tuttora dominante, e con essa la progressiva demolizione dello stato sociale, che nell’Europa occidentale, finita la secondo guerra mondiale, è stato la base della rinascita economica e sociale. Di pari passo, si sono ampliate le differenze di reddito e, a caduta, di patrimonio, tra le classi, con una polarizzazione sempre più accentuata. A metà del 2019 in Italia il 20% più ricco deteneva il 70% del patrimonio, il 20% più povero solo l’1%, il 60% intermedio un modesto 29% (dati Credit Suisse).

Tra le proposte c’è anche un’una tantum sui patrimoni finanziari oltre 880.000 euro, che a me pare sì giusta, ma non applicabile, pena la fuga dal nostro paese di un’ingente massa di investimenti finanziari, che, a differenza di quelli immobiliari, possono essere trasferiti ovunque in una frazione di secondo. Per lo stesso motivo, non credo praticabile l’incremento dell’attuale tassazione sulle transazioni finanziarie (Tobin Tax), a meno che non si tratti di un provvedimento concordato quantomeno nell’ambito dell’Unione europea. D’accordo anche sulla web tax, ma si tratta di un provvedimento di non facile né immediata applicazione, da prendere anch’esso a livello dell’Unione europea.

Le minori spese suggerite sono: riduzione delle spese militari (10,8 Mdi); abrogazione dei sussidi alle fonti energetiche fossili e bio ed alle produzioni inquinanti (23,5 Mdi); cancellazione delle opere clima-alteranti e che danneggiano la salute e l’ambiente (30 Mdi); cancellazione dei fondi devoluti alle fazioni armate libiche per trattenere i migranti (0,5 Mdi).

Queste proposte, qualora accolte, richiederebbero un’applicazione graduale; pertanto, i risparmi ipotizzati non sarebbero immediati. Inoltre, gli interventi ecologici sono evocati in modo decisamente generico e semplicistico. La questione ambientale non si risolve con gordiani tagli di sussidi o di opere, non meglio specificate. Essa richiede un piano integrato di lungo periodo, che affianchi alla riduzione delle emissioni inquinanti un incremento dei disinquinanti tale da azzerare i danni ambientali.

lunedì 21 dicembre 2020

Cosa pensavano della vendita del Nautico e della Schweitzer in viale Trieste gli esponenti di spicco dell’attuale maggioranza, quando erano nella minoranza

L’inserimento del terreno e degli edifici del Nautico e della Schweitzer in viale Trieste tra i beni comunali da “alienare” (vendere) risale al piano delle alienazioni e valorizzazioni (PAV) del triennio 2014-2016, predisposto ed approvato dall’amministrazione Sbrocca, che ha messo in vendita i due beni al prezzo base di 11.634.000 euro. Il PAV 2015-2017 sembra che non sia stato predisposto o, quantomeno, non risulta caricato sull’archivio informatico pubblico del Comune. L’offerta di vendita a 11.634.000 euro è stata riproposta nei PAV 2016-2018, 2017-2019 e 2018-2020; mentre nel PAV 2019-2021 l’amministrazione Sbrocca ha abbassato il prezzo base di vendita a 5.886.250 euro. La subentrata amministrazione Roberti ha riproposto la medesima offerta nel PAV 2020-2022 e, in vista del PAV 2021-2023, ha preannunciato l’intenzione di incentivare ulteriormente la vendita dei due beni, offrendoli in permuta (parziale o totale) alla ditta che conseguirà l’appalto dei lavori da effettuare sugli edifici di altre scuole comunali (circa 6,2 milioni).

Nel passaggio dall’amministrazione Sbrocca a quella Roberti, si è verificata una oggettiva identità di vedute sulla vendita del Nautico e della Schweitzer in viale Trieste; anzi, la nuova amministrazione, con l’incentivo della permuta abbinata all’appalto, sembra ancor più determinata della precedente. Se però andiamo a vedere cosa pensavano di questa operazione quando erano nella minoranza esponenti di spicco dell’attuale maggioranza, abbiamo delle sorprese.

Nel 2014 hanno votano contro: Di Brino (ex sindaco ed attuale presidente della commissione Programmazione finanziaria dello sviluppo economico e del turismo), Ciarniello (dal 19 novembre presidente del consiglio comunale) e Marone (precedente presidente del consiglio comunale, dimessosi dalla carica dopo la cooptazione nella giunta regionale); Roberti (attuale sindaco) non ha partecipato al voto. Di Brino non si è limitato a votare contro, ha presenta anche un esposto (inascoltato) alla Corte dei conti (Sezione controllo e Procura) ed al collegio dei revisori dei conti. In tale esposto ha ravvisato due profili di illegittimità: (1) le aree dove sono siti i due beni sono assegnate dal piano regolatore all’edilizia scolastica ed al verde pubblico, mentre sono poste in vendita come aree residenziali, senza che sia stata approvata in precedenza la relativa variante al PRG; (2) è falsamente rappresentato il presupposto che considera i «due immobili […] non più strumentali all’esercizio delle loro funzioni istituzionali […] quando in realtà la scuola media Schweitzer è tuttora in funzione».

Di Brino ha continuato a votare contro nel 2016 e nel 2017, mentre nel 2018 e nel 2019 non ha partecipato al voto. Anche Ciarniello ha votato contro nel 2016 e nel 2017, nel 2018 era assente, nel 2019 non ha partecipato al voto. Marone era assente nel 2016 e nel 2018, nel 2017 si è astenuto e nel 2019 non ha partecipa al voto. Molto più defilato Roberti, che nel 2017 si è astenuto, mentre negli altri anni era assente.

Tirando le somme, quando erano all’opposizione, il giudizio nei confronti della vendita dei due beni da parte di Di Brino e Ciarniello era decisamente critico, mentre Marone e Roberti sembrano meno negativi, se non possibilisti. Sia come sia, nel 2020, divenuti maggioranza, tutti costoro hanno votato a favore della vendita. Modificare i propri convincimenti non è necessariamente segno di incoerenza, anzi, può essere un pregio, quando è frutto di un atteggiamento aperto e critico nei confronti anche del proprio pensiero. In questi casi, tuttavia, mi sembra doveroso argomentare il proprio mutamento di idee, sia per dissipare l’ombra dell’incoerenza, sia per contribuire ad arricchire il dibattito. Fino ad ora questo è mancato; ma non è mai troppo tardi. 

mercoledì 2 dicembre 2020

Stazione di Termoli: né spostata, né tombata

Nel dibattito politico e sociale ci sono argomenti carsici, in grande evidenza per un po’, che improvvisamente spariscono e non si sa se e quando torneranno alla superficie. Questo è il caso della sistemazione futura della stazione ferroviaria di Termoli, specialmente in relazione alla questione dell’abbattimento dell’inquinamento acustico, destinato ad incrementare a seguito del raddoppio della linea adriatica e del relativo traffico.

