mercoledì 6 dicembre 2023

La delibera ANAC sulle criticità ed irregolarità della gestione amministrativa del Comune di Termoli e la versione dell’Amministrazione.

 

Il 21 novembre 2023 è stata notificata al Comune di Termoli la delibera ANAC n. 518 dell’8 novembre 2023, relativa agli esiti dell’ispezione effettuata il 26 e 27 ottobre 2022, dove si afferma che «l’attività ispettiva effettuata ha consentito di verificare e riscontrare numerose criticità/irregolarità con riferimento agli appalti esaminati»; inoltre, si constata la mancata comunicazione di dati alla BDNCP (Banca dati nazionale contratti pubblici). Riguardo a quest’ultimo inadempimento, l’Autorità ha dato all’Amministrazione comunale 30 giorni di tempo dalla ricezione della delibera per fornire i dati mancanti, altrimenti si avvierà il procedimento sanzionatorio previsto dall’art. 222, comma 13, del DLgs 36/2023 (sanzione amministrativa da 500 a 10.000 euro). L’Amministrazione comunale ha inteso dare la sua versione, convocando per il 5 dicembre 2023 una conferenza stampa. Qui di seguito si riferisce della delibera ANAC e della relativa conferenza stampa.

Alla conferenza stampa sono presenti il Segretario Generale part-time (44,44% Comune di Termoli, 55,56% Provincia Campobasso) dottor Domenico Nucci ed il neodirigente a tempo determinato dottor Ulisse Fabbricatore (nominato il 7 novembre 2023 dal Vicesindaco Reggente, con incarico illegittimamente triennale, che invece scade con il mandato sindacale), in qualità di responsabile della Centrale Unica di Committenza, che gestisce appalti e concessioni dei comuni di Termoli, Campomarino, Guglionesi e Casacalenda. Del Vicesindaco Reggente neppure l’ombra, come se i rilievi dell’ANAC riguardassero solo aspetti tecnici, estranei alle responsabilità dei politici.

Veniamo ali appalti controllati dall’ANAC, che sono solo sette, tra questi mancano appalti e concessioni “pesanti”, come quelli riguardanti: il trasporto pubblico locale ed interventi connessi; il servizio idrico integrato; la gestione dei rifiuti; una parte dei programmi sociali.

1. Servizi di supporto per la gestione dei procedimenti sanzionatori previsti dal codice della Strada: l’appalto è stato prorogato oltre i termini contrattuali, quanto all’esecuzione del contratto, «risultano assenti […] gli atti predisposti dalla Stazione Appaltante ai fini di un effettivo controllo delle prestazioni dell’appaltatore e di una concreta verifica di come queste siano o meno in linea con quanto previsto dalla documentazione di gara e/o di contratto».

2. Servizio di Assistenza Domiciliare Anziani: è carente e generica la documentazione relativa all’esecuzione del contratto, che non viene protocollata.

3. Servizio organizzazione e gestione attività di accoglienza, tutela e integrazione a favore di richiedenti titolari di protezione e dei loro familiari di cui al sistema di protezione Fondi SAI (ex SIPROIMI ex SPRAR): «con riguardo ai profili inerenti i controlli in fase esecutiva si evidenziava come, nell’ambito della documentazione resa disponibile dal Comune, fossero presenti unicamente i verbali di quattro riunioni […]. Oltre a tale documentazione non è presente alcun documento/provvedimento a comprova dell’avvenuta effettuazione di ulteriori attività di verifica e/o controllo del corretto adempimento delle prestazioni da parte dell’appaltatore nonostante nella documentazione contrattuale siano presenti specifici riferimenti alle predette attività». Successivamente sono stati consegnati altri 4 verbali e 3 attestazioni del DEC (direttore dell’esecuzione del contratto).

4. Servizio gestione Asili Nido - Scuola dell’Infanzia: con riguardo alla fase esecutiva del servizio, si evidenzia che la documentazione resa disponibile, «sia comunque stata predisposta tutta dall’appaltatore e, in tal senso, sia inidonea a comprovare - se non accompagnata da altri elementi - il regolare svolgimento della prestazione nel rispetto dei patti contrattuali.» Successivamente «è stato trasmesso un unico ulteriore Verbale (“Verbale del 26 Maggio 2023 sulla verifica delle attività svolte presso gli asili nido comunali”, sottoscritto da RUP (responsabile unico del procedimento, ndr) e DEC dell’appalto, privo del numero di protocollo del Comune.»

5. Servizio di vigilanza ambientale sul territorio comunale: «nonostante siano menzionate nell’elenco allegati, non risultavano pervenute le “Relazioni mensili delle Guardie Ecologiche”; con riguardo poi alle relazioni mensili del DEC, nella documentazione resa disponibile dal Comune di Termoli, era presente un’unica relazione, peraltro inerente anche altri servizi in corso e in merito ai quali il DEC svolgeva la propria funzione di controllo, riguardante il solo mese di settembre del 2022.»

6. Servizio Brokeraggio assicurativo 2016/2017: «risultando apparentemente il servizio prorogato di fatto sino all’anno 2022 in assenza di formalizzazione attraverso alcun atto»; inoltre, non è stato possibile rintracciare il contratto con il broker.

7. Servizi di pulizia immobili comunali: carente la verifica delle attività svolte.

Riguardo in generale alle procedure di acquisizione di beni e servizi, l’esistente “Regolamento per la disciplina dei contratti” è decisamente carente e l’ANAC consiglia di riscriverlo completamente. Sempre in tema di pubblicità e di accessibilità dei documenti contrattuali, è emerso che su 574 contratti inferiori a 40.000 euro, sottoscritti nel quinquennio 2018-2022, per 89 (15,5%) non è possibile accedere ad alcun documento, in quanto i RUP che li hanno gestiti sono andati in pensione e l’accesso ai dati contrattuali è riservato appunto ai RUP. È incredibile che non sia prevista una procedura di conservazione e leggibilità dei dati contrattuali in caso di impedimento o di cessazione del rapporto di lavoro del RUP. In estrema sintesi, ANAC rileva: controlli carenti riguardo all’attuazione dei contratti; eccessivo ricorso alle proroghe, che si traducono in affidamenti senza gara; documentazione carente, a volte assente.

Nella conferenza stampa sia il dottor Nucci che il dottor Fabbricatore hanno “sdrammatizzato” le contestazioni dell’ANAC. Per il dottor Fabbricatore si tratta di «una tempesta in un bicchiere d’acqua», le irregolarità riguardano solo sette appalti, dimenticando che sono stati controllati solo sette appalti. Il dottor Nucci ha affermato che i rilievi riguardano aspetti formali e non sostanziali e che come struttura si sono sentiti ingiustamente bersagliati, pur riconoscendo che il “Regolamento per la disciplina dei contratti” vada adeguato. Riprendendo la parola, il dottor Fabbricatore ha sostenuto che il ricorso alle proroghe contrattuali è addebitabile al Covid. Le relazioni dei DEC non vengono protocollate, perché si tratta di professionisti di fiducia. Gli uffici comunali operano con massimo rigore e professionalità. Di nuovo il dottor Nucci, informa che – anche per superare la perdita di documentazione se il RUP esce dall’organico – il Comune introdurrà il fascicolo digitare di ogni pratica. Quest’ultima mi sembra un’ottima iniziativa e l’unica cosa utile emersa dalla conferenza stampa.


giovedì 23 novembre 2023

Eolico Offshore Molise perde pezzi, ma non abbastanza

 

Nel silenzio delle fonti ufficiali governative, nazionali e regionali, da informazioni fornite alla stampa da Maverick, si apprende che il progetto denominato “Eolico Offshore Molise” prosegue l’iter amministrativo, ma che per strada ha perso pezzi.

Il “pezzo” che è stato cancellato del tutto è l’impianto per la produzione e lo stoccaggio dell’idrogeno, che si voleva collocare nel nucleo industriale di Termoli. Questa parte del progetto, che è poco definire strampalata, è caduta evidentemente per totale mancanza di misura e di concretezza. Si favoleggiava di un impianto della potenza di 0,8 GW (gigawatt) - contro un obiettivo Italia di 5 GW entro il 2030 - che avrebbe dovuto produrre 48.000 tonnellate di idrogeno all’anno, consumando 570 milioni di litri all’anno di acqua potabile, pari al consumo annuo di 7.100 persone, senza tuttavia avere mercati a cui smerciare tale spropositata produzione.


L’immagine mostra il perimetro della concessione in essere per la coltivazione di idrocarburi (azzurro) e quelli delle concessioni richieste per l’eolico da un’altra società a nord di Punta Penna (verde) e da Maverick, nella 1^ versione (arancione) e nella 2^ (rosso). L’area perimetrata in rosso è ancora eccessiva ed andrebbe almeno dimezzata.

Nella 2^ versione del progetto la potenza installata per singolo aerogeneratore resta di 15 MW; l’intero parco avrebbe dunque la potenza di 1,05 GW. È stato rivisto più realisticamente il fattore di carico (capacity factor), cioè il numero delle ore di lavoro degli aerogeneratori in un anno, riducendolo dal 34,2% al 29,1%. La producibilità annua è stimata in 2.673 GWh (gigawattora), in grado di coprire il fabbisogno elettrico domestico di circa un milione di persone (il comunicato alla stampa parla di 440.000 abitanti, confondendo il numero degli abitanti con quello delle famiglie). Già oggi il Molise produce annualmente intorno a 3.000 GWh (nel 2019 si è arrivati a 3.535 GWh), di cui quasi 1.200 GWh da fonti ecorinnovabili (esclusi biocarburanti) e, tra queste, intorno a 760 GWh dal solo eolico a terra. I consumi elettrici annui in Molise di famiglie ed imprese sono di circa 1.300 GWh; pertanto, con il nuovo apporto dell’eolico a mare l’eccedenza rispetto ai consumi, dai circa 1.700 GWh attuali, salirebbe a quasi 4.400 GWh.

