Sul sito di Atta Italia, il 21 dicembre, è apparso un articolo che propone degli interventi economici e sociali prioritari, a sostegno dei cittadini messi a dura prova dalla pandemia, ed indica dove reperire le necessarie risorse economiche nel nostro stesso paese (cioè a prescindere dal programma europeo Next Generation, alias Recovery Fund).
Gli interventi proposti sono: estensione
dell’accesso al redito di cittadinanza (15 Mdi); sostegni per utenze, affitti,
alimenti (15 Mdi); ristori alle microimprese (10 Mdi); ristori alle associazioni
senza scopo di lucro (10 Mdi); blocco dei licenziamenti (senza indicazione di
spesa); incremento degli investimenti nella sanità pubblica (40 Mdi);
incremento degli investimenti nella scuola pubblica (30 Mdi); rinnovo e
potenziamento dei trasporti pubblici (30 Mdi); potenziamento dei servizi sociali
territoriali e domiciliari (25 Mdi). Il totale fa 175 Mdi.
Non entro nel merito della congruità degli
investimenti proposti, perché mi mancano le informazioni per sviluppare le
relative stime. Concordo con l’elenco degli interventi, fatta eccezione per
l’estensione dell’accesso al reddito di cittadinanza. In molti – non solo i
5Stelle, ma anche esponenti politici variamente schierati – teorizzano che il
reddito debba essere un diritto primario del cittadino, come la libertà di
pensiero e di parola o il diritto alla salute ed allo studio. A mio avviso, il diritto primario è quello al lavoro –
proclamato dalla Carta costituzionale, ma non pienamente realizzato – non al
reddito. Il diritto al reddito è il
diritto all’assistenza sociale, qualora venga a mancare il diritto al
lavoro, in base al principio di solidarietà (non di carità); pertanto, i nuovi investimenti andrebbero piuttosto indirizzati alla
creazione di nuovo lavoro.
Anche a quest’ultimo scopo, ma non solo, l’elenco
degli interventi avrebbe dovuto riservare
un posto d’onore all’ammodernamento ed al potenziamento delle reti
infrastrutturali nazionali per il trasporto dell’acqua, dell’energia
(elettricità e gas), delle informazioni e comunicazioni (cavo ed etere), delle
persone e delle merci; le quali devono essere o tornare ad essere controllate dallo Stato, in quanto monopoli
naturali. Le ricadute sarebbero positive in termini di occupazione e al
tempo stesso fornirebbero un potente volano alle attività delle imprese, degli
enti locali, dei singoli cittadini.
Dove reperire i fondi? Nella proposta c’è
una confusione di base tra nuove risorse economiche da maggiori entrate o
minori spese, che sono quantificate in 111,8 Mdi, e prestiti che andrebbero
concessi dalla Cassa depositi e prestiti, per l’ammontare di 63,5 Mdi. C’è differenza tra una provvista
finanziaria da maggiori entrate o minori spese ed una da indebitamento,
tanto più che la Cassa depositi e prestiti è una banca pubblica, pertanto, in
termini consolidati, non esistono risorse aggiuntive, perché è lo Stato che
presta allo Stato. Ho anche forti dubbi sulla possibilità della Cassa depositi
e prestiti di mettere a disposizione una somma tanto ingente, visto che è già impegnata
ampiamente in una miriade di impieghi decisi politicamente.
Vediamo le ipotetiche maggiori entrate: una
tantum sui patrimoni immobiliari oltre 500.000 euro (25 Mdi); una tantum sui
patrimoni finanziari oltre 880.000 euro (10 Mdi); web tax (8 Mdi); incremento
della tassa sulle transazioni finanziarie (4 Mdi).
Nuovamente mi limito ad un discorso
qualitativo, non avendo gli elementi per entrare nel merito delle stime di entrata.
D’accordo con l’una tantum sui patrimoni immobiliari oltre 500.000 euro
(immagino, dopo avere escluso la casa di abitazione, che è una forma di
previdenza, non un investimento immobiliare); ma perché non introdurre anche una imposta annuale sui patrimoni immobiliari
oltre 500.000 euro, al netto degli oneri finanziari residui ed escludendo la
casa di abitazione? È la proposta presentata in sede di approvazione della
legge di bilancio da alcuni parlamentari di LeU e del PD, che prevede la
contemporanea cancellazione dell’IMU.
L’introduzione
di una imposta progressiva sui grandi patrimoni immobiliari è una indifferibile
necessità di equità fiscale. Alla fine degli anni ’70 del XX secolo nei
paesi economicamente più sviluppati ha cominciato ad affermarsi la dittatura
del mercato, propugnata dal neoliberismo, tuttora dominante, e con essa la
progressiva demolizione dello stato sociale, che nell’Europa occidentale,
finita la secondo guerra mondiale, è stato la base della rinascita economica e
sociale. Di pari passo, si sono ampliate le differenze di reddito e, a caduta,
di patrimonio, tra le classi, con una polarizzazione sempre più accentuata. A metà del 2019 in Italia il 20% più ricco
deteneva il 70% del patrimonio, il 20% più povero solo l’1%, il 60% intermedio
un modesto 29% (dati Credit Suisse).
Tra le proposte c’è anche un’una tantum sui
patrimoni finanziari oltre 880.000 euro, che a me pare sì giusta, ma non
applicabile, pena la fuga dal nostro paese di un’ingente massa di investimenti
finanziari, che, a differenza di quelli immobiliari, possono essere trasferiti
ovunque in una frazione di secondo. Per lo stesso motivo, non credo praticabile
l’incremento dell’attuale tassazione sulle transazioni finanziarie (Tobin Tax),
a meno che non si tratti di un provvedimento concordato quantomeno nell’ambito
dell’Unione europea. D’accordo anche sulla web tax, ma si tratta di un
provvedimento di non facile né immediata applicazione, da prendere anch’esso a
livello dell’Unione europea.
Le minori spese suggerite sono: riduzione
delle spese militari (10,8 Mdi); abrogazione dei sussidi alle fonti energetiche
fossili e bio ed alle produzioni inquinanti (23,5 Mdi); cancellazione delle
opere clima-alteranti e che danneggiano la salute e l’ambiente (30 Mdi);
cancellazione dei fondi devoluti alle fazioni armate libiche per trattenere i migranti
(0,5 Mdi).
Queste proposte, qualora accolte,
richiederebbero un’applicazione graduale; pertanto, i risparmi ipotizzati non
sarebbero immediati. Inoltre, gli interventi ecologici sono evocati in modo
decisamente generico e semplicistico. La
questione ambientale non si risolve con gordiani tagli di sussidi o di opere,
non meglio specificate. Essa richiede un piano integrato di lungo periodo, che
affianchi alla riduzione delle emissioni inquinanti un incremento dei
disinquinanti tale da azzerare i danni ambientali.
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