Nel Piano urbano della mobilità sostenibile (PUMS) dell’Area urbana di Termoli (costituita da Termoli, Campomarino, San Giacomo e Guglionesi) si ipotizzano tre soluzioni: spostare la stazione (proposta Toma-Niro); interrare la stazione al di sotto dell’attuale livello dei binari (proposta Sbrocca); chiudere la stazione in uno scatolare di cemento, lasciando i binari al livello attuale (proposta Roberti). Secondo il PUMS, spostare la stazione penalizzerebbe la sua accessibilità; realizzarla in sotterranea permetterebbe di “ricucire” il centro ai quartieri limitrofi e di realizzare in superficie un grande parcheggio, ma comporterebbe costi di realizzazione molto elevati; chiudere la stazione in uno scatolare con l’estradosso all’altezza di Viale Trieste, sormontato da un grande parcheggio con circa 1.000 posti auto – soluzione per la quale propende l’estensore del PUMS – è sostanzialmente simile all’interramento, ma con costi di realizzazione molto più contenuti.

In effetti la soluzione Sbrocca e quella Roberti sottendono il medesimo concetto: tombare la stazione e sovrapporvi un grande parcheggio. La variante Sbrocca è più costosa e visivamente meno impattante, quella Roberti più economica e decisamente greve a vedersi. Tombare la stazione comporta tuttavia conseguenze negative, come il ricorso costante all’illuminazione artificiale ed al ricambio meccanico dell’aria, che determinano un notevole dispendio energetico e minore salubrità dell’aria. Il problema di contenere l’inquinamento acustico delle stazioni in ambienti urbani è stato già affrontato in numerose città e risolto in ben altro modo, più sano, più ecocompatibile (risparmio energetico) ed esteticamente gradevole.

Un esempio è quello della copertura a vele della stazione di Lovanio.



Un altro esempio è quello della luminosa Stazione Centrale di Rotterdam.



L’inquinamento acustico – in prevalenza rumore da rotolamento – può essere ulteriormente mitigato montando le rotaie su piattaforme molto rigide, con costi di esercizio maggiori, dovuti ad un tasso di usura dei binari più alto, ma con minori vibrazioni e dunque minore rumore.

Si dirà che con una copertura “aperta” si risolve il problema dell’inquinamento acustico e si ottiene un risultato estetico gradevole, ma si perde la possibilità di realizzare un grande parcheggio in centro. Questa obiezione trascura soluzioni alternative, in primo luogo un migliore utilizzo di Piazza Donatori di sangue, attualmente adibita a parcheggio di superficie con 120 stalli. Su tale area – di proprietà di RFI (Rete ferroviaria italiana) che dovrebbe essere ceduta al Comune – è possibile realizzare già da ora un parcheggio multipiano con due piani interrati e tre fuori terra, che incrementerebbe di almeno 300 posti l’attuale disponibilità di parcheggi. Un altro parcheggio multipiano potrà essere realizzato in futuro su Viale Trieste, di fronte all’ex Nautico ed alla Schweitzer, sfruttando l’area dove si trovano gli ultimi due binari della stazione, dei quali è prevista la dismissione.

In conclusione, la stazione non va né spostata né tombata, ma coperta con una struttura che, oltre a presentare vantaggi funzionali, diventi un elemento di valorizzazione architettonica del centro di Termoli.

lunedì 30 novembre 2020

Nautico e Schweitzer non sono da vendere

I beni immobili degli enti locali che non assolvono più a funzioni di pubblico interesse possono essere venduti oppure dati in locazione o comodato. Tali beni devono essere indicati nel “piano delle alienazioni e valorizzazioni”, parte integrante della sezione operativa del “documento unico di programmazione” (DUP) triennale, che deve essere approvato dal consiglio dell’ente locale.

Le aree e gli immobili in Viale Trieste, dove avevano sede l’Istituto nautico e la scuola secondaria di primo grado Schweitzer, figurano senza esito da molti anni nel piano delle alienazioni e valorizzazioni del Comune di Termoli. Inizialmente i due istituti sono stati proposti in vendita a 11.634.000 euro. Vista l’assenza di offerte, dal piano 2019-2021 il prezzo dei due immobili è stato dimezzato, scendendo a 5.886.250 euro, ma neanche questo è bastato nonostante che, grazie alla famigerata legge regionale 30/2009, demolendo e ricostruendo è possibile incrementare l’attuale cubatura fuori terra degli edifici del 90%.

Con il piano delle alienazioni e valorizzazioni 2021-2023, l’amministrazione Roberti si accinge a riprovarci, aggiungendo un ulteriore incentivo: la cessione dei due immobili avverrebbe in pagamento parziale o totale di «interventi di riqualificazione del patrimonio edilizio scolastico comunale» (delibera di giunta n. 275, del 13/11/2020). Secondo il programma 2020-2022 delle opere pubbliche, gli interventi sugli edifici scolastici riguardano miglioramenti sismici, per un costo stimato di 4.264.152 euro entro il 2021, più altri 1.978.142 euro nel 2022. Il vantaggio per il costruttore che fosse interessato a Nautico e Schweitzer consiste nel fatto che li pagherebbe “in natura”, acquisendo contemporaneamente l’appalto per i lavori relativi alle scuole.

Ma siamo sicuri che i due immobili non siano più di pubblico interesse? L’edificio dell’ex Nautico si dice pericolante a causa della falda freatica, ma non risulta nessuna perizia tecnica che lo attesti e tale circostanza non è menzionata nella scheda descrittiva allegata al piano delle alienazioni e valorizzazioni. Proprio questo edificio è ora parzialmente utilizzato da SAE 112 onlus (ambulanze); invece, alcuni locali della ex Schweitzer sono stati concessi al locale club Juventus, mentre altri ospitano l’Università della terza età. Tolti i metri quadri concessi a SAE 112 ed all'Università della terza età, valorizzazioni opportune e da mantenere, la gran parte della superficie utile dei due immobili potrebbe essere proficuamente utilizzata dal Comune di Termoli per usi istituzionali.

Potrebbero essere risparmiati 96.000 euro all’anno di locazioni passive, che il Comune paga per la biblioteca comunale Gennaro Perrotta (39.000 euro/anno) e per gli uffici cultura, sociale e patrimonio (57.000 euro/anno), che occupano due piani dell’edificio della Curia vescovile di Largo Vittime delle foibe. Dopo la chiusura della Galleria civica, che aveva sede nella ex chiesa di Sant’Antonio, non esiste una sala comunale che possa ospitare convegni o rappresentazioni teatrali e musicali per piccole formazioni; una tale sala potrebbe essere ricavata in una delle due ex scuole.