Il Comitato 4 Giugno rivendica sconti sul costo dell’elettricità prodotta offshore, da riconoscere alle imprese, industriali ed agricole, ed «ai cittadini molisani più bisognosi». Questa rivendicazione è discutibile in linea di principio: se ogni regione pretendesse un prezzo ridotto per quanto viene prodotto e consumato all’interno della regione stessa, il mercato nazionale verrebbe sostituito da 21 mercati (19 regioni e due province autonome, con penalizzazione delle realtà più povere. Oltre a ciò, la richiesta di compensazioni economiche in relazione ad impianti per la produzione di elettricità da rinnovabili è espressamente vietata dal DLgs 387/2003, art. 12, comma 6, e dal DM 10/09/2010, Allegato 2, confermati dalle sentenze del TAR Puglia 737/2018 e del Consiglio di Stato 691/2022. Naturalmente le leggi si possono cambiare, ma nel caso di specie è ben difficile che ciò avvenga, per le conseguenze a livello nazionale e per il modesto peso nazionale dei politici molisani; pertanto, si rischia di alimentare aspettative vane.

Vengono sbandierati anche ingenti ritorni occupazionali: 750 nuovi posti di lavoro, tra diretti, indiretti e indotto. A prescindere dalla attendibilità o meno di tale stima, quanti nuovi posti di lavoro riguarderebbero il Molise? Pochissimi, dato che gli impianti (aerogeneratori, pale, torri, sottostrutture galleggianti) verrebbero prodotti in stabilimenti specializzati fuori regione, se non all’estero; il cantiere di assemblamento a terra degli impianti verrebbe fissato nel porto di Vasto, che ha pescaggio maggiore e banchine più ampie di quello di Termoli; le operazioni di trasporto ed ancoraggio degli impianti e la stesa dei cavidotti subacquei richiedono anch’esse attrezzature e personale specializzati. Gli unici lavori che potrebbero essere affidati a ditte e maestranze locali riguardano la posa del cavidotto terrestre, dal punto di approdo alla stazione elettrica della RTN.


Riguardo alla stazione RTN, non sarebbe più quella di Larino – che, come avevamo detto è già quasi satura – ma una nuova stazione elettrica ubicata a Montecilfone. In tal caso, sarebbe opportuno cambiare anche il punto di approdo del cavidotto sottomarino: non più in Contrada Pantano, presso il Biferno, ma in Contrada Petraro, presso il Sinarca; da dove proseguire verso Montecilfone seguendo la SP 113. Sarebbe il percorso più breve e con meno servitù.

Su tutta l’operazione resta da esperire un’accurata VIA (valutazione di impatto ambientale), che tenga conto della fauna marina che ha il suo habitat nella porzione di mare oggetto dell’intervento industriale. Occorre anche individuare metodi di contenimento del forte rumore (92 dB) prodotto dalla stazione di trasformazione della corrente elettrica da continua ad alternata, che andrebbe a interferire con i sistemi di orientamento dei delfini.

Sempre in base a quanto avrebbe comunicato Maverick alla stampa, il parco eolico ridimensionato costerebbe 2,1 miliardi. Un valore un po’ sottostimato, ma corretto come ordine di grandezza. Maverick, che ha un capitale sociale di 2.500 euro, è in grado di investire o comunque di mobilitare risorse finanziarie tanto ingenti? Può aiutarla nel compito la sua controllante Green Bridge, che ha un capitale sociale di 10.000 euro? O il sovventore può essere il proprietario ed amministratore unico di entrambe le società, nonché unico addetto? Domande evidentemente retoriche. Maverick altro non è che una società veicolo, che ha lo scopo di acquisire l’autorizzazione per realizzare il parco eolico a mare, per poi essere venduta ad un investitore industriale che lo realizzerebbe. Transazione legale, ma consentire di acquisire le “carte” ad intermediari che hanno il solo scopo di rivenderle genera due problemi: 1°) allunga la catena del valore ed i costi delle rinnovabili; 2°) agevola l’ingresso nel business di capitali sporchi, sui quali non viene svolto alcun controllo propedeutico al rilascio delle autorizzazioni.

martedì 7 novembre 2023

Legittima la revoca della finanza di progetto riguardante il cimitero di Termoli

 


Il 30 ottobre è stata pubblicata la sentenza n. 287 del TAR del Molise, che ha rigettato quasi del tutto l’istanza contro la revoca della finanza di progetto riguardante il cimitero, presentata dalla società promotrice Cosvim, la quale chiedeva un risarcimento non inferiore a 3.286.992,49 euro. La revoca è stata approvata dalla Giunta comunale una prima volta con la delibera n. 193 del 21 luglio 2022, che è stato necessario ripetere il 20 febbraio 2023 (delibera n. 32), perché la prima è stata invalidata per vizi procedimentali.

Secondo il giudice amministrativo, sono motivazioni di revoca pertinenti, congrue e legittime: 1°) la mancanza del rischio operativo e, in particolare, del rischio di domanda, accollato al Comune; 2°) l’incremento del 50% delle tariffe per la concessione dei loculi, omettendo l’iter procedimentale stabilito dall’art. 20 del Regolamento comunale di polizia mortuaria; 3°) l’aumento generalizzato dei prezzi di realizzazione delle opere, che mette in forse il piano economico-finanziario; 4°) l’assunzione che il valore della concessione (fatturato del concessionario, al netto dell’iva) coincida con quello dell’investimento, mentre il primo è molto più elevato (stimabile in 38,1 milioni contro 14,5).

Quanto alla responsabilità precontrattuale, il TAR ha sostenuto che l’affidamento del privato è legittimo, dunque meritevole di tutela, quando questi si sia comportato con correttezza e secondo buona fede. Non così Cosvim, che era consapevole dei vizi di legittimità della finanza di progetto, come la mancanza del rischio di domanda e la fuorviante equiparazione del valore della concessione a quello dell’investimento. Non sono state riconosciute a Cosvim neanche le spese per la predisposizione del progetto, previste solo nel caso in cui il promotore non risulti aggiudicatario della successiva gara.

Cosvim ha ottenuto solo il rimborso delle spese sostenute dopo l’aggiudicazione della gara, per produrre la relazione geologica ai fini della variante al piano regolatore e la relazione per la verifica di assoggettabilità a VAS (valutazione ambientale strategica). Il TAR non ha potuto quantificare tali spese per mancanza di idonea documentazione contabile ed ha disposto che Cosvim produca la documentazione al Comune di Termoli, il quale, ricevutala, avrà 40 giorni per formulare un’offerta economica motivata. Si tratta comunque di spiccioli. È probabile che Cosvim ricorra al Consiglio di Stato, ma difficilmente potrà ottenere più di quanto ha stabilito il TAR del Molise, data l’accuratezza e la dovizia di argomentazioni della sentenza.

Il felice risultato giudiziario non può occultare la responsabilità della dichiarazione di fattibilità e di pubblico interesse della finanza di progetto della Giunta Sbrocca (delibera n. 306 dell’11 dicembre 2017). La Giunta Roberti, subentrata il 13 giugno 2019, ha fatto proseguire l’iter della finanza di progetto, sorda alle critiche ed alla mozione protocollata il 21 ottobre 2020 dalla consigliera Stumpo della Rete della Sinistra, che proponeva: 1°) la revoca per pubblico interesse della finanza di progetto; 2°) l’indizione della gara di appalto per la realizzazione di almeno 900 loculi nella cinta cimiteriale attuale; 3°) la realizzazione di un secondo cimitero, con impianto di cremazione. La mozione, portata in Consiglio il 26 marzo 2021, è stata bocciata (delibera n. 5) con 19 voti contrari (maggioranza + PD), 5 favorevoli (Stumpo e M5S), un assente. C’è voluto un altro anno e mezzo perché la Giunta Roberti si rendesse conto che Rete della Sinistra e Movimento 5 Stelle avevano ragione. Purtroppo il lavoro nelle commissioni consiliari è spesso inquinato da prevenzioni di parte, che ostacolano un reale ascolto e confronto, che porterebbe vantaggio ai cittadini.

domenica 5 novembre 2023

Spargere liquami si può

 


I termolesi ricordano la rottura della conduttura sottomarina di scarico del depuratore del porto, con sbocco a 1.800 metri a largo del Paese Vecchio, avvenuta il 12/09/2015, in conseguenza della quale venne attivata la conduttura sottomarina di riserva, che scarica ad appena 250 metri dalla costa. Impossibile non vedere e non annusare le conseguenze. Senza bisogno di analisi chimiche, era chiaro che i liquami urbani conferiti al depuratore del porto venivano scaricati tutti o in gran parte senza alcun trattamento. Si è scoperto che il mancato o parziale trattamento dei liquami rappresentava una pratica consolidata da anni, venuta a galla - è il caso di dire – quando è venuto meno lo scarico al largo. Come è stato accertato da varie relazioni tecniche, il depuratore del porto era sottodimensionato e malfunzionante. Nella sua relazione al Tribunale penale di Larino, il consulente tecnico d’ufficio ha segnalato la mancata manutenzione delle sezioni impiantistiche, prima tra tutte la sezione di ossidazione, che è risultata priva di un biorullo, mentre gli altri biorulli non lavoravano a dovere. Eppure nei controlli periodici effettuati dall’ARPA (Azienda regionale per la protezione ambientale) del Molise, tutto risultava nei limiti di legge. Tali controlli si limitavano a riscontrare la carica batterica relativa ad un solo inquinante, l’escherichia coli, pescando nel cosiddetto pozzetto fiscale, che forniva valori più che rassicuranti, perché gran parte dei liquami, quando non tutti, finiva direttamente in mare, attraverso una conduttura di scolmo che salta il depuratore.

