martedì 28 dicembre 2021

Disinnescati i decreti Calabria sulla sanità

 


Attualmente le regioni in piano di rientro del disavanzo del servizio sanitario regionale (SSR) sono sette: Lazio, Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Calabria e Sicilia. Di queste, sono commissariate, perché non progrediscono, solo il Molise (dal luglio 2009) e la Calabria (dal luglio 2010). In confronto al Molise, il caso della Calabria si presenta ben più spinoso, sia per le maggiori dimensioni della popolazione (più di 1,8 milioni in Calabria, contro 300.000 in Molise), sia per l’onnipresenza della Ndrangheta, tanto che il Governo (Conte I) ha emanato il decreto legge 35/2019 e successivamente (Conte II) il decreto legge 150/2020, che affidano al commissario ad acta del SSR non solo il potere di firma dei contratti, ma anche il controllo della struttura operativa, togliendo al presidente della regione il potere di nomina dei direttori delle ASL.

Il primo commissario ad acta “plenipotenziario” e “forestiero” nominato dal governo nazionale in Calabria si è rivelato inadeguato ed il 27 novembre 2020, dopo affannose ricerche di un sostituto, è stato nominato il dottor Guido Longo, ex prefetto, che è durato in carica poco meno di un anno, perché il 4 novembre 2021 il Governo Draghi ha nominato al suo posto il dottor Roberto Occhiuto, neoeletto presidente della Giunta regionale calabra, a seguito delle elezioni tenute il 3 e 4 ottobre 2021. Così facendo è stato di fatto annullato lo scopo dei due “decreti Calabria”, che era quello di consentire al Governo centrale di esercitare il potere sostitutivo del Governo locale, quando questo si dimostra reiteratamente ed ampiamente incapace di gestire il servizio sanitario regionale.

Si dirà che Occhiuto è nuovo come presidente della regione, ma la compagine politica che lo ha espresso è uguale alla precedente, così come sono immutate le relazioni di potere sottostanti. Si è detto che Longo non avrebbe inciso più di tanto sul funzionamento del SSR e che avrebbe “soltanto” messo ordine nei bilanci della sanità regionale (scusate se è poco). La questione non sta nelle qualità e nelle intenzioni personali di Occhiuto, di Longo o di chicchessia. La questione è istituzionale e concerne il ruolo che lo Stato centrale deve rivestire di fronte alle autonomie regionali, in campo sanitario e non, quando queste esercitano malamente le funzioni loro delegate. Oggi non abbiamo più il servizio sanitario nazionale, ma 21 servizi sanitari locali (in 19 regioni e due province autonome), con livelli di prestazioni e di efficienza estremamente differenziati, mentre la tutela della salute dovrebbe essere universale, gratuita ed uniforme in tutta Italia.

Atti come il disinnesco dei decreti Calabria sono sintomatici della tendenza politica oggi prevalente di ampliare l’autonomia delle regioni e delle province autonome. Invece di ribilanciare verso il centro il governo della sanità, si vuole estendere il suo meccanismo ad altri servizi e funzioni, in primo luogo alla scuola ed al fisco. La chiamano “autonomia differenziata”, perché ogni regione e provincia autonoma può chiedere quello che più le interessa, come in un mercato istituzionale. Per soddisfare le ambizioni di potere dei “governatori”, come ormai si usano chiamare i presidenti di regione, e dei loro entourage, si sfalda con disinvoltura lo Stato unitario, per tornare alla frammentata italietta preunitaria. Paradossalmente ciò avviene proprio quando la tendenza secolare è verso una globalizzazione sempre più marcata delle società, delle economie e delle culture; quando la dimensione territoriale delle istituzioni che possono esercitare un ruolo è quantomeno subcontinentale.

martedì 14 dicembre 2021

Consiglieri regionali unanimi nel proporre soluzioni impossibili alla crisi della sanità del Molise

È di Albert Camus la bellissima frase: «Siate realisti: chiedete l’impossibile.» (Caligola), dove l’ossimoro tra “realisti” ed “impossibile” esprime efficacemente l’esigenza di un rovesciamento rivoluzionario del modo di pensare e di vivere i rapporti sociali e la società nel suo insieme. I consiglieri regionali del Molise il 7 dicembre hanno votato all’unanimità una mozione contenente quattro proposte per risolvere la crisi endemica del sistema sanitario regionale (SSR), mozione nella quale hanno chiesto l’impossibile, ma senza alcun afflato rivoluzionario, anzi.