C’è da considerare infine la funzione ambientale e sociale della piccola pineta antistante le due ex scuole, che copre una superficie di 2.700 mq circa, sui 9.164 mq di superficie fondiaria in vendita. Un polmone verde di dimensioni modeste, ma prezioso in una città come Termoli dove le alberature, quando esistono, sono quasi esclusivamente lineari (lungo le strade) e mal curate, anche nell’unico parco comunale esistente. Che ne sarebbe di questo rettangolo verde, se venduto al privato? Ammesso – nell’ipotesi più ottimistica – che venisse mantenuto, non si tratterebbe più di verde pubblico, a disposizione di chiunque, ma di verde privato, riservato ai proprietari degli appartamenti che verrebbero costruiti.

Nautico e Schweitzer non sono da vendere. Essi possono essere utilizzati nel pubblico interesse, cosa che in parte già fanno, ospitando SAE 112, l'Università della terza età e la pineta. La loro vendita non deve essere incentivata, anzi devono sparire dal piano delle alienazioni e valorizzazioni 2021-2023, sul quale il consiglio comunale sarà presto chiamato a deliberare.

 

POST SCRIPTUM

La giunta Sbrocca (a pochi giorni dalle ultime elezioni comunali) ha preso atto della proposta preliminare della Curia vescovile per la realizzazione in Via Elba della “Cittadella del sociale” (DGC n. 93, dell’8 aprile 2020). Come corollario, la proposta prevede il ritorno della ex chiesa di Sant’Antonio nella proprietà della Curia, in cambio del palazzo di Largo Vittime delle foibe. Se e quando ciò dovesse avvenire, il Comune acquisirebbe in proprietà l’intero palazzo di cui ora occupa in locazione. In tale evenienza, ritengo che la scelta più opportuna – estetica e funzionale – sia la demolizione del palazzo di Largo Vittime delle foibe. La solidità strutturale di questo immobile è dubbia e visitandolo sono evidenti le deformazioni nei solai. All’esterno esso si presenta come uno scatolone che copre metà facciata del seminario, che invece è un edificio di un certo pregio architettonico.

domenica 25 ottobre 2020

Forse concluso per Termoli il contenzioso fiscale Edison-ENI sul campo metanifero offshore

Con la delibera n. 247 del 15 ottobre 2020, la giunta comunale di Termoli ha approvato l’accordo transattivo con Edison-ENI, che chiude il contenzioso tributario sugli impianti per l’estrazione del metano al largo del (quasi) nostro mare, per il periodo dal 1999 al 2019.

La vicenda riguarda il pagamento dell’ICI, dal 1999 al 2011, dell’IMU, dal 2012 al 2019, e della TASI, dal 2014 al 2019, in riferimento a tre piattaforme (Rospo Mare A, B e C) e ad una nave serbatoio (Alba Marina). Edison (l’ENI è subentrata solo pochi anni fa, acquisendo il 38,28% del campo di estrazione) ha fatto ricorso alle vie legali, sostenendo che nulla è dovuto, trattandosi di impianti non accatastati ed inoltre “imbullonati”; per Alba Marina ha anche sostenuto che fosse imponibile la superficie del natante e non la superficie di mare impegnata dal natante stesso (cioè quella descritta intorno alla boa di ormeggio).

Sul terreno legale le posizioni assunte da Edison hanno ottenuto effimeri successi presso la CTP (Commissione tributaria provinciale) di Campobasso, tutti smentiti dalla CTR (Commissione tributaria regionale) del Molise e, cosa che conta ancora di più, dalla Cassazione Civile, che in plurime sentenze (ultima la n. 19510 del 5 luglio 2016, emanata dalla Sezione V) ha stabilito inequivocabilmente che, in mancanza di accatastamento, si considera il valore di bilancio dell’impianto, che comunque non rientra nella categoria catastale E, relativa agli “imbullonati”, ma nella D, opifici industriali ed altri manufatti produttivi; quanto alla nave-serbatoio, deve essere considerata la superficie di mare impegnata, non quella del natante (quest’ultimo criterio si applica ai natanti turistico-ricreativi).

Allora tutto per il meglio? Purtroppo no. Un motivo di incertezza è riferibile alla determinazione del valore degli impianti da tassare, in quanto Edison si è rifiutata di fornire i relativi valori di bilancio ed il comune di Termoli ha dovuto fare ricorso a stime, sulla base di dati forniti dalla Capitaneria di Porto. Ma il vero macigno è un altro ed è sopraggiunto quando, a partire dall'anno fiscale 2012, anche i comuni di Petacciato, Montenero e Vasto hanno avanzato pretese fiscali sul medesimo campo di coltivazione offshore, che fino ad allora sembrava pacificamente di competenza di Termoli. La CTP di Campobasso, Sezione II, con sentenza n. 275/02/2019, del 12/04/2019, ha attribuito l’intero campo di coltivazione al comune di Petacciato, sulla scorta della valutazione del CTU, cap. Michele De Gregorio.

Naturalmente la valutazione del cap. De Gregorio può essere revocata in dubbio, ma pare non esista un criterio univoco per attribuire i vari impianti allo specchio d’acqua dei comuni in competizione. È comunque evidente che la posizione di Termoli ne esce fortemente indebolita. Su iniziativa di Edison-ENI, a fine luglio 2020 è stata proposta ai legali dei comuni interessati una bozza di accordo transattivo, concernente gli anni dal 2012 al 2019. Il testo dell’accordo approvato dalla DGC 247/2020 recepisce parte della bozza pervenuta, che in alcuni punti è stata modificata ed altresì ampliata all’intero periodo dal 1999 al 2019.

I tributi “accertati” dal comune di Termoli – cioè quelli iscritti al bilancio finanziario per competenza – dovuti da Edison per il periodo 1999-2015 (senza considerare gli interessi moratori) ammontano a 30.169.365 euro, secondo la nota fornita il 13 ottobre 2020 dalla dirigente del Settore V. Valore che non concorda con i 41.749.770 euro, indicati nel documento pervenuto in pari data dall’avv. D’Amario, che in questa vicenda cura gli interessi del comune di Termoli. La notevole differenza tra i due dati lascia perplessi; comunque, da qui in avanti si prendono a riferimento i valori ufficiali del Comune, forniti dal Settore V.  Aggiungendo all’importo dei tributi gli interessi di mora, le spettanze del comune di Termoli per il periodo 1999-2015 salgono a 32.825.423 euro. 

Per il periodo 2016-2019 nella citata nota della dirigente del Settore V si dice: «Per quanto riguarda le annualità 2016-2019 le quote riferite al recupero evasione non sono state iscritte e accertate in virtù dell'incertezza della normativa sugli "imbullonati", anche con riferimento alla determinazione della base imponibile.» Poche righe dopo aggiunge: «La rinuncia all'incasso delle annualità 2016-2019, non essendoci stati accertamenti, non produce riflessi sul risultato di amministrazione.»