A giugno 2016 la Procura di Larino – a seguito di segnalazione della Guardia Costiera del febbraio 2016 – ha avviato un procedimento penale per l’inquinamento da reflui urbani, emerso con la rottura della conduttura di scarico al largo. La vicenda giudiziaria si è conclusa in Cassazione con la sentenza n. 39196 del 03/07/2023, pubblicata il 27/09/2023, che ha dichiarato prescritto il reato, essendo decorsi più di 5 anni da quando (la Cassazione presume a giugno 2018) sarebbe stata riparata la conduttura di 1.800 metri, ponendo fine così all’illecito. Nel punto specifico la Cassazione ha torto, perché ancora il 29/03/2019 il Settore IV del Comune di Termoli verbalizzava la chiusura positiva della conferenza di servizi decisoria relativa alla riparazione della conduttura, evidentemente ancora da farsi; tuttavia, la questione è del tutto trascurabile, in quanto il procedimento penale è stato, per così dire, disinnescato sul nascere dal giudice dell’udienza preliminare (GUP), che ha il compito di fissare il perimetro entro cui il giudizio dovrà svilupparsi. Nel nostro caso, il GUP ha valutato inconsistente l’inquinamento ambientale (452-bis c.p.); pertanto, si doveva trattare solo di getto pericoloso di cose (674 c.p.) e di omissione di atti d’ufficio (328 c.p.). Non è questione da poco, perché l’inquinamento ambientale è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 100.000, mentre il getto pericoloso di cose prevede l'arresto fino a un mese o l'ammenda fino a euro 206; quanto all’omissione di atti d’ufficio, il rifiuto indebito di atti tassativamente urgenti, riguardanti tra gli altri igiene e sanità, è punito con la reclusione da sei mesi ad un anno, negli altri casi (non urgenti) con la reclusione fino ad un anno oppure con una multa fino a 1.032 euro.

Inizialmente gli inquisiti dal Tribunale di Larino erano sette. Per inquinamento e getto pericoloso di cose il responsabile del Settore Lavori Pubblici del Comune di Termoli dal novembre 2014 al 04/11/2015, il responsabile tecnico locale di Crea Gestioni e il legale rappresentante di Crea Gestioni. Per omissione di atti d’ufficio di nuovo il responsabile dell’epoca del Settore Lavori Pubblici ed il suo successore nell’incarico; il sindaco in carica ed il suo predecessore; la dirigente dell’ARPA Molise. Con sentenza del 9 novembre 2021, il Tribunale di Larino ha riconosciuto gli esponenti di Crea Gestioni e il dirigente dei Lavori Pubblici in carica al momento della rottura colpevoli di getto pericoloso di cose e li ha condannati al pagamento di un’ammenda di 150 euro ciascuno - che a seguito della sentenza di Cassazione non dovranno più pagare - l’omissione di atti d’ufficio è caduta per tutti gli inquisiti.

Leggendo la sentenza di Cassazione si scopre che il dirigente dei Lavori Pubblici è il meno criticabile, perché propose, come alleggerimento immediato, di reindirizzare al depuratore di Pantano Basso (sottoutilizzato) parte dei liquami destinati a quello del porto, il che poteva farsi in pochi giorni con una spesa compresa tra 20.000 e 30.000 euro. La responsabilità di questi – dice la Cassazione - deriverebbe dal fatto che «non si attivò per superare il rifiuto oppostogli dal gestore e non adottò alcun provvedimento diretto a realizzare l’intervento che egli stesso aveva individuato e proposto, con la conseguenza che lo scarico di liquami in mare ha continuato a protrarsi

La vicenda che ho sommariamente raccontato offre spunti per diverse considerazioni. La cosa che a me pare più incredibile riguarda l’insussistenza del reato di inquinamento ambientale, sancita dal GUP. Mi chiedo se questi sarebbe del medesimo avviso se la rottura di una fognatura allagasse il giardino di casa sua. Estremamente superficiale è anche limitarsi a considerare solo l’inquinamento da escherichia coli; nei reflui urbani si trovano enterococchi intestinali, cianobatteri (potenzialmente tossici), azoto e fosforo (responsabili dell’eutrofizzazione delle alghe), tensioattivi, metalli, ed altro. Poco chiaro e per nulla rassicurante è il comportamento di ARPA Molise, che per anni non si è accorta di nulla. Trovo scandaloso che gli esponenti politici dell’amministrazione comunale siano stati accusati solo di omissione di atti d’ufficio (da cui sono stati prosciolti) e non anche del conseguente reato di inquinamento (ancorché negato dal GUP). Infine, perché si perdono tempo e risorse per trattare reati bagatellari come il getto pericoloso di cose, ingolfando addirittura la Cassazione? I giuristi fornirebbero 100 e più spiegazioni, ineccepibili in punto di diritto, ma la conclusione a cui giunge il cittadino comune è che spargere liquami si può.

domenica 29 ottobre 2023

La scala delle glorie civiche

 


Indotto dalla bella giornata, primaverile benché siamo in autunno, mi sono offerto una passeggiata al porto di Termoli. Giunto alla rotonda del molo sud, dove si trova una scala che sale a Via Carlo del Croix, sono rimasto di stucco. Per iniziativa del Lions Club Termoli Host, sulle alzate dei gradini della scala sono stati dipinti i nomi dei termolesi e affini ritenuti eminenti, con la relativa “qualifica”: poeta, scrittore, storico, artista, ecc.

Le glorie civiche sono elencate - dai gradini in alto a quelli in basso - in rigoroso ordine alfabetico, con logica egualitaria, indipendentemente dalla caratura delle loro opere. Sul gradino più alto, alla lettera “A”, è menzionato Alfano da Termoli, architetto della cattedrale di Termoli e scultore di elevato pregio, autore, tra l’altro, del pulpito della cattedrale di Ravello e del ciborio dell’altare maggiore del duomo di Bari. A seguire, si va dalla “B” di Basilico Michele (poeta) alla “T” di Tarasca Umberto (fotografo). In totale si contano 28 eminenze, in prevalenza poeti, scrittori e storici, alcuni con doppia o tripla qualifica.

Mi pare inappropriato mettere sulla stessa scala, in senso proprio e figurato, persone le cui opere hanno un valore estremamente differente tra loro ed in alcuni casi discutibile. La distanza tra Alfano da Termoli, Gennaro Perrotta (grecista di livello mondiale), Benito Jacovitti (innovatore del fumetto) e gli altri è abissale. Al terzetto dei grandi si possono aggiungere due ottimi artisti come Basso Sciarretta ed Achille Pace, ma non andrei oltre. Una cosa è l’egualitarismo sociale, di cui sono fautore, altra è mischiare in un unico calderone le glorie civiche, vere o presunte che siano.

venerdì 6 ottobre 2023

Conti e governance del Cosib sono insoddisfacenti

 


Il Cosib (Consorzio per lo sviluppo industriale della Valle del Biferno) è importante per Termoli, sia perché gestisce il nucleo industriale, sia perché il suo andamento economico-patrimoniale ricade sul bilancio consolidato del Comune di Termoli, che detiene il 57% delle quote del consorzio.

Negli otto anni dal 2015 al 2022, il Cosib ha accumulato perdite di conto economico per 2.964.847 euro, che si sono riverberate in un decremento del patrimonio netto di 2.980.101 euro, dai 12.356.790 euro del 2015 ai 9.376.689 euro del 2022.

Particolarmente elevati ed in crescita risultano i costi del personale del Cosib, che nel 2022 hanno raggiunto 2.849.489 euro, pari al 51% del totale dei costi, con un costo medio annuo di 74.987 euro per dipendente, benché nel 2022 siano andati in pensione tre dipendenti a tempo indeterminato e siano entrati in servizio tre operai ed un tecnico con contratti di somministrazione lavoro.

Anche il Collegio dei revisori del Comune di Termoli, nella relazione del 15/09/2023 sul consolidato 2022, ha segnalato che continua a riproporsi un apporto economico-patrimoniale negativo del Cosib e che da parte del consorzio è necessaria una gestione “oculata” dei costi del personale.

Tra i debiti del Cosib risultano 589.159 euro dovuti al Comune di Termoli, a seguito di un contenzioso ICI 2004-2009, definito in Cassazione con sentenza 17/12/2019, ma che attendono tuttora di essere pagati.

Un’area di miglioramento dei conti Cosib può derivare dalla liquidazione di Netenergy srl, società controllata al 100%, che si occupa della gestione della rete metanifera del nucleo industriale, attività per la quale non si capisce a cosa serva una società ad hoc.

Tra l’altro il Tribunale di Milano, con sentenza provvisoriamente esecutiva n. 1482 del 27/02/2023, ha condannato Netenergy al pagamento, in favore di SNAM Rete Gas SpA, di 1.305.446 euro, oltre interessi convenzionali, al netto della somma a credito della Netenergy, per forniture di metano nel periodo 01/12/2011-31/12/2017. L’esecuzione della sentenza porterebbe il capitale sociale di Netenergy al disotto dei limiti fissati dall’art. 2446 c.c. e imporrebbe la ricapitalizzazione o la liquidazione della società.

Insoddisfacente è anche la governance del Cosib, che non assegna al Comune di Termoli il peso che meriterebbe. Nel Consiglio generale (organo politico), composto da 10 membri (presidente, 8 sindaci o loro delegati, Azienda di soggiorno e turismo di Termoli), il sindaco di Termoli detiene tre diritti di voto, gli altri componenti un diritto di voto, dunque Termoli pesa solo per il 25% (3 diritti di voto su 12). Nel Comitato direttivo (organo esecutivo), composto da cinque membri nominati dal Consiglio generale, Termoli ha un rappresentante, ma non il presidente né il vicepresidente. Cosicché il Comune di Termoli – pur conferendo la quasi totalità dell’area del nucleo industriale ed il 57% del patrimonio netto del Cosib – ha nel consorzio un peso marginale, mentre nel Consiglio generale dovrebbe pesare almeno per il 50% dei diritti di voto.

domenica 17 settembre 2023

Le ricadute ambientali e sociali dell’impianto idroelettrico “Pizzone II”

 


Il progetto denominato “Pizzone II” interessa i comuni molisani di Pizzone, Montenero Val Cocchiara e Castel San Vincenzo e quello abruzzese di Alfedena. È detto “II”, perché dovrebbe affiancare e potenziare l’esistente impianto idroelettrico che, dal lago artificiale di Montagna Spaccata, in comune di Alfedena, alimenta la centrale di Pizzone, le cui acque di scarico raggiungono il lago, anch’esso artificiale, di Castel San Vincenzo. Il deflusso idrico da Castel San Vincenzo, accresciuto da alcuni torrenti, raggiunge infine la centrale idroelettrica di Rocchetta al Volturno e da qui il Volturno. Pizzone II prevede la costruzione di impianti completamente nuovi tra i due laghi di Montagna Spaccata e di Castel San Vincenzo, e di un nuovo elettrodotto su tralicci da Pizzone a Montenero Val Cocchiara, dove verrebbe realizzata una nuova connessione con la RTN (rete di trasmissione nazionale) a 220 kV (chilovolt), sulla linea Capriati-Popoli. Nulla cambierebbe in uscita dal lago di Castel San Vincenzo alla centrale di Rocchetta al Volturno.

