Nel silenzio delle fonti ufficiali
governative, nazionali e regionali, da informazioni fornite alla stampa da
Maverick, si apprende che il progetto denominato “Eolico Offshore Molise”
prosegue l’iter amministrativo, ma che per strada ha perso pezzi.
Il “pezzo” che è stato cancellato del
tutto è l’impianto per la produzione e lo stoccaggio dell’idrogeno, che si
voleva collocare nel nucleo industriale di Termoli. Questa parte del progetto,
che è poco definire strampalata, è caduta evidentemente per totale mancanza di
misura e di concretezza. Si favoleggiava di un impianto della potenza di 0,8 GW
(gigawatt) - contro un obiettivo Italia di 5 GW entro il 2030 - che avrebbe
dovuto produrre 48.000 tonnellate di idrogeno all’anno, consumando 570 milioni
di litri all’anno di acqua potabile, pari al consumo annuo di 7.100 persone, senza
tuttavia avere mercati a cui smerciare tale spropositata produzione.
L’immagine mostra il perimetro della
concessione in essere per la coltivazione di idrocarburi (azzurro) e quelli
delle concessioni richieste per l’eolico da un’altra società a nord di Punta
Penna (verde) e da Maverick, nella 1^ versione (arancione) e nella 2^ (rosso).
L’area perimetrata in rosso è ancora eccessiva ed andrebbe almeno dimezzata.
Nella 2^ versione del progetto la
potenza installata per singolo aerogeneratore resta di 15 MW; l’intero parco
avrebbe dunque la potenza di 1,05 GW. È stato rivisto più realisticamente il
fattore di carico (capacity factor),
cioè il numero delle ore di lavoro degli aerogeneratori in un anno, riducendolo
dal 34,2% al 29,1%. La producibilità annua è stimata in 2.673 GWh
(gigawattora), in grado di coprire il fabbisogno elettrico domestico di circa
un milione di persone (il comunicato alla stampa parla di 440.000 abitanti,
confondendo il numero degli abitanti con quello delle famiglie). Già oggi il
Molise produce annualmente intorno a 3.000 GWh (nel 2019 si è arrivati a 3.535
GWh), di cui quasi 1.200 GWh da fonti ecorinnovabili (esclusi biocarburanti) e,
tra queste, intorno a 760 GWh dal solo eolico a terra. I consumi elettrici
annui in Molise di famiglie ed imprese sono di circa 1.300 GWh; pertanto, con
il nuovo apporto dell’eolico a mare l’eccedenza rispetto ai consumi, dai circa
1.700 GWh attuali, salirebbe a quasi 4.400 GWh.
Il Comitato 4 Giugno rivendica sconti
sul costo dell’elettricità prodotta offshore,
da riconoscere alle imprese, industriali ed agricole, ed «ai cittadini molisani
più bisognosi». Questa rivendicazione è discutibile in linea di principio: se
ogni regione pretendesse un prezzo ridotto per quanto viene prodotto e
consumato all’interno della regione stessa, il mercato nazionale verrebbe sostituito
da 21 mercati (19 regioni e due province autonome, con penalizzazione delle realtà
più povere. Oltre a ciò, la richiesta di compensazioni economiche in relazione
ad impianti per la produzione di elettricità da rinnovabili è espressamente
vietata dal DLgs 387/2003, art. 12, comma 6, e dal DM 10/09/2010, Allegato 2,
confermati dalle sentenze del TAR Puglia 737/2018 e del Consiglio di Stato
691/2022. Naturalmente le leggi si possono cambiare, ma nel caso di specie è
ben difficile che ciò avvenga, per le conseguenze a livello nazionale e per il
modesto peso nazionale dei politici molisani; pertanto, si rischia di
alimentare aspettative vane.
Vengono sbandierati anche ingenti
ritorni occupazionali: 750 nuovi posti di lavoro, tra diretti, indiretti e
indotto. A prescindere dalla attendibilità o meno di tale stima, quanti nuovi
posti di lavoro riguarderebbero il Molise? Pochissimi, dato che gli impianti
(aerogeneratori, pale, torri, sottostrutture galleggianti) verrebbero prodotti
in stabilimenti specializzati fuori regione, se non all’estero; il cantiere di
assemblamento a terra degli impianti verrebbe fissato nel porto di Vasto, che
ha pescaggio maggiore e banchine più ampie di quello di Termoli; le operazioni
di trasporto ed ancoraggio degli impianti e la stesa dei cavidotti subacquei
richiedono anch’esse attrezzature e personale specializzati. Gli unici lavori
che potrebbero essere affidati a ditte e maestranze locali riguardano la posa
del cavidotto terrestre, dal punto di approdo alla stazione elettrica della
RTN.
Riguardo alla stazione RTN, non sarebbe più quella di Larino – che, come avevamo detto è già quasi satura – ma una nuova stazione elettrica ubicata a Montecilfone. In tal caso, sarebbe opportuno cambiare anche il punto di approdo del cavidotto sottomarino: non più in Contrada Pantano, presso il Biferno, ma in Contrada Petraro, presso il Sinarca; da dove proseguire verso Montecilfone seguendo la SP 113. Sarebbe il percorso più breve e con meno servitù.
Su tutta l’operazione resta da
esperire un’accurata VIA (valutazione di impatto ambientale), che tenga conto
della fauna marina che ha il suo habitat nella porzione di mare oggetto
dell’intervento industriale. Occorre anche individuare metodi di contenimento
del forte rumore (92 dB) prodotto dalla stazione di trasformazione della
corrente elettrica da continua ad alternata, che andrebbe a interferire con i
sistemi di orientamento dei delfini.
Sempre in base a quanto avrebbe comunicato Maverick alla stampa, il parco eolico ridimensionato costerebbe 2,1 miliardi. Un valore un po’ sottostimato, ma corretto come ordine di grandezza. Maverick, che ha un capitale sociale di 2.500 euro, è in grado di investire o comunque di mobilitare risorse finanziarie tanto ingenti? Può aiutarla nel compito la sua controllante Green Bridge, che ha un capitale sociale di 10.000 euro? O il sovventore può essere il proprietario ed amministratore unico di entrambe le società, nonché unico addetto? Domande evidentemente retoriche. Maverick altro non è che una società veicolo, che ha lo scopo di acquisire l’autorizzazione per realizzare il parco eolico a mare, per poi essere venduta ad un investitore industriale che lo realizzerebbe. Transazione legale, ma consentire di acquisire le “carte” ad intermediari che hanno il solo scopo di rivenderle genera due problemi: 1°) allunga la catena del valore ed i costi delle rinnovabili; 2°) agevola l’ingresso nel business di capitali sporchi, sui quali non viene svolto alcun controllo propedeutico al rilascio delle autorizzazioni.
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