Queste affermazioni sono gravissime e configurano gli estremi di un cospicuo danno erariale, stimabile, estrapolando l'accertato IMU e TASI 2015, in 11.541.212 euro. Danno erariale dove la responsabilità non è solo della dirigente del Settore V, ma anche e specialmente delle sindacature e dei segretari generali che si sono avvicendati nel periodo, nonché della società Creset, incaricata dal Comune di Termoli dell’accertamento e della riscossione dei tributi. La giustificazione della dirigente, che non si sapeva se si trattasse di "imbullonati", di categoria catastale E, oppure di impianti industriali, di categoria D, non regge, perché proprio nel 2016 il Comune di Termoli è risultato vittorioso in Cassazione su questo ed altri punti sollevati da Edison, come si è detto. In ogni caso, l'amministrazione avrebbe dovuto accertare il dovuto e poi, prudentemente, aumentare dello stesso importo il FCDE, in modo da sterilizzarne gli effetti finanziari. L’avv. D’Amario è nuovamente di diverso avviso, nel suo documento (lettera N, pag. 7) afferma: «Per quanto è dato di sapere, sono in predisposizione gli accertamenti per le annualità dal 2016 al 2019.» Vedremo.

Aggiungendo al conto gli 11.541.212 di euro stimati per il periodo 2016-2019, le pretese di Termoli verso Edison-ENI, nell’arco temporale 1999-2019, salgono a 44.366.636 euro. La transazione approvata dalla giunta ammonta a 23.133.010 euro, che il sindaco – ripetendo l’affermazione della dirigente del Settore V – indica come il 70,5% del contenzioso, ignorando il periodo 2016-2019, includendo il quale la percentuale realmente recuperata scende al 52,1%.

A mio avviso, ricercare una transazione è una scelta giusta; prima di tutto, per l’incertezza dell’attribuzione geografico-amministrativa degli impianti Edison-ENI, ed anche per i tempi lunghi della prosecuzione del contenzioso ed il conseguente aggravio dei costi legali; tuttavia, nell’accordo deve rientrare anche una quota dei tributi relativi al 2016-2019, ai quali non si può rinunciare in toto.

Se invece l’accordo ci sarà ed il consiglio comunale confermerà la delibera della giunta, i termolesi non si illudano di portare a casa 23.133.010 euro, ché in questa cifra sono inclusi i 10.508.699 euro già incassati anni fa coattivamente, su incarico del comune di Termoli, da Assoservizi srl, che per tale servizio ha trattenuto per sé circa 4 milioni di euro. Anche i 12.624.311 euro che resterebbero da incassare in effetti non sono “puliti”, perché occorre pagare l’onorario dell’avv. D’Amario (per inciso, lo stesso professionista che tutelava Assoservizi srl contro il comune di Termoli, che aveva contestato l’incameramento dei 4 milioni da parte della società di esazione). Ignoro a quanto ammonta il conto che presenterà l’avv. D’Amario, ma potrebbe essere una notevole batosta, se guardiamo a quanto la giunta di Petacciato ha deliberato di corrispondere al suo legale, l’avv. Labbate, riconoscendogli il compenso di 1,3 milioni, a fronte dell’incasso da parte del comune di 5.972.916 euro, interessi inclusi (DGC Petacciato n. 74, del 19/08/2020).

E dal 2020 in poi? Per effetto del DL 124/2019, convertito con modificazioni nella legge 157/2019, art. 38, «A decorrere dall'anno 2020 è istituita l'imposta immobiliare sulle piattaforme marine (IMPi) in sostituzione di ogni altra imposizione immobiliare locale ordinaria sugli stessi manufatti.» (comma 1, primo periodo). L’aliquota di imposta, da applicare al valore delle piattaforme, è del 10,60 per mille, di cui il 7,60 per mille va allo Stato ed il 3 per mille ai comuni territorialmente competenti (comma 3), «individuati con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze di concerto con il Ministro dell'interno, con il Ministro della difesa e con il Ministro dello sviluppo economico, da emanarsi previa intesa in sede di Conferenza Stato-Città ed autonomie locali» (comma 4); decreto che non è stato ancora emanato. 

mercoledì 7 ottobre 2020

Contributo comunale per la refezione scolastica: troppo ai benestanti e poco agli indigenti

Nell’esercizio 2019, il Comune di Termoli ha riconosciuto a Termoli Food per la refezione scolastica 919.999 euro (inclusa l’iva al 4%) e ne ha incassati dalle famiglie 401.564; pertanto, il contributo comunale alle famiglie per la refezione scolastica è ammontato a 518.435 euro, che corrispondono al 56,4% del costo totale del servizio. Si potrebbe credere che il Comune, con opera meritoria, sostenga in maniera robusta le famiglie indigenti; invece non è così, perché esso eroga un contributo base a tutti, indistintamente dalla condizione economica, che corrisponde a circa un terzo del costo della refezione; alle famiglie con ISEE da 8.000 euro in giù è riconosciuto un contributo integrativo, articolato su tre scaglioni (ISEE fino a 4.000 euro, da 4.001 a 6.675 euro, da 6.676 ad 8.000 euro).

A scanso di equivoci, il reddito ISEE non è il reddito imponibile. Sul web sono disponibili dei simulatori per il calcolo dell’ISEE, che tiene conto di vari fattori (reddito familiare, numero e condizione lavorativa dei componenti della famiglia, abitazione in proprietà o in affitto, ecc.). Per fare un esempio, una famiglia composta dai coniugi e da due figli, con reddito imponibile di 24.000 euro, che abita una casa in affitto, ha un reddito ISEE di circa 8.000 euro.

Che senso ha dare un aiuto economico anche a chi non ne ha bisogno e lesinarlo a chi invece ne ha bisogno? Fermo restando l’ammontare complessivo del contributo comunale, esso andrebbe redistribuito, non erogando nulla alle famiglie con ISEE oltre 8.000 euro, dando la totale gratuità alle famiglie con ISEE fino a 4.000 euro ed incrementando con il denaro restante il contributo alle famiglie indigenti degli altri due scaglioni.

martedì 29 settembre 2020

Precari da defunti

 La carenza di sepolture a Termoli è endemica da tempo immemore, nonostante la facile prevedibilità del numero di decessi annui e della conseguente necessità di sepolture. Senza risalire troppo indietro nel tempo, partiamo dalla soluzione promossa dalla giunta Sbrocca il 2 ottobre 2014, con la delibera n. 254, con la quale essa ha incaricato la struttura tecnica di cercare un privato interessato a realizzare in finanza di progetto, cioè con capitali suoi, il completamento e l’ampliamento del cimitero e la gestione dello stesso per 15 anni. Il ricorso alla finanza di progetto per fornire un servizio tanto ineluttabile come la sepoltura è profondamente ingiusto e penalizzante delle fasce sociali a basso reddito, poiché implica il conseguimento di un profitto per il privato investitore. Nella proposta di finanza di progetto, approvata dalla giunta Sbrocca e confermata dalla giunta Roberti, il costo dei loculi in colombario per 33 anni è indicato in 3.850 euro, contro la tariffa odierna, che è intorno ai 2.300 euro (dipende dalla posizione), con un incremento di costo del loculo del 67%. Ingiustizia a parte, ma almeno l’opera è stata realizzata? Macché! A distanza di sei anni, la finanza di progetto è ancora al palo e non si sa né quando né se sarà avviata.