Da progetto, la nuova centrale di Pizzone ha una potenza installata di 300 MW (megawatt), contro i 19,5 MW della centrale esistente. La novità tecnica non è tanto la potenza accresciuta di 15 volte, ma l’installazione di due macchinari reversibili, in grado di funzionare come turbine oppure come pompe: il turbinamento produce energia elettrica, il pompaggio consuma elettricità per riportare l’acqua dal lago di Castel San Vincenzo a quello di Montagna Spaccata. Il pompaggio consuma circa il 20% dell’elettricità prodotta durante il turbinamento (efficienza 80%). Potrebbe sembrare una tecnica svantaggiosa ed invece i pompaggi rappresentano la forma più efficiente per immagazzinare la produzione elettrica in esubero temporaneo generata da fonti rinnovabili “verdi” (eolico, fotovoltaico, idroelettrico), che altrimenti andrebbe persa. L’altro sistema di stoccaggio della sovraproduzione elettrica è spenderla per ricavare idrogeno molecolare dall’acqua con l’elettrolisi. A parte il forte dispendio di acqua, la produzione elettrolitica dell’idrogeno ha una efficienza del 70%, se l’idrogeno è utilizzato come combustibile ad alto potere termico, che scende al 30%, se invece è utilizzato per rigenerare elettricità tramite pile a combustibile (fuel cell). Attualmente i pompaggi generano circa l’1% della produzione elettrica italiana, ma tale modesta percentuale è destinata a crescere con il crescere delle rinnovabili verdi, che hanno il difetto di dipendere da fattori climatici (vento, sole, pioggia o neve) fuori dal controllo umano.

La centrale “storica” di Pizzone, rinnovata, dovrebbe avere una producibilità annua di 14,9 GWh (gigawattora); quella, tutta nuova, di Pizzone II dovrebbe fornire addirittura 963,8 GWh, con una riduzione dell’inquinamento atmosferico da CO2 di 411.332 t/anno, oltre alla riduzione di altre emissioni inquinanti: 90 t/anno di CO; 210 t/anno di NOx; 56 t/anno di SOx, 2,9 t/anno di polveri. [Studio impatto ambientale, pag. 9.] Sembrerebbe tutto positivo, ma con quali ricadute ambientali e sociali?

La fase di costruzione, che dovrebbe durare 5 anni e mezzo, comporterà la realizzazione di un nuovo elettrodotto su tralicci, di un nuovo tratto di strada, ingenti scavi per le nuove condutture, i pozzi piezometrici, l’alloggiamento in caverna della nuova centrale, l’ampliamento dell’area in superficie a Pizzone. I lavori comporteranno il disboscamento di 11,32 ettari, che saranno rimboschiti per 9,84 ettari, dunque con una perdita permanente di 1,44 ettari; un valore tutto sommato modesto, anche se ci vorrà una ventina d’anni per il pieno sviluppo dei nuovi alberi. Problemi ambientali si annidano non tanto in superficie, ma sottoterra: la nuova condotta, nel tratto tra Pizzone e Castel San Vincenzo, interferisce con numerosi corsi d’acqua sotterranei. «Di conseguenza la possibilità di incontrare un ammasso roccioso disarticolato e saturo appare probabile. […] non si hanno dati sufficienti per conoscere correttamente i rapporti tra gli acquiferi nell’ammasso roccioso e i principali corsi d’acqua presenti. Si sottolinea come a valle di Castel San Vincenzo sono ubicate le sorgenti del Volturno; quindi, nel tratto previsto allo stato attuale dell’opera esiste la possibilità di interagire con fonti di approvvigionamento idrico importanti.» [Relazione tecnica generale, pag. 41.] Detto in maniera più semplice, non solo è probabile che appaiano o scompaiano piccole sorgenti, ma potrebbero essere alterate le sorgenti del Volturno. Un rischio del genere va analizzato con la massima cura in fase progettuale, non certo a lavori in corso.

Il danno ecologico e sociale maggiore e certo sarebbe il “sequestro” e la manomissione dei laghi di Montagna Spaccata e di Castel San Vincenzo. Così si esprime a pag. 42 la Relazione tecnica generale: «Segnaliamo inoltre che i due bacini di Montagna Spaccata e Castel San Vincenzo sono di fatto stati antropizzati con la costruzione di aree di ricreazione sulle sponde dei bacini. Tali attività ad oggi risultano fonte di guadagno per le comunità richiamando molti turisti; in base all’utilizzo dei bacini nella futura configurazione, che prevede notevoli abbassamenti ed innalzamenti dei livelli, tali attività non potranno essere mantenute per motivi di sicurezza.» Che il livello dei laghi non sia costante è pacifico, ma tali variazioni, se naturali, avvengono lentamente a seconda dell’avvicendarsi di periodi piovosi o siccitosi; nel caso dei “nostri” due laghi le variazioni di livello misurerebbero metri ed avverrebbero con la frequenza di poche ore, a seconda dell’alternarsi di turbinaggi e pompaggi. In queste condizioni (aggiungendo per Castel San Vincenzo il risucchio della bocca della pompa posta al centro del lago) appare minacciata la sopravvivenza delle specie ittiche che popolano i due laghi. Recintare i due laghi ne escluderebbe la fruizione da parte dell’uomo e di tutta la fauna circostante, con ricadute negative sul diritto all’ambiente dei viventi ed economiche, riguardanti le attività ricettive e della ristorazione. Questo prezzo è inaccettabile, nonostante i vantaggi generali derivanti dalla riduzione dell’inquinamento atmosferico e della dipendenza energetica dagli idrocarburi.

Altro “capitolo” da approfondire è quello dei vincoli ambientali. Le aree interessate dall’intervento sono di alto pregio ambientale, tanto che ricadono in ben sei Zone speciali di conservazione (ZSC) ed in una Zona di protezione speciale (ZPS), oltre che in altre tutele. Non mi addentro su questi aspetti, non avendo adeguate competenze giuridiche in materia.

Non si possono ignorare gli aspetti amministrativi e procedimentali. L’avviso pubblico della presentazione da parte di ENEL Produzione SpA dell’istanza per l’avvio del procedimento di valutazione di impatto ambientale è stato rilasciato il 7 agosto 2023, con termine di 30 giorni per presentare le osservazioni da parte dei portatori di interesse, invece dei normali 60 giorni, in quanto il progetto rientra nel Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC). Come si fa, nel culmine del periodo feriale estivo, ad esaminare in soli 30 giorni quasi duecento documenti, alcuni molto corposi, riguardanti un progetto ampio e complesso, con numerose sfaccettature (sociali, ambientali, economiche, culturali, tecnico-ingegneristiche, legali)? Tra l’altro, i quattro comuni coinvolti sono piccoli e con dotazioni organiche che si contano sulle dita di una mano. Ad onore del sindaco di Alfedena e della sindaca di Castel San Vincenzo, occorre riconoscere che hanno presentato osservazioni pertinenti e ben articolate.

Unanimemente sono stati chiesti la riapertura dei termini per la presentazione delle osservazioni e preventivi incontri dell’ENEL con le istituzioni e le comunità locali. Il 16 settembre si è appreso che l’ENEL ha chiesto al Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE) di sospendere l’istruttoria di Pizzone II, al fine di aprire un confronto con i portatori di interesse. È positivo che ENEL abbia assunto un atteggiamento dialogante, ma una soluzione positiva – se sarà trovata – non può che scaturire da un radicale ridimensionamento del progetto e dei pompaggi e dalla libera fruizione dei due laghi interessati.

giovedì 17 agosto 2023

Lottare uniti per il salario minimo

 


Anche in Italia – archiviato il decennio rosso 1968-1977 – la reazione capitalista ha ripreso mano a mano le posizioni di potere perdute, armata dell’ideologia neoliberista, secondo la quale compito dello Stato è difendere la proprietà privata e la libertà dei mercati, dove il sostantivo “mercati” maschera i gruppi di potere ristretti che operano in regime di oligopolio se non di monopolio. Una componente essenziale dell’ideologia neoliberista è quella di eliminare le tutele ed i vincoli riguardanti quello che chiamano il “mercato” del lavoro, come se si trattasse di una merce qualsiasi. In questo modo è svilito il potere contrattuale del lavoro rispetto al capitale ed il “mercato” non è equo, ma dominato dalla parte imprenditoriale. Questo processo storico, avviato più di 40 anni fa, ha raggiunto la sua “perfezione”, emblematica e sostanziale, con il Jobs Act – opera di un governo sedicente di centro-sinistra – che ha completato lo smantellamento dello Statuto dei lavoratori (legge 300/1970).

La conseguenza economica e sociale dell’abbattimento delle tutele e dei diritti dei lavoratori è la riduzione complessiva dei salari reali e la diffusione del lavoro povero, che oggi in Italia – secondo dati INPS – riguarda 2.840.893 lavoratori. La risposta neoliberista non è rivalutare il lavoro ponendo dei vincoli al suo sfruttamento, ma ridurre il “cuneo fiscale”, che in realtà significa ridurre il costo del lavoro per le imprese, scaricando sulla fiscalità generale i “bonus” graziosamente concessi ai lavoratori che, pur lavorando, versano in miseria.

