Un’analisi
accurata del voto dei molisani alle regionali appena concluse richiederebbe la
conoscenza dei risultati e dei flussi articolati per sesso, età, grado di
istruzione, attività svolta, classe sociale, luogo di residenza. Dati stimabili
con un’indagine demoscopica che non c’è o, se c’è, non è di dominio pubblico.
Ciò nonostante, alcune considerazioni generali si possono fare con l’ausilio
dei soli risultati elettorali generali.
Cominciamo
dalla partecipazione al voto. Il dato ufficiale dei votanti rispetto agli
elettori, raffrontato con le regionali del 2018, mostra un calo percentuale non
particolarmente accentuato dal 52,2% al 47,9%. Si è però rilevato che alle
regionali sono inclusi tra gli elettori anche i molisani residenti all’estero,
la cui reale partecipazione al voto è trascurabile, se non nulla. Tenendo conto
solo degli elettori residenti in regione, nel 2023 ha votato il 64,8%, contro
il 68,3% del 2018. Per chiarezza, ho ricalcolato la partecipazione al voto
confrontando i votanti (157.181 nel 2023) con i soli elettori residenti in
Molise (242.494 nel 2023), non con il numero totale degli elettori (327.805 nel
2023), che include i residenti all’estero. Così ricalcolati, i dati regionali sono
confrontabili con la partecipazione al voto nelle politiche del 2022, dove sono
elettori solo i residenti in regione, che è stata del 56,6%. La maggiore
partecipazione al voto alle regionali, rispetto alle politiche, indica che in Molise il richiamo al voto è più personale
che politico. Concetto espresso efficacemente dall’eurodeputato Aldo
Patricello in una intervista pubblicata il 25 giugno, quando ha affermato: «Contano le famiglie, si vince
annullando l’identità.»
In termini più crudi, si vince con le pratiche clientelari, concedendo o, più
frequentemente, promettendo favori e protezione, piuttosto che tutelando i
diritti; si vince spogliando i cittadini della loro identità civile e
riducendoli a clientes.
Un indice della propensione alla
personalizzazione e spoliticizzazione del voto si può desumere confrontando il
numero dei voti al solo candidato presidente, che riflettono un orientamento
politico di area, con quelli totali alla coalizione. Lo schieramento più
personalistico è quello detto di centro-destra, dove il 3,7% dei voti raccolti
dalla coalizione sono andati al solo candidato presidente, mentre nello
schieramento chiamato progressista i voti al solo candidato presidente sono
stati l’11,5% del totale ottenuto dalla coalizione.
Venendo ai risultati di coalizione, il dato più eclatante è il balzo in avanti
del centro-destra, che ha raccolto il 62,2%, rispetto al 43,7% delle regionali
del 2018 ed al 42,9% delle politiche del 2022. I progressisti si sono
fermati al 36,2, mentre nel 2018 il M5S da solo ha raccolto il 38,8% e la
coalizione guidata dal PD il 17,2%; nelle politiche del 2022 il M5S, sempre da
solo, è sceso al 24,3% e la coalizione a guida PD è salita al 23,3%.
I risultati elettorali delle regionali
2018 e delle politiche 2022 potevano far pensare ad una contendibilità delle
regionali del 2023, se non ad un vantaggio dei progressisti, dato anche il
disastroso quinquennio presieduto da Toma, che i suoi stessi compagni di
coalizione hanno preferito mettere da parte. Il risultato del centro-destra è
ancora più sorprendente se guardiamo ai consiglieri eletti: nel nuovo Consiglio
regionale sono 13, nel precedente 12, di cui ben 9 sono conferme di consiglieri
uscenti. A parte il siluramento di Toma ed il cambio del candidato presidente, la nuova maggioranza regionale è un calco
di quella precedente; quindi il balzo elettorale non può essere spiegato
con un rinnovamento del personale politico di centro-destra, che pure nella
consiliatura uscente ha dato pessima prova di sé. Basti menzionare lo stato di
“liquefazione” del Servizio sanitario regionale ed il dissesto del bilancio
regionale (il rendiconto del 2021 è stato bocciato dalla Corte dei conti nel
giudizio di parificazione e quello del 2022 non è stato approvato dal Consiglio
uscente).
È vero che anche i progressisti non hanno brillato dal lato del rinnovamento dei
candidati e delle proposte politiche. Questo avrebbe potuto favorire un
aumento del non voto, che c’è stato, però in misura modesta, insufficiente a spiegare
lo spostamento di più di 20.000 voti da uno schieramento all’altro: il
centrodestra ha raccolto 94.770 voti, contro i 73.229 del 2018. A favore del centro-destra ha probabilmente
giocato anche il conformismo di elettori spoliticizzati, che tendono a seguire
l’onda, capaci di passare dal voto al M5S a quello a FdI.
L’interpretazione
più plausibile del voto mi sembra quella di classificare gli elettori molisani
in tre gruppi: quelli, circa un terzo, che hanno “staccato la spina” con la
politica e le istituzioni rappresentative; quelli, minoritari, che votano per
credo politico (più a sinistra che a destra); quelli, maggioritari, che non
credono alla politica, ma votano la persona o seguono la tendenza del momento.
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