Nel frattempo - siccome a Termoli ci si ostina a morire - sono state adottate varie soluzioni tampone, tra le quali la realizzazione in tempi rapidissimi di 80 loculi, definiti “provvisori”, decisa il 4 giugno 2019, con la determina dirigenziale n. 1214, ad otto giorni dalla fine della sindacatura Sbrocca. Con la successiva determina dirigenziale n. 1429, dell’11 luglio 2019, a sindacatura Roberti iniziata da quasi un mese, si è certificata la regolare esecuzione dei loculi. Questi loculi non sono altro che scatolari in cemento (tipo quelli usati per i pozzetti), poggiati su una base di cemento ed impilati uno sull’altro, costati 521,62 euro l’uno, che sono stati ceduti ai richiedenti a 500 euro, in precaria attesa di sistemazioni migliori.

Il 22 luglio 2020 la giunta, con la delibera n. 175, ha inopinatamente deciso di trasformare le sepolture provvisorie in “definitive” (in effetti per 33 anni), approvando la spesa complessiva di 99.000 euro, pari a 1.237,50 euro a loculo, che, aggiunta al costo già sostenuto per i loculi provvisori, portano la spesa totale a 1.759,12 euro a loculo. Nella medesima delibera si dice che i costi della trasformazione dei loculi da provvisori a definitivi saranno finanziati «dai maggiori oneri che i concessionari [degli 80 loculi] dovranno versare all’ente». Detto fatto, all’inizio di settembre gli uffici amministrativi comunali hanno inviato una raccomandata agli 80 concessionari dei loculi provvisori, intimando loro di pagare entro 15 giorni 1.733,92 euro, a copertura dei lavori per trasformare i loculi in definitivi. Sommando questa richiesta ai 500 euro a loculo già pagati, ogni loculo trasformato viene a costare ai concessionari 2.233,92 euro.

Nella raccomandata si dice che la decisione dell’amministrazione è motivata da ragioni igienico-sanitarie e morali. Come è possibile che ci siano inadeguatezze igienico-sanitarie, se la medesima amministrazione ha certificato che i loculi sono stati regolarmente eseguiti? In cosa consisterebbe poi l’aspetto morale? È morale intimare ai concessionari di pagare entro 15 giorni 1.733,92 euro, quando il Comune per la trasformazione spende 1.237,50 euro a loculo? Tra l’altro, riarrangiare i loculi provvisori costa di più che realizzarli ex novo, visto che i nuovi 160 loculi definitivi disponibili dal 10 ottobre 2019 e gli ulteriori 40 loculi in consegna in questi giorni, sono costati mediamente 1.000 euro a loculo.

C’è da augurarsi che la giunta: per prima cosa, annulli la sua delibera 175/2020 e le assurde intimazioni di pagamento inviate; in secondo luogo, che incarichi gli uffici tecnici di mettere a gara un nuovo lotto di almeno 200 loculi, dando modo anche agli 80 defunti “precari” di essere trasferiti, con tempi non perentori ed immediati, in sepolture non riarrangiate. Quanto agli 80 loculi provvisori, una volta esaurita la loro funzione emergenziale, vanno semplicemente smantellati.

domenica 13 settembre 2020

4 buone ragioni per votare NO al referendum del 20-21 settembre 2020

 1 – MENO RAPPRESENTATI NON MEGLIO

Attualmente, con 630 deputati e 315 senatori, abbiamo in media un deputato ogni 96.000 abitanti ed un senatore ogni 192.000. I fautori del sì imbrogliano i conti sommando i parlamentari delle due camere, così da affermare che in Italia c’è un onorevole ogni 64.000 abitanti, mentre con il taglio si salirebbe a un parlamentare ogni 100.000 abitanti, in linea con quanto avviene con l’Assemblée Nationale francese ed il Bundestag tedesco. Il conto è fasullo, perché confronta le nostre due camere accorpate con una sola degli altri paesi. In termini di rappresentanza popolare e di non discriminazione delle forze politiche minori è molto diverso avere un parlamento con 600 deputati o due parlamenti, rispettivamente con 400 e 200 deputati. Alla Camera avremmo in media un parlamentare ogni 151.000 abitanti ed al Senato uno ogni 302.000. Di conseguenza, in Molise non si eleggerebbero più tre deputati e due senatori, ma due ed uno. Il taglio lineare produrrà anche un effetto maggioritario, a sfavore delle forze minori, particolarmente accentuato al Senato, dove, in conseguenza dei collegi uninominali, la soglia di sbarramento reale andrà oltre il 10% del parlamento turco.

2 – DALLE CAMERE SARANNO ESCLUSI NON I MENO CAPACI, MA QUELLI MENO VICINI AI CAPIPARTITO O AI CAPICORRENTE

La propaganda per il sì afferma che il taglio dei parlamentari migliorerà la qualità delle Camere. Niente di più sbagliato. Per entrare in Parlamento non si partecipa ad un concorso, con una commissione d’esame che stabilisce una graduatoria di merito e dove i primi classificati sono migliori di quelli che seguono. È ormai arcinoto che sono i capipartito o i capicorrente a decidere i candidati da presentare nei collegi “sicuri”. Con il taglio, per essere eletti conterà ancora di più la fedeltà al capo non l’attività svolta nel territorio e gli onorevoli saranno sempre meno rappresentanti del popolo e sempre più cortigiani dei leader di riferimento.

3 LAVORI PARLAMENTARI MENO EFFICIENTI

Secondo i fautori del taglio, con meno parlamentari le Camere funzionerebbero meglio. E perché mai? La maggior parte del lavoro parlamentare si svolge nelle 14 commissioni permanenti (più eventuali commissioni speciali), che affrontano una notevole mole di lavoro, spesso in tempi ridotti, dovendo esaminare i troppi decreti legge governativi, che ormai da decenni sono diventati una prassi. Meno parlamentari vuol dire minore approfondimento e peggiore valutazione dei provvedimenti in esame. Questo tema è particolarmente stringente per i piccoli gruppi parlamentari, che verrebbero ulteriormente penalizzati anche in questo modo.