In questo quadro politico, economico e sociale occorre far ripartire il processo inverso, di tutela e valorizzazione del lavoro, in cui la rivendicazione del salario minimo si pone come un tassello importante. Si tratta di una rivendicazione “di minima”, ma non per questo poco importante; anzi, partire dagli ultimi è il modo più giusto che ci sia. D’altra parte il salario minimo fissato per legge non è una rivendicazione massimalista o sovversiva, esso è previsto in 21 dei 27 paesi dell’Unione europea; mancano all’appello solo Danimarca, Svezia, Finlandia ed Austria (paesi dove non esiste il fenomeno del lavoro povero), poi Cipro e l’Italia.

In questa legislatura sono state presentate da esponenti delle opposizioni ben sei proposte di legge per il salario minimo: il 13 ottobre 2022 da Fratoianni (SI), Serracchiani (PD), Laus (PD) e Conte (M5S); il 24 ottobre 2022 da Orlando (PD); il 28 marzo 2023 da Richetti (Azione). Decisamente troppe, specialmente le tre provenienti da uno stesso partito, il PD, evidentemente poco unito al suo interno. Per fortuna, è intervenuta una resipiscenza e le sei proposte sono confluite in una unitaria, presentata il 4 luglio 2023.

Nel frattempo - esattamente il 13 aprile 2023 - anche Unione Popolare ha promosso una legge di iniziativa popolare (non essendo rappresentata in Parlamento) riguardante il salario minimo. Ci si poteva attendere una successiva convergenza politica anche di Unione Popolare sulla proposta di legge unitaria delle opposizioni, ma questa ha invece formulato le seguenti critiche: il salario minimo deve essere di 10 euro, non di 9; esso deve essere adeguato automaticamente ogni sei mesi all’indice IPCA, non ridefinito annualmente da una commissione composta da istituzioni pubbliche e parti sociali; gli aumenti retributivi devono essere a totale carico delle imprese, non in parte scaricati sullo Stato.

Tali distinzioni a me sembrano insufficienti a giustificare la scelta di mantenere una posizione separata rispetto alla proposta, una volta tanto, unitaria delle opposizioni parlamentari. La differenza tra i due importi iniziali – 10 euro contro 9 – non mi pare decisiva, con tutto il rispetto anche per un euro in più, visto che entrambe le proposte prevedono che, oltre alla paga base, vadano considerate le mensilità aggiuntive e le indennità di anzianità od altro. Quanto all’adeguamento all’inflazione, il principio è previsto dalla proposta di legge unitaria, anche se non mediante un automatismo; inoltre la commissione ha anche altri compiti: «monitora il rispetto della retribuzione complessiva sufficiente e proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro prestato»; «raccoglie informazioni e cura l’elaborazione di specifici rapporti o studi periodici sull’applicazione dei contratti collettivi nei vari settori.» Infine, chi paga gli aumenti salariali? Anche la proposta unitaria prevede che siano le imprese a sostenere i costi, fatta eccezione per un periodo iniziale di introduzione della legge, in cui può esserci un contributo pubblico «in favore dei datori di lavoro, per un periodo di tempo definito e in misura progressivamente decrescente, proporzionale agli incrementi retributivi corrisposti ai prestatori di lavoro al fine di adeguare il trattamento economico minimo orario all’importo di 9 euro […].»

Credo che la presa di posizione separata della dirigenza di Unione Popolare sia sbagliata strategicamente ed anche tatticamente, perché conduce all’autoisolamento. Spero che intervenga un ripensamento, che consenta di formare un fronte di lotta compatto, senza la minima incrinatura.

martedì 15 agosto 2023

La Corte costituzionale ha (finalmente) abrogato il “piano casa Molise”

 


Le notizie politiche ed istituzionali riguardanti il Molise sono in genere cattive. Finalmente è arrivata una buona notizia: la Corte costituzionale, con la sentenza 163/2023, ha abrogato la legge regionale 30/2009 (cosiddetto “piano casa Molise”). La sentenza è stata decisa il 19 aprile, ma la pubblicazione è avvenuta il 27 luglio. Sarà stato il caldo eccezionale di fine luglio o la disattenzione selettiva della stampa e degli esponenti politici regionali, la notizia è passata sotto silenzio, benché abbia un impatto enorme sulla gestione dell’urbanistica e del territorio. Per essere esatti, la Corte costituzionale – su ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri (all’epoca Draghi) - ha abrogato tutta una serie di norme contenute nella legge regionale 7/2022, ma qui tratterò soltanto quelle che si riflettono sulla legge regionale 30/2009.

I “piani casa” regionali hanno preso le mosse dall’art. 11 del decreto-legge 112/2008 (Governo Berlusconi), avente lo scopo di ampliare e migliorare il patrimonio immobiliare, nonché di incentivare il settore edile (“primo amore” del Berlusconi imprenditore), con misure straordinarie e temporanee. In Molise il “piano casa” è stato varato con la LR n. 30, dell’11 dicembre 2009 (Giunta Iorio). La legge – essendo straordinaria e temporanea - doveva valere per due anni, dal 1° gennaio 2010 al 31 dicembre 2011; ma è stata prorogata al 31/12/2013 (LR 21/2011 - Giunta Iorio), poi ancora al 31/12/2015 (LR 24/2013 – Giunta Frattura), al 31/12/2017 (LR 7/2015 – Giunta Frattura), al 31/12/2020 (LR 24/2017 – Giunta Frattura), al 31/12/2022 (LR 1/2020 – Giunta Toma), al 31/12/2024 (LR 7/2022 – Giunta Toma). Un bel record, per una legge che doveva durare solo due anni.

Perché il piano casa Molise è una legge nefanda? In poche parole, perché ha consentito incrementi delle metrature fino al 90% e, peggio ancora, di ignorare la destinazione d’uso da piano regolatore, che diventa carta straccia, nonché minori oneri per i costruttori, come l’abbattimento fino all’80% del costo di costruzione (da pagare al Comune) e la possibilità di eludere gli obblighi relativi alla cessione di aree “standard” per il verde, i parcheggi, i servizi, stabiliti dal DM 1444/1968, monetizzandoli oppure cedendo al Comune (se questo accetta) un’area “idonea” in qualunque altro posto nel territorio comunale.

Il DM 1444/1968 è importantissimo per garantire uno sviluppo equilibrato degli insediamenti urbani e dunque una migliore vivibilità. All’art. 3 esso prevede che «[…] per ogni abitante - insediato o da insediare - la dotazione minima, inderogabile, [è] di mq. 18 per spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggio, con esclusione degli spazi destinati alle sedi viarie.» Per convenzione, al medesimo articolo si precisa che, per le abitazioni, si calcola un abitante ogni 25 mq di superficie lorda abitabile, per i servizi (negozi, uffici, bar e ristoranti, ecc.), si conta un abitante ogni 30 mq. Sono esentati i centri storici, quando vi sia comprovata impossibilità materiale di reperire le aree “standard”. Grazie al “piano casa Molise” si poteva derogare ovunque, con il concorso di quelle amministrazioni comunali “sensibili” agli interessi dei costruttori, più che a quelli dei cittadini. Ad esempio, le amministrazioni comunali di Termoli (sia di destra-destra, che sedicenti di centro-sinistra), quando richieste, dal 2010 hanno accettato tranquillamente la monetizzazione delle aree “standard” all’irrisorio prezzo di 40 euro al mq; oppure hanno accettato aree ubicate in zone lontane da quelle di lottizzazione, di dubbia od inesistente utilità per la comunità cittadina (per esempio, costruisco in Contrada Mucchietti e cedo al Comune aree “standard” a Marinelle od a Colle della Torre).

La sentenza della Corte costituzionale ha censurato tre disposizioni contenute, nell’art. 6, comma 6, lettera b) e lettera d), numeri 1) e 2), della LR 7/2022, ultima variazione e proroga del “piano casa”. Il numero 1), lettera d), proroga il “piano casa” dal 31/12/2022 al 31/12/2024; il numero 2), lettera d) proroga dal 30/04/2022 al 30/04/2023 la possibilità di effettuare «interventi comportanti modifiche all’aspetto esteriore degli edifici, anche nei territori assoggettati a tutela paesaggistica sulla base di decreti ministeriali ove vigenti»; la lettera b) prevede l’ampliamento fino al 20% degli immobili residenziali ubicati nei centri storici, esistenti alla data del 31 dicembre 2014.

La Corte costituzionale impernia l’esame giuridico sul fatto che il Codice dei beni culturali e del paesaggio (DLgs 42/2004) prevede che i piani paesaggistici regionali vadano codecisi con lo Stato, mentre quello del Molise è stato promulgato senza alcuna condivisione con il Ministero della cultura. Dice la sentenza: «Ne risulta un quadro normativo regionale in cui l’ampliamento oggettivo degli interventi edilizi in deroga, assentibili secondo la legge sul “Piano casa” (a notevole distanza di tempo dall’approvazione di quest’ultima), non è assistito da adeguate clausole di salvaguardia paesaggistica, in un contesto che tuttora vede inattuate le norme del cod. beni culturali sulla pianificazione paesaggistica condivisa. Tutte e tre le disposizioni impugnate sono, pertanto, costituzionalmente illegittime per violazione della competenza esclusiva del legislatore statale – che, nella materia della tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, ha codificato il principio della pianificazione paesaggistica congiunta agli artt. 135 e 145 cod. beni culturali – e per il conseguente abbassamento del livello di tutela ambientale (art. 9 Cost.).»