4 – LA DEMOCRAZIA NON È UNA MERCE

I 5 Stelle quantificano i risparmi derivanti dal taglio dei parlamentari in 100 milioni l’anno; Cottarelli sostiene che i milioni sarebbero solo 57. È del tutto fuori luogo che per stabilire il numero dei rappresentanti del popolo si debba fare ricorso al criterio del “risparmio”. L’argomento triviale e demagogico del risparmio applicato alla rappresentanza popolare fa parte dell’armamentario delle forze che vogliono apparire antisistema, pur facendone parte, e dei politici che professano l’antipolitica. Non di risparmio si tratta, ma di un gravissimo attacco, disfattista e qualunquista, alle istituzioni democratiche.

martedì 11 agosto 2020

Aiutare le famiglie sfrattate o i senzatetto o tutti e due?

 La ex caserma dei carabinieri di Termoli impegna una superficie cintata di 2.730 mq, sulla quale insistono due corpi di fabbrica, uniti da un porticato, elevati a tre piani fuori terra, con impronta a terra di 300 mq l’edificio est (verso la rotonda) e di 360 mq quello ovest (verso il supermercato).

Il Comune di Termoli ha presentato alla Regione un progetto di ristrutturazione dell’edificio est, da adibire interamente ad uffici pubblici (Centro per l’impiego ed altro), con un preventivo di spesa di 400.000 euro (DGC 304/2019). La Regione ha approvato il progetto ed il relativo finanziamento (DDR 109/2020, rettificata dalla DDR 113/2020) ed ha sottoposto al Comune un Disciplinare di convenzione, approvato dalla giunta comunale (DGC 179/2020) e sottoscritto dal sindaco.

Per l’edificio ovest, invece, al momento non sono previsti interventi di ristrutturazione. Al piano terra di questo immobile si trovano tre autorimesse. Al primo ed al secondo piano sono ubicati 4 appartamenti (due per piano); in ciascuno dei due piani c’è un appartamento di 110 mq, con un terrazzo di 65 mq, ed un altro di 145 mq, con un balcone di 30 mq. In una eventuale ristrutturazione, i 4 appartamenti esistenti potrebbero diventare 6, se non 8, sfruttando gran parte dei terrazzi; tanto che da più parti si è ventilata l’ipotesi di adibirli a residenze transitorie per famiglie in emergenza abitativa.

Ipotesi questa che sembra tramontata con la delibera di giunta n. 192 del 7 agosto 2020, che ha approvato il progetto di un dormitorio comunale per i senzatetto, per la capienza di 8 persone, proposto dall’Organizzazione di volontariato Valtrigno Molise. Il dormitorio – qui veniamo al punto – dovrebbe essere collocato in due dei quattro appartamenti dell’edificio ovest dell’ex caserma dei carabinieri.

Realizzare un dormitorio comunale per i senzatetto è certamente lodevole, visto che quello di Isola Felice della Misericordia non è sempre in grado di fare fronte alle richieste. L’amministrazione comunale ha così deciso di avviare una “procedura comparativa” con la proposta di Valtrigno, consistente nel servizio di accoglienza dei senzatetto, nella pulizia e manutenzione del dormitorio, e addirittura nella messa a disposizione di un’ambulanza con personale a bordo, durante le ore notturne. Quest’ultimo servizio mi sembra del tutto sovradimensionato, rispetto alla capienza del dormitorio di otto ospiti, per i quali sarebbe sufficiente una guardia infermieristica notturna, senza bloccare per la notte un’ambulanza con un autista, un infermiere ed un medico, il cui costo rischia di essere superiore a quello di una sistemazione dei senza tetto in albergo.

Oltre a riflettere su questi aspetti economici – ricordo che pagano i termolesi – l’amministrazione comunale dovrebbe riflettere anche su possibili ubicazioni alternative del dormitorio, che non facciano cadere l’idea di utilizzare l’edificio ovest per le famiglie sotto sfratto esecutivo. Per dirne una, si potrebbe mettere a frutto l’edificio della Schweitzer, che è in parte inutilizzato ed in parte utilizzato dal Club Juventus (concessione di cui non si vede né la necessità, né il senso, né l’opportunità).

mercoledì 5 agosto 2020

Autobocciatura della promozione di Termoli

Termoli, 5 agosto 2020

Per fortuna, è stata autobocciata in zona Cesarini una iniziativa che, nelle intenzioni della giunta comunale, avrebbe dovuto promuovere l’immagine di Termoli, ma che si annunciava come inutile, se non controproducente.

La nostra storia comincia ufficialmente l’11 giugno 2020, con la delibera di giunta n. 145, che approva un atto di indirizzo per la realizzazione di tre iniziative:

·         1 video documentario di circa 15/20 minuti ad alta risoluzione ed uno spot di 60”;

·         Organizzazione eventi Drive-In con Movie Silent System;

·         Filodiffusione […] lungo corso Nazionale, via XX Settembre e Borgo antico.

A parte lo stucchevole abuso dell’inglese, l’idea del cinema all’aperto dove accedi in auto mi sembra ottima. Sulla colonna sonora unificata in centro e nel Paese Vecchio (che i revisionisti toponomastici si ostinano a chiamare Borgo Antico) conviene stendere un velo pietoso. Oggetto di questo articolo è il video/spot.

Non so se alla giunta comunale sia chiaro che un video promozionale di 15’ ed uno spot di 60” sono due oggetti completamente diversi, come un transatlantico ed una barca a vela classe laser. Immagino anche che essi non abbiano contezza del fatto che lo standard temporale degli spot è di 15”, eccezionalmente prolungati a 30”. Comunque sia, l’organo politico ha ritenuto di avere fatto il suo dovere (dare l’indirizzo) ed ha passato la palla al Servizio cultura, sport e turismo, che – invero tempestivamente – il 26 giugno ha emanato, con la determina dirigenziale n. 1148, un avviso di manifestazione di interesse, alla ricerca di imprese per la realizzazione non solo del video e dello spot, ma anche per la gestione dei seguenti servizi, fumosamente connotati, per la durata di 4 anni:

·         potenziamento canali informatici (Facebook e Youtube) del Comune di Termoli;

·         promozione video su Youtube e su Instagram;

·         consulenza live di approfondimento sui social.

Il tutto per un importo a base d’asta di 26.000 euro, iva esclusa.

Ben 15 sono state le imprese che si sono dichiarate interessate ed il Servizio cultura, sport e turismo – di nuovo con ammirevole tempestività – il 9 luglio ha emanato la determina a contrarre n. 1280, completa di capitolato di gara, con la quale è stata nominata anche la RUP (responsabile unica del progetto), le cui competenze in ambito marketing sono ignote. Chiusa la gara il 22 luglio, il giorno successivo è stata nominata la commissione giudicatrice (determina dirigenziale n. 1421), composta da tre professionisti di cui non si mette in dubbio la preparazione nei rispettivi campi, ma ahimè anch’essi digiuni di marketing.

Il 31 luglio l’epilogo, “certificato” dalla determina dirigenziale n. 1487, con la quale la procedura di affidamento è stata revocata, in quanto si ritiene rivedere e rideterminare il Capitolato di gara perché poco esaustivo nelle attività da sviluppare nei quattro anni di affidamento del suddetto servizio. Per fortuna gli organi tecnici si sono resi conto di essersi infilati, senza la benché minima nozione, in un campo professionale complesso, come il marketing, che nelle barzellette di bassa lega viene presentato come l’arte di fregare i clienti.

Il fatto che in un comune manchino alcune competenze specialistiche, di per sé non è un’onta; infatti il Codice dei contratti pubblici prescrive che il RUP deve essere dotato di competenze professionali adeguate in relazione ai compiti per cui è nominato; ma che, nel caso in cui nell’ente pubblico manchino le competenze necessarie, il RUP può avvalersi del supporto di professionisti esterni (DLgs 50/2016, art. 31). Qualora l’amministrazione comunale intenda realizzare una seria ed efficace promozione di Termoli, è bene che si avvalga preventivamente di un professionista, che la aiuti a stilare un piano di marketing ed i briefing (come si chiamano in gergo) delle iniziative/campagne da realizzare.

In un piano di marketing devono essere definite prioritariamente tre cose: il posizionamento, gli obiettivi, i target. Il posizionamento è il carattere distintivo dell'oggetto della campagna (nel caso specifico, Termoli). Gli obiettivi sono la quantificazione dei risultati da conseguire in tempi definiti, da non confondere (come fanno tutti quelli che non sanno nulla di marketing) con il fine, che è l’indirizzo generale, la direzione, che si intende seguire, che ha natura qualitativa, non quantitativa. I target, cioè i destinatari della campagna, devono essere profilati con cura. Sul terreno dei contenuti della comunicazione, devono essere individuati la promessa, la reason why (il perché), i vantaggi. Di tutto questo, che è indispensabile per orientare l’offerta per la realizzazione di un progetto di marketing, non c’è traccia nel capitolato del 9 luglio. Dulcis in fundo, l’ammontare dell’investimento: 26.000 euro in quattro anni; una cifra ridicola, che non consente di remunerare neanche il solo video da 15’.

lunedì 6 luglio 2020

Autopromozione a buon mercato con il no al 5G


Termoli, 6 luglio 2017 – di Pino D’Erminio

Il Consiglio comunale del 6 luglio ha approvato la mozione Ciarniello-Nuozzi che pretenderebbe di vietare l’installazione della rete digitale 5G (di quinta generazione) nel territorio del Comune di Termoli. In realtà la mozione è passata “a minoranza”, nel senso che hanno votato a favore 11 consiglieri sui 23 partecipanti alla seduta, si sono astenuti 8 consiglieri (4 di “maggioranza”, tra cui il sindaco, 3 del PD e la consigliera di Termoli Bene Comune), hanno votato contro i 4 consiglieri dei 5 stelle. Sul piano pratico, non è vero che tale votazione possa bloccare l’adozione anche a Termoli della tecnologia 5G, in quanto la competenza per le reti nazionali non è dei comuni.
E allora a che serve la mozione testé approvata? Volendola nobilitare, essa ha un valore politico e comunque torna utile a fini di autopromozione a buon mercato, visto che Ciarniello e Nuozzi non hanno scritto di loro pugno una sola riga della mozione presentata, ma si sono limitati a copiare la mozione proposta e bocciata alla Camera dei deputati il 13 maggio 2019 (v. Atti Camera, pagg. 3-7) dai deputati: Sara Cunial, Silvia Benedetti, Gloria Vizzini, Veronica Giannone (tutte elette M5S, espulse, ora gruppo misto) e Manfred Schullian (eletto SVP).
Nel merito, cos’è mai il 5G? È la tecnologia che sta sostituendo a livello mondiale il 4G (la rete che usiamo coi telefonini), dalla quale si differenzia perché utilizza radiofrequenze più elevate e lunghezze d’onda minori, con minore potere di penetrazione nei corpi, ed adotta una diversa modalità di trasmissione del segnale, che non viene irradiato in tutte le direzioni (a sfera), ma verso i ricevitori che si trovano nel suo raggio di operatività. I vantaggi del 5G consistono nell’incremento della quantità dei dati trasmessi ed in una velocità di trasmissione aumentata fino a 10 volte rispetto al 4G. Ci sono anche degli svantaggi: mantenendo lo stesso limite di potenza delle emissioni del 4G, data la minore capacità del 5G di penetrare nei corpi (si pensi che è ostacolato anche dalle foglie e dalla pioggia) il numero delle antenne dovrà essere triplicato o quadruplicato.
Riguardo ai rischi per la salute, al momento nessuno è in grado di fornire risposte definitive, visto che l’utilizzo “in vivo” del 5G è solo agli inizi; tuttavia, in linea teorica, dovrebbe essere meno pericoloso del 4G, proprio per il minore potere di penetrazione delle radiofrequenze utilizzate. Ciò nondimeno non devono essere trascurati controlli continui ed accurati, che non riguardino solo il 5G e gli effetti di una singola fonte di radiazioni elettromagnetiche, ma piuttosto l’effetto combinato e prolungato dell’esposizione a più fonti, in ambito domestico e non.