Se la vicenda del “piano casa Molise” può dirsi chiusa, non lo è quella della tutela del paesaggio e del rispetto delle regole urbanistiche. In primo luogo la nuova Giunta regionale deve affrettarsi a riscrivere il Piano paesaggistico, questa volta in accordo con il Ministero della cultura; in secondo luogo occorre vigilare che, morto il “piano casa” del 2009, non se ne faccia un altro, più o meno camuffato.

lunedì 7 agosto 2023

Roberti, Iorio ed i fondi europei 2021-2027

 


Il 5 agosto Francesco Roberti e Michele Iorio – rispettivamente presidente ed assessore della nuova Giunta della Regione Molise – hanno emanato un comunicato congiunto, a commento del provvedimento assunto il 3 agosto dal CIPESS (Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) relativo alla ripartizione del FSC (Fondo sviluppo e coesione) 2021-2027, che ha assegnato al Molise 445 milioni di euro. Il tono del comunicato è decisamente entusiastico e ringrazia apertamente il governo Meloni, lasciando intendere che il finanziamento ottenuto sia qualcosa di eccezionale, foriero di grandi opportunità per il Molise. In realtà il provvedimento del CIPESS è del tutto ordinario e non ha particolarmente privilegiato il Molise, rispetto alle altre regioni del Sud; inoltre, l’esperienza mostra che in passato è stata sprecata una quota importante dei fondi “targati” Unione Europea. Un esempio che Roberti conosce bene è quello dei cinque milioni del FSC 2007-2013 assegnati al cosiddetto “Tunnel”, che sono andati perduti allo scadere del 2022 (DL 34/2019, art. art. 44, commi 7, lettera b, e 7-bis), per responsabilità prima della Giunta comunale Sbrocca e poi di quella presieduta dallo stesso Roberti.

Per raccapezzarsi, è necessario un feed-back sui fondi europei in generale ed in particolare su quelli 2014-2020. Esistono due grandi categorie di fondi europei, quelli strutturali (in sigla SIE: strutturali e di investimento europei) e quelli di sviluppo e coesione (FSC); la principale differenza tra le due categorie è che i FSC sono a totale carico dell’UE, mentre i fondi strutturali sono cofinanziati in parte dall’UE e in parte dallo Stato centrale o dalle regioni e province autonome, a seconda del soggetto attuatore.

Per l’Italia gli stanziamenti di fondi SIE 2014-2020 sono ammontati a 94.715 milioni, di cui 63.617 milioni (67,2%) a carico UE, ai quali si sono aggiunti 16.973 milioni di programmi complementari finanziati dallo Stato. I fondi SIE effettivamente impegnati sono stati 77.655 milioni (82,0%). Il Molise ha ottenuto finanziamenti SIE per 411 milioni, di cui 218 milioni (53,0%) a carico UE, più 62 milioni di programmi complementari. Dei 411 milioni di fondi SIE il Molise ha impegnato 341 milioni (83,1%); dei programmi complementari sono stati impegnati appena 7,1 milioni (11,5%). È da rimarcare che il contributo europeo per il Molise è stato inferiore alla media generale, perché la quota UE cambia a seconda del programma e specialmente a seconda del rapporto percentuale tra il reddito per testa regionale e quello medio dell’UE. Nel periodo 2014-2020 il Molise era nella fascia intermedia, detta “in transizione” (reddito per testa tra il 75% ed il 90% della media UE), che beneficiava di un cofinanziamento UE più alto delle regioni “più sviluppate” e più basso delle regioni “meno sviluppate”.

Il FSC 2014-2020 ha avuto dalla UE la disponibilità di 84.330 milioni, di cui 1.965 milioni (2,3%) assegnati al Molise. A livello nazionale sono stati impegnati 41.945 milioni (49,7%); in Molise sono stati impegnati 1.402 milioni (71,4%).

Fine del feed-back, torniamo al settennato 2021-2027. Lo stanziamento per i fondi strutturali è pari a 75.055 milioni, di cui 42.698 milioni (56,9%) cofinanziati dall’UE. I fondi strutturali a gestione nazionale ammontano a 26.563 milioni (15.282 milioni a carico UE), quelli a gestione regionale a 48.492 milioni (27.416 milioni coperti dall’UE); di questi, al Molise sono riservati 402 milioni, con cofinanziamento UE di 282 milioni, pari al 70% del totale. La quota UE è cresciuta perché il Molise da regione “in transizione” è passato a regione “meno sviluppata” (reddito per testa minore del 75% della media UE). In media le regioni meno sviluppate (tutto il Sud, meno l’Abruzzo) hanno ottenuto 1.446 euro/abitante; il Molise si colloca sotto la media con 1.389 euro/abitante, il massimo lo ha ottenuto la Basilicata, con 1.832 euro/abitante. Ai fondi strutturali si aggiungono altri fondi, gestiti a livello centrale, che portano le risorse per il complesso delle politiche di coesione a 78.186 milioni, di cui 44.698 milioni coperti dall’UE. Una novità importante è che le regioni meno sviluppate, di volta in volta, possono chiedere di elevare la quota UE fino all’85%, previa delibera CIPESS, su proposta del Ministero per il Sud e di concerto con il MEF (DL 152/2021, art. 23, comma 1-ter).

Se confrontiamo il settennato 2014-2020 con quello 2021-2027, i fondi strutturali complessivi sono calati di 19.990 milioni, con una riduzione del cofinanziamento UE di 20.919 milioni; quelli per il Molise si sono ridotti di soli 9 milioni, ma con un incremento di 64 milioni della quota a carico dell’UE, in conseguenza del declassamento del Molise da regione in transizione a regione meno sviluppata.

Al momento per il FSC 2021-2027 è prevista una dotazione complessiva di 73.500 milioni, di cui 53.943 milioni gestiti regionalmente; riguardo a questi c’è stata una prima anticipazione di 3.053 milioni, portata a 32.366 milioni dalla delibera CIPESS del 3 agosto 2023. In forza di tale delibera, per il Molise sono diventati disponibili i 445 milioni, una parte dei quali, esattamente 18 milioni, si possono utilizzare per il cofinanziamento regionale dei fondi strutturali. Proprio questo dettaglio ha scatenato l’entusiasmato degli esponenti regionali di destra-destra, perché la situazione finanziaria, economica e patrimoniale della Regione Molise è prossima al dissesto, con il rendiconto 2022 ancora da approvare e quello 2021 bocciato dalla Corte dei conti. In “soldoni” la Regione Molise non ha i soldi per attivare i 402 milioni di fondi strutturali, che dovrebbe cofinanziare con 120 milioni; se – caso limite – il CIPESS dovesse approvare la riduzione al 15% del cofinanziamento regionale su tutti i progetti molisani, fermi restando i 282 milioni UE, il Molise dovrebbe sborsare 50 milioni per avvalersi di 332 milioni di fondi strutturali (70 milioni in meno).

I FSC 2021-2027 attualmente assegnati al Molise sono pari a 1.535 euro/abitante, un valore più alto di quello medio delle regioni del Sud, che è di 1.313 euro/abitante; in questa classifica primeggia ancora la Basilicata, che ha ottenuto 1.761 euro/abitante.

Nel confronto tra il FSC del 2014-2020 e quello programmato del 2021-2027, a livello nazionale troviamo 10.830 milioni in meno (da 84.330 milioni a 73.500 milioni), a livello del Molise la riduzione è di 1.223 milioni (da 1.965 milioni a 742 milioni), il 62% in meno.

I FSC 2021-2027 assegnati finora alle regioni rappresentano il 60% di quanto programmato; pertanto il Molise dovrà ancora ricevere i 297 milioni che mancano per raggiungere i 742 milioni previsti. Quando saranno assegnati anche questi fondi c’è da giurare che i governanti locali se ne attribuiranno il merito, mentre è stato tutto già deciso con le leggi di bilancio 2021 (Governo Conte 2) e 2022 (Governo Draghi).

 

NOTA – Fonte dei dati: Ragioneria Generale dello Stato, Monitoraggio politiche di coesione 2023 (dati aggiornati al 30 aprile 2023).


lunedì 17 luglio 2023

Incompiute e malcompiute delle piscine nel parco comunale di Termoli


Correva l’anno 1974 quando il sindaco Di Giandomenico inaugurò nel parco comunale di Termoli una piscina pubblica, anzi due: una piccola ed una grande. La vasca grande doveva essere lunga 25 metri e profonda 1,60 metri, consentendo di tenere le gare in vasca “corta”, ma il progettista, considerato un’autorità indiscussa, propose l’aggiunta delle piattaforme per i tuffi (a 3, 5 e 10 metri), il che comportò: 1°) l’aumento della profondità della vasca a 4,80 metri nella zona dei tuffi, per poi salire gradualmente fino ad 1,60 metri; 2°) l’allungamento della vasca a 33 metri, per le regole di sicurezza nei tuffi. Codesti “miglioramenti” causarono due conseguenze nefande: un notevole incremento dei costi di funzionamento, dovuto alla triplicazione della quantità d’acqua necessaria a riempire la vasca; l’impossibilità di tenere competizioni natatorie ufficiali, che richiedono vasche da 50 o 25 metri di lunghezza. L’impianto era altresì scoperto, il che limitava il suo utilizzo alla stagione estiva. Comunque sia, la piscina funzionò per due o tre lustri, fino a quando il torrente Rio Vivo non esondò, allagando l’impianto e, soprattutto, i locali tecnici che ospitavano pompe, motori e filtri, i quali (non essendo stata prevista alcuna protezione in caso di inondazione) andarono completamente distrutti. L’evento, unito alla concomitante apertura di una piscina comunale coperta, determinò l’abbandono dell’impianto, che poco a poco si ridusse ad un rudere.

Passano i decenni, finché nel 2017 l’amministrazione Sbrocca candida il recupero dell’impianto ai finanziamenti del Fondo Sviluppo e Coesione 2014-2020, per l’importo totale di 937.615 euro; l’idea iniziale è «la ristrutturazione del vecchio edificio a servizio dell’impianto oltre alla riqualificazione e copertura della vasca piccola, e la riqualificazione della vasca grande e delle relative pertinenze» (delibera di Giunta n. 225, del 02/08/2017). La Regione, che gestisce il FSC 2014-2020, ammette il progetto tra quelli finanziabili – con un contributo di 600.000 euro, mentre i restanti 337.615 euro resterebbero a carico del Comune (16/02/2018) - e infine lo approva il 18/10/2018.

Non riferisco l’intero procedimento amministrativo che ne seguì, mi limito agli eventi salienti. Il 14/03/2019 (determina n. 544) - poco prima delle elezioni comunali di giugno, che perderà – la Giunta Sbrocca approva una importante variante progettuale: invece del ripristino delle due vasche (grande e piccola), si stabilisce di realizzare una sola vasca, ma olimpionica, di 50 metri per 21, profonda 2 metri. L’aggiornamento genera un aumento dei costi dell’opera ad 1.187.615 euro; i 250.000 euro di incremento sono a carico del Comune, il cui impegno finanziario sale così a 587.615 euro. L’idea di abbandonare le due vasche per realizzarne una olimpionica mi pare condivisibile, salvo il fatto che le odierne piscine olimpioniche sono larghe 26 metri e non più 21, perché ospitano 10 corsie, non 8.

Il 21/05/2020 (determina n. 848) nuova variante, questa volta in corso d’opera. Non è dato sapere esattamente da quale mente sia scaturita la variante; la relativa determina dice genericamente che l’Amministrazione (dunque quella Roberti, subentrata a quella Sbrocca il 13 giugno 2019) ha sentito l’esigenza «di suddividere la vasca natatoria della piscina in due unità da 25 mt. mediante utilizzo di “pontile mobile”, al fine di ottimizzare gli spazi e gestire attività diverse in contemporanea; tale circostanza, comporta di conseguenza di variare l'estensione della lunghezza della vasca di mt. 1,50 con conseguenti opere di adeguamento come i percorsi relativi ai servizi igienici del pubblico; […]». La sottolineatura è mia. La decisione lascia sconcertati. La suddivisione della vasca in due sezioni, dove svolgere in contemporanea attività diverse, si può ottenere semplicemente stendendo a metà vasca una sagola con dei galleggianti, come si fa per delimitare le corsie, senza introdurre un pontile mobile, costoso da realizzare e da gestire. Se proprio ci si vuole complicare la vita e si decide di allestire un pontile mobile, bisogna anche preventivarne il costo di costruzione e finanziarne la spesa; invece non è stato preventivato né stanziato un centesimo. A lavori ultimati (a febbraio 2023 è stato rilasciato il certificato di regolare esecuzione) ci troviamo con una piscina “super-olimpionica” da 51,50 metri, inutilizzabile per le competizioni, visto che del pontile mobile non c’è neanche l’ombra.

Intanto sono ulteriormente cresciuti i costi. Ci si è resi conto che l’impianto fognario che serviva le vecchie piscine era completamente da rifare; così il Comune ha dovuto sobbarcarsi l’ulteriore spesa di 210.000 euro, coperti con un mutuo della Cassa depositi e prestiti. Il costo totale dell’opera ha così raggiunto 1.437.370 euro, di cui 620.085 euro finanziati dal FSC 2014/2020 e 817.285 euro a carico del Comune.

Le vicende della nuova piscina nel parco non finiscono qui. Come si è detto, l’opera è stata progettata, appaltata e realizzata scoperta, ma l’amministrazione Sbrocca aveva previsto che la copertura venisse realizzata a cura e spese della società che si fosse aggiudicata la finanza di progetto per la gestione ventennale del trasporto pubblico di Termoli e di altri servizi, tra i quali la piscina stessa (naturalmente gratis). Peccato che tra i documenti di gara manchi qualunque indicazione tecnica ed economica che descriva tale copertura. Nonostante che questa finanza di progetto sia piena zeppa di illegittimità amministrative - censurate dal Consiglio Generale dell’ANAC nell’adunanza del 12/01/2022 - il procedimento viene continuato e concluso dalla subentrata Giunta Roberti, con l’aggiudicazione il 20/07/2020 a GTM srl di Giuseppe Larivera e la decorrenza del contratto e della convenzione dal 1° settembre 2021. E la copertura? A novembre 2021 GTM srl presenta un progetto, accettato senza critiche dall’Amministrazione comunale, dove la copertura non è altro che una tettoia priva di infissi, realizzata in legno lamellare, «che potrà essere utilizzata prevalentemente nella stagione estiva».

Arriviamo all’inaugurazione dell’opera, avvenuta il 22/06/2023, immediatamente prima delle elezioni regionali del 25-26 giugno, con l’impianto che non dispone ancora della tettoia e men che meno del pontile mobile. La storia continua.

 

domenica 2 luglio 2023

Considerazioni sulle elezioni regionali in Molise del 25-26 giugno 2023


 

Un’analisi accurata del voto dei molisani alle regionali appena concluse richiederebbe la conoscenza dei risultati e dei flussi articolati per sesso, età, grado di istruzione, attività svolta, classe sociale, luogo di residenza. Dati stimabili con un’indagine demoscopica che non c’è o, se c’è, non è di dominio pubblico. Ciò nonostante, alcune considerazioni generali si possono fare con l’ausilio dei soli risultati elettorali generali.

Cominciamo dalla partecipazione al voto. Il dato ufficiale dei votanti rispetto agli elettori, raffrontato con le regionali del 2018, mostra un calo percentuale non particolarmente accentuato dal 52,2% al 47,9%. Si è però rilevato che alle regionali sono inclusi tra gli elettori anche i molisani residenti all’estero, la cui reale partecipazione al voto è trascurabile, se non nulla. Tenendo conto solo degli elettori residenti in regione, nel 2023 ha votato il 64,8%, contro il 68,3% del 2018. Per chiarezza, ho ricalcolato la partecipazione al voto confrontando i votanti (157.181 nel 2023) con i soli elettori residenti in Molise (242.494 nel 2023), non con il numero totale degli elettori (327.805 nel 2023), che include i residenti all’estero. Così ricalcolati, i dati regionali sono confrontabili con la partecipazione al voto nelle politiche del 2022, dove sono elettori solo i residenti in regione, che è stata del 56,6%. La maggiore partecipazione al voto alle regionali, rispetto alle politiche, indica che in Molise il richiamo al voto è più personale che politico. Concetto espresso efficacemente dall’eurodeputato Aldo Patricello in una intervista pubblicata il 25 giugno, quando ha affermato: «Contano le famiglie, si vince annullando l’identità.» In termini più crudi, si vince con le pratiche clientelari, concedendo o, più frequentemente, promettendo favori e protezione, piuttosto che tutelando i diritti; si vince spogliando i cittadini della loro identità civile e riducendoli a clientes.

Un indice della propensione alla personalizzazione e spoliticizzazione del voto si può desumere confrontando il numero dei voti al solo candidato presidente, che riflettono un orientamento politico di area, con quelli totali alla coalizione. Lo schieramento più personalistico è quello detto di centro-destra, dove il 3,7% dei voti raccolti dalla coalizione sono andati al solo candidato presidente, mentre nello schieramento chiamato progressista i voti al solo candidato presidente sono stati l’11,5% del totale ottenuto dalla coalizione.

Venendo ai risultati di coalizione, il dato più eclatante è il balzo in avanti del centro-destra, che ha raccolto il 62,2%, rispetto al 43,7% delle regionali del 2018 ed al 42,9% delle politiche del 2022. I progressisti si sono fermati al 36,2, mentre nel 2018 il M5S da solo ha raccolto il 38,8% e la coalizione guidata dal PD il 17,2%; nelle politiche del 2022 il M5S, sempre da solo, è sceso al 24,3% e la coalizione a guida PD è salita al 23,3%.

I risultati elettorali delle regionali 2018 e delle politiche 2022 potevano far pensare ad una contendibilità delle regionali del 2023, se non ad un vantaggio dei progressisti, dato anche il disastroso quinquennio presieduto da Toma, che i suoi stessi compagni di coalizione hanno preferito mettere da parte. Il risultato del centro-destra è ancora più sorprendente se guardiamo ai consiglieri eletti: nel nuovo Consiglio regionale sono 13, nel precedente 12, di cui ben 9 sono conferme di consiglieri uscenti. A parte il siluramento di Toma ed il cambio del candidato presidente, la nuova maggioranza regionale è un calco di quella precedente; quindi il balzo elettorale non può essere spiegato con un rinnovamento del personale politico di centro-destra, che pure nella consiliatura uscente ha dato pessima prova di sé. Basti menzionare lo stato di “liquefazione” del Servizio sanitario regionale ed il dissesto del bilancio regionale (il rendiconto del 2021 è stato bocciato dalla Corte dei conti nel giudizio di parificazione e quello del 2022 non è stato approvato dal Consiglio uscente).

È vero che anche i progressisti non hanno brillato dal lato del rinnovamento dei candidati e delle proposte politiche. Questo avrebbe potuto favorire un aumento del non voto, che c’è stato, però in misura modesta, insufficiente a spiegare lo spostamento di più di 20.000 voti da uno schieramento all’altro: il centrodestra ha raccolto 94.770 voti, contro i 73.229 del 2018. A favore del centro-destra ha probabilmente giocato anche il conformismo di elettori spoliticizzati, che tendono a seguire l’onda, capaci di passare dal voto al M5S a quello a FdI.

L’interpretazione più plausibile del voto mi sembra quella di classificare gli elettori molisani in tre gruppi: quelli, circa un terzo, che hanno “staccato la spina” con la politica e le istituzioni rappresentative; quelli, minoritari, che votano per credo politico (più a sinistra che a destra); quelli, maggioritari, che non credono alla politica, ma votano la persona o seguono la tendenza del momento.


sabato 10 giugno 2023

Il Comitato 4 Giugno mette d’accordo tutti e tre i candidati alla presidenza del Molise

 


La mattina del 10 giugno si è tenuto a Termoli, presso la Curia vescovile, un incontro pubblico, organizzato dal Comitato 4 Giugno, in cui i tre candidati alla presidenza del Molise sono stati invitati ad esprimersi su un documento degli organizzatori, incentrato sulla produzione in regione di energia eolica e fotovoltaica e sulle ricadute sul territorio, ed a firmare un impegno in sette punti su tali temi. Prima di dare spazio agli interventi dei tre invitati, è necessario qualche cenno sul saluto iniziale del vescovo Gianfranco De Luca e sull’intervento introduttivo di Famiano Crucianelli, che ha riassunto il documento posto in discussione dal Comitato 4 Giugno. Chiuderò con alcuni commenti.