mercoledì 1 luglio 2020

Con il rendiconto 2019 si prospetta un ripulisti dei conti del Comune di Termoli


Termoli, 2 luglio 2020 – di Pino D’Erminio

Il rendiconto 2019 è il primo sotto la responsabilità della Giunta Roberti, in quanto il rendiconto 2018 - che essa ha portato all’approvazione del Consiglio comunale il 22 luglio 2019 - altro non è se non la proposta di rendiconto che l’amministrazione Sbrocca ha approvato a livello di Giunta il 30 aprile 2019, mancando di sottoporlo nei termini di legge al Consiglio comunale, rinnovato di lì a poco, con le elezioni del 26 maggio.
Il rendiconto 2019 si presenta male quanto al rispetto delle scadenze di legge, perché doveva essere approvato dal Consiglio entro il 30 giugno (il termine ordinario è il 30 aprile, quest’anno differito al 30 giugno a causa della pandemia) ed invece la Giunta ha approvato la proposta di rendiconto soltanto il 25 giugno e potrà portarla in Consiglio comunale non prima di agosto, considerato che la proposta deve essere vagliata dal Collegio dei revisori e che l’intera documentazione contabile, inclusa la relazione dei revisori, deve essere messa a disposizione dei consiglieri comunali almeno 25 giorni prima della data del Consiglio in cui il rendiconto verrà posto in approvazione.
Un’analisi puntuale del rendiconto 2019 sarà possibile quando saranno disponibili tutte le carte, ma un’avvisaglia importante c’è già nello scarno contenuto della delibera di Giunta del 25 giugno (pubblicata sull’albo pretorio il 29 giugno), dalla quale si desume che è stato attuato un sostanzioso ripulisti dei conti, rispetto a quanto rappresentato negli esercizi precedenti dalla Giunta Sbrocca.
Nell’ultima delibera di Giunta è scritto che «il conto del bilancio dell’esercizio 2019 si chiude con un disavanzo di amministrazione di € - 6.505.077,26». Per i non addetti ai lavori, l’espressione “disavanzo di amministrazione” è fuorviante, perché induce a confonderlo con il “disavanzo di esercizio”, cioè con un saldo negativo dell’equilibrio finale del bilancio finanziario per competenza, che è il valore vigilato ai fini della stabilità dei bilanci pubblici e che deve essere non negativo, sotto pena di pesanti limitazioni.
Tra i tanti conti che gli enti locali devono predisporre, il “risultato di amministrazione” rappresenta la stima della disponibilità finanziaria dell’ente. Esso si ottiene sommando i valori a fine esercizio della cassa, del saldo tra residui attivi e passivi (le “pendenze” in avere e in dare) e del fondo pluriennale vincolato (risorse nella disponibilità materiale dell’ente, vincolate a specifiche spese future). Insomma, il risultato di amministrazione è una specie di cassa di fine esercizio “allargata”, nel senso che, oltre alla cassa vera e propria, contiene risorse non immediatamente liquide, ma sulle quali si potrebbe fare affidamento (il saldo dei residui), e risorse “congelate” per soddisfare impegni futuri giuridicamente perfezionati.
Il risultato di amministrazione viene poi articolato in quella che è chiamata la sua “composizione” (ovvero destinazione) a copertura dei fondi prudenziali (accantonati e vincolati), dei fondi per investimenti in corso di pagamento ed infine dei fondi liberi, cioè di quelli liberamente disponibili. Se i fondi liberi sono negativi, come nel nostro caso, vuol dire non solo che non c’è disponibilità finanziaria in avanzo, ma che manca anche parte della copertura per i fondi prudenziali e gli investimenti in corso.
Venendo ai valori, il risultato di amministrazione del Comune di Termoli del 2019 ammonta a 33,0 milioni, contro 28,5 milioni del 2018 (più 4,5 milioni). Scomponendolo, il disavanzo di amministrazione 2019 è di 6,5 milioni, con un peggioramento di 4,8 milioni rispetto al disavanzo di amministrazione di 1,7 milioni del 2018. Più nel dettaglio, la voce che ha subito la variazione più eclatante è quella del fondo crediti di dubbia esigibilità, salita nel 2019 dai 20,1 milioni del 2018 a ben 30,7 milioni, con un salto di 9,8 milioni (+ 47%).
I valori suddetti rappresentano un corposo ripulisti dei conti presentati in passato dall’amministrazione Sbrocca, ritenuti evidentemente poco realistici. La proposta di rendiconto 2019 è stata approvata dalla Giunta Roberti all’unanimità, incluso l’attuale vicesindaco ed assessore ai lavori pubblici, trasporti e viabilità, che nella Giunta Sbrocca ha ricoperto il ruolo di assessore al bilancio fino a pochi mesi dalle elezioni, quando si è dimesso ed ha cambiato schieramento.
Il deficit di 6,5 milioni a copertura dei fondi prudenziali a me sembra positivo sul piano contabile, perché migliora l’affidabilità dei conti del Comune di Termoli, ma bisogna altresì che l’amministrazione assuma adeguate iniziative di risanamento finanziario ed economico, di cui però al momento non v’è traccia.

giovedì 25 giugno 2020

La sentenza 116/2020 della Corte costituzionale riporta il POS 2015-2018 alla condizione di atto amministrativo, non lo annulla


Termoli, 25 giugno 2020 – di Pino D’Erminio

La Corte costituzionale, con la sentenza 116/2020, ha accolto i rilievi di incostituzionalità proposti dal TAR Molise in merito allo “scudo legislativo” con il quale l’ex presidente della regione e commissario ad acta della sanità molisana, arch. Paolo Di Laura Frattura, intendeva “blindare” il POS (programma operativo straordinario) 2015-2018 dai numerosi ricorsi amministrativi che stavano fioccando. Lo strumento adottato è stato l’inserimento dell’art. 34-bis nel decreto legislativo 50/2017, convertito, con modificazioni, nella legge 96/2017. Il passaggio chiave dell’articolo ora abrogato dalla Consulta è il seguente: «[…] il commissario ad acta per l'attuazione del piano di rientro dal disavanzo sanitario della regione Molise dà esecuzione al programma operativo straordinario 2015-2018 […] che con il presente decreto è approvato». Così facendo, si è inteso elevare il POS 2015-2018 da atto amministrativo a legge dello Stato, rendendo improcedibili i ricorsi al TAR.
Il fatto specifico, da cui è scaturita la questione di incostituzionalità rimessa alla Consulta dal TAR Molise, è stato il ricorso presentato da Neuromed contro la riduzione dei posti letto accreditati da 156 a 145, prevista dal POS 2015-2018. Il TAR Molise ha ritenuto che la pretesa improcedibilità del tribunale amministrativo sollevasse tre profili di incostituzionalità.
In primo luogo, «la violazione degli artt. 3 e 97 della Costituzione, in quanto, in difformità dai princìpi di ragionevolezza e di non contraddizione, nonché dei princìpi di legalità e imparzialità della pubblica amministrazione, verrebbe recepito in norma di legge il contenuto di un provvedimento amministrativo che potrebbe essere affetto da vizi di illegittimità.»
In secondo luogo, si violerebbero gli artt. 24, 103 e 113 della Costituzione, con «una legge-provvedimento diretta a “disattivare” la tutela giurisdizionale avverso gli atti del commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro, interferendo sulle decisioni dell’autorità giurisdizionale.»
In terzo luogo, sarebbero violati gli artt. 117, primo e terzo comma, e 120 della Costituzione, in quanto in materia di salute esiste una «competenza legislativa concorrente di Stato e Regioni, materia nella quale alle leggi statali è riservata la sola fissazione dei princìpi fondamentali».
La Consulta ha accolto il primo profilo di incostituzionalità, «restando assorbiti i rimanenti parametri evocati dal rimettente», cioè non andando oltre, essendo già sufficientemente provata l’illegittimità costituzionale dell’articolo “incriminato”.
In conclusione, la sentenza della Consulta ha riportato il POS 2015-2018 alla sua natura di “normale” atto amministrativo, che, in quanto tale, è soggetto alla giurisdizione amministrativa. Non hanno invece fondamento le interpretazioni frettolose della prima ora, che hanno visto nella sentenza della Corte costituzionale un “annullamento” del POS 2015-2018 e l’innesco di un effetto domino di incalcolabili proporzioni. Semplicemente, i soggetti che, in conseguenza dell’applicazione del POS 2015-2018, ritengono di avere subito una concreta lesione dei loro interessi legittimi possono ora ricorrere al TAR, al quale spetterà sentenziare caso per caso.