Sull’indirizzo di saluto del “padrone di casa” non ci sarebbe nulla da dire, se non rilevare un’incauta affermazione favorevole al nucleare (ma non in Molise), perché – ha argomentato il presule – si fida della scienza.

Crucianelli ha ricordato l’ineludibilità della transizione ecologica, contro il riscaldamento globale dovuto ai rilasci in atmosfera di CO2. Venendo a questioni locali, ha lamentato l’esorbitante quantità di impianti eolici e fotovoltaici realizzati in Molise su terreni agricoli e l’elevato numero di richieste di nuove concessioni. Tutto ciò in danno di produzioni vitivinicole, olearie e ortofrutticole, oltre che dell’agriturismo, che rappresenterebbero la principale vocazione economica dei nostri territori; pertanto, deve essere sancito il divieto assoluto di realizzare sul suolo impianti eolici e fotovoltaici. Viceversa, deve essere incentivata l’installazione di impianti fotovoltaici sulle coperture degli edifici agricoli. Quanto all’eolico, deve essere realizzato un impianto galleggiante a mare - «solo dopo accurati studi di impatto ambientale, lontano dalla costa e senza contrastare le attività turistiche, di navigazione e della pesca» - «per sostenere, con energia pulita, le esigenze civili e produttive territoriali, a partire dalla Gigafactory di Termoli», anche in termini di riduzione del costo dell’energia elettrica per imprese e famiglie.

Roberto Gravina ha avuto la parola per primo. Egli ha considerato che la transizione ecologica ha molte sfaccettature, ad esempio quella dei trasporti pubblici. Ha ricordato che il Piano energetico ambientale regionale (PEAR) risale al 2017, non è stato dotato dei necessari decreti attuativi, ed ormai può considerarsi superato e da riscrivere. Si è detto favorevole a bandire il fotovoltaico al suolo e ad incentivare quello sulle coperture. È favorevole all’eolico offshore con compensazioni e qui ha fatto l’esempio dei pozzi petroliferi in Basilicata, la cui realizzazione è stata accompagnata da ristori. Concludendo ha affermato che bisogna «chiudere la fase dei no a prescindere.»

La parola è passata a Francesco Roberti. In Molise – ha esordito – abbiamo molte aziende energivore, ad esempio i pastifici. L’eolico offshore è positivo e addirittura crea vantaggi all’ecosistema marino, perché intorno agli aerogeneratori si creano «oasi naturali». Anche lui si è espresso contro il fotovoltaico al suolo, che lo rende sterile. Da ingegnere elettronico – ha precisato – le tecnologie di produzione elettrica realmente verdi sono il geotermico e l’idroelettrico. Il limite dell’elettricità – ha continuato – è che va prodotta e consumata, per non andare perduta. Qui interviene il ruolo dell’idrogeno, come stoccaggio di energia elettrica in eccesso. La questione energetica deve essere affrontata non solo dal lato della produzione, ma anche da quello dei consumi, che vanno ridotti. Roberti ha accennato a Stellantis [che sarà sostituita dalla ACC, ndr], che avrà bisogno di decuplicare i consumi elettrici e quadruplicare quelli idrici. Bene installare pannelli fotovoltaici sulle coperture degli edifici agricoli, con l’aiuto di contributi pubblici. In Molise dovremmo dare maggiore impulso all’idroelettrico, frenato da troppi vincoli. Bisogna anche vigilare su possibili infiltrazioni malavitose nel business dell’energia verde. Infine le tasse: le società di progetto che realizzano impianti insediati in Molise devono avere la sede legale in Molise e pagare qui le tasse.

Terzo oratore Emilio Izzo. Chi si aspettava un intervento “eversivo” è restato deluso. Egli ha rivendicato che da anni lotta contro l’eolico selvaggio, subendo anche minacce personali, ed ha citato il caso di tentativi falliti di installare campi eolici a Sepino ed a Montecilfone. Basta con l’eolico, perché il Molise ha già dato. A seguire, Izzo si è prodotto in un semiserio elogio di Roberti, dichiarando di avere molto apprezzato le sue spiegazioni tecniche e che – se dovesse diventare presidente del Molise – gli chiederebbe di entrare in Giunta, pur essendo di diversa provenienza politica. Tornato alla produzione elettrica da fonti rinnovabili, ha asserito che la prima cosa da definire sono i ristori. Già oggi produciamo più elettricità di quanta consumiamo. Infine, l’eolico galleggiante sarebbe più ecocompatibile, perché le torri non devono essere piantate sul fondale.

Comincio commentando la proposta del Comitato 4 Giugno di divieto assoluto di campi eolici su aree agricole ed invece la loro fattibilità in alto mare, purché – si è detto - non siano impattanti ambientalmente e non confliggano con la pesca, la navigazione e il turismo. La questione non può essere posta in astratto. È arcinoto che è in corso un processo di valutazione del progetto denominato Eolico Offshore Molise (EOM). È in specifico su di esso che bisogna pronunciarsi, senza rifugiarsi in affermazioni generali. Il Comitato 4 Giugno considera o no impattante ambientalmente ed economicamente un campo eolico marino esteso su 295,4 km2, cioè più ampio della somma dei territori di tutti e quattro i comuni rivieraschi del Molise, che ammonta a 261 km2? Inoltre, non è chiaro perché la stessa regola generale – realizzazione del parco eolico previa verifica della compatibilità ambientale, paesaggistica ed economica – applicabile al mare non dovrebbe valere anche sulla terra ferma. Sul suolo si incontrano certamente più vincoli e le situazioni vanno esaminate nello specifico caso per caso, ma non si può escludere in assoluto la coesistenza di impianti eolici e di produzioni agricole (in particolare di seminativi), che nella realtà pratica esiste già da anni anche in Molise. Intorno alle 79 torri eoliche (non centinaia) esistenti in Molise non c’è affatto il deserto, ma campi coltivati.

L’argomento – condiviso da Roberti - che l’eolico sul mare del Molise è necessario principalmente per fornire elettricità verde alla “gigafactory” ACC, per caricare le batterie che saranno prodotte, è del tutto infondato. ACC ha dichiarato che dal 2030, a regime, avrà bisogno annualmente di 40 GWh (gigawattora) di elettricità. Già ora il Molise è in grado di soddisfare di gran lunga tale domanda energetica, in quanto produce annualmente oltre 1.400 GWh di elettricità da rinnovabili, di cui oltre la metà dall’eolico terrestre.

Quanto alla riduzione del costo dell’elettricità per imprese e famiglie, sarebbe stato doveroso informare che, nel caso dell’elettricità da fonti rinnovabili, la legge italiana vieta le compensazioni a favore di regioni e province e quelle meramente patrimoniali a favore dei comuni; in caso di elevato impatto territoriale, sono ammesse misure compensative di carattere ambientale e territoriale, non eccedenti il 3 % del valore dell’elettricità prodotta (DM 10/09/2010, allegato 2, artt. 1 e 2). Non siamo affatto di fronte ad un caso, come quello citato a sproposito da Gravina, riguardante le compensazioni alla Basilicata per i pozzi petroliferi. Le norme si possono cambiare? Certamente. Si stia però attenti a non alimentare facili aspettative.

È estremamente deludente che Gravina abbia stigmatizzato i “noisti” a prescindere, senza chiarire se in tale vituperato novero intenda includere anche coloro che criticano non l’eolico offshore in generale, ma lo specifico progetto EOM, tra i quali si contano molti esponenti del suo stesso partito ed alcuni del PD, suo alleato.

Sempre in tema di eolico offshore, si confonde Roberti quando sostiene che i parchi eolici a mare costituiscono delle riserve marine. La confusione è tra l’offshore su profondità fino a 40-50 metri, dove le torri vengono piantate sui fondali, e quello flottante su profondità maggiori. Nel primo caso (basse profondità) Roberti ha perfettamente ragione, perché la biosfera marina colonizza la parte sommersa delle torri, nel secondo caso (elevate profondità), che è quello del progetto EOM, non è così, perché la sottostruttura galleggiante è soltanto ancorata al fondale.

Venendo alla produzione di idrogeno come sistema di stoccaggio dell’elettricità che la Rete di trasmissione nazionale (RTN) di Terna non riesce a ricevere o a distribuire, Roberti fa di nuovo confusione. il principio da lui enunciato è sacrosanto ed alla relativa tecnica è stato dato il nome “Power to Gas” (P2G); ma nel caso specifico di EOM non si tratta affatto di recuperare la produzione elettrica eccedentaria, che altrimenti andrebbe persa; infatti, si ipotizza di creare nel nucleo industriale di Termoli due impianti con una potenza installata complessiva addirittura di 800 MW (megawatt), che annualmente dovrebbero consumare 2.400 GWh di elettricità e 570 milioni di litri d’acqua dell’acquedotto (quattro volte la capienza del Liscione).

Ha ragione Roberti riguardo alla necessità di vigilare sulla natura degli investitori e del denaro investito nelle rinnovabili; però nuovamente bisogna passare dal generico allo specifico. Il progetto EOM è stato presentato da una società di progetto, Maverick srl, controllata da Green Bridge srl, che insieme hanno un capitale sociale di 12.500 euro, non hanno dipendenti e fanno capo entrambe al sig. R. L., di professione consulente d’impresa. È evidente che R. L. non ha le capacità finanziarie per sostenere un investimento che dovrebbe essere di 5,5 miliardi. Ad aggravare la situazione c’è il fatto che la parte del progetto relativa all’eolico presentata da Maverick srl è copiata di sana pianta dal progetto presentato in precedenza dalla società Iron Solar srl, per un parco offshore flottante nel Basso Adriatico.

Sono di nuovo d’accordo con Roberti, questa volta senza se e senza ma, sul fatto che le società di progetto che investono in Molise devono avere in regione la sede legale e pagare qui le tasse.

Alla fine tutti e tre i candidati alla presidenza del Molise hanno sottoscritto i sette punti proposti dal Comitato 4 Giugno. Non ci si deve meravigliare se alle elezioni il partito maggioritario ed anche in crescita è quello dei non votanti.