Gli ultimi tre lustri del SSR del Molise

Il SSR del Molise è in piano di rientro del disavanzo dal marzo 2007. Commissariato dal luglio 2009, il ruolo commissariale è stato affidato ai presidenti di regione, tranne che per 32 mesi - dal dicembre 2018 al luglio 2021 - in cui si sono avvicendati due commissari governativi. Dal 2007 in poi la spesa di conto economico non è affatto diminuita e dal 2009 si è stabilizzata intorno a 660 milioni l’anno (il dato 2019 è alterato da almeno 40 milioni di ingiustificati accantonamenti per rischi, perché riferiti a penali per un debito verso l’INPS della Regione, non del SSR).


Il finanziamento effettivo, che nel 2007 è stato di 551 milioni, dal 2011 si è anch’esso stabilizzato intorno a 610 milioni, fatta eccezione per il 2016 ed il 2017, anni in cui il SSR del Molise ha ottenuto dallo Stato degli extrafondi. In conclusione, il deficit strutturale del SSR del Molise è di circa 50 milioni l’anno (nel 2016 e 2017 ha raggiunto il minimo, con 11 milioni). Desta meraviglia che la spesa risulti incomprimibile, nonostante i pesanti tagli praticati alle strutture e specialmente al personale, la cui incidenza sulla spesa è scesa dal 34% del 2007 (media Italia 33%) al 23% (media Italia 30%). Il SSR del Molise “vanta” anche il personale più anziano in assoluto, con il 73% di ultra 49-enni (media Italia 57%). Invece di indire i concorsi pubblici per le posizioni di primario, è comune la nomina di facenti funzione. Questa pratica apre il varco a nomine non sempre allineate al merito professionale e indebolisce la figura del facente funzione, verso i suoi collaboratori e verso i superiori gerarchici, che possono sostituirlo ad nutum. Lo smantellamento progressivo della sanità molisana non ha affatto ripianato il disavanzo, ma ha peggiorato i servizi erogati, determinando un altro primato negativo: l’indice di fuga (molisani che si curano fuori regione) più alto in assoluto, in crescita dal 23% del 2013 (Italia 8%) al 30% nel 2019 (Italia 9%).

Le quattro proposte impossibili dei consiglieri regionali del Molise

La prima proposta è l’azzeramento del debito e la copertura dell’ultimo disavanzo del SSR. Non so se tutti i consiglieri regionali, che pure l’hanno votata, hanno chiara la portata economica della loro proposta. Lo stato patrimoniale del 2020 indica debiti per 313 milioni, ma anche crediti per 262 milioni (differenza 51 milioni); la perdita di conto economico del 2020 è di 23 milioni. I consiglieri regionali sembra chiedano allo Stato centrale 336 milioni; se invece per “azzeramento del debito” intendessero del saldo tra debiti e crediti, l’extrafondo richiesto scenderebbe a 74 milioni. Che si tratti di 336 o di 74 milioni, perché il Governo dovrebbe erogare questi fondi? Non certo per premiare i risultati conseguiti dalla regione Molise, decisamente fallimentari. Ma tali finanziamenti straordinari non sarebbero neanche finalizzati alla riorganizzazione del SSR, picconato da quasi 15 anni di cattiva gestione. Il debito non è la causa, ma la conseguenza del disavanzo economico, che a sua volta è conseguenza della cattiva gestione. Nel programma operativo 2022-2024, ancora da definire, bisogna sì chiedere fondi straordinari (150-200 milioni nel triennio), in aggiunta al finanziamento ordinario, ma per finanziare un programma di investimenti, necessari alla ricostruzione di quanto è stato demolito, e solo marginalmente per alleggerire il debito pregresso.

I soldi sono importanti, ma da soli non bastano, se non si interviene anche sulla governance del SSR. Qui veniamo ad un’altra delle proposte del Consiglio regionale: la potestà deve essere affidata al presidente della regione (che ce l’ha già, in quanto anche commissario ad acta), affiancato – chissà perché – dal presidente del Consiglio regionale. Il SSR del Molise ha conosciuto più di nove anni di commissari-presidenti e quasi tre anni di commissari governativi (con poteri sulla spesa) in coabitazione con i presidenti di regione (con poteri sulla struttura operativa del SSR). L’esperienza è stata fallimentare. Per la ricostruzione del SSR del Molise è ora di cambiare registro e di emanare un decreto-legge, sulla falsariga di quelli adottati per la Calabria, che affidi l’intero controllo del SSR (di spesa ed operativo) ad una struttura commissariale indipendente e competente.

Terza proposta: un altro “supporto finanziario” dallo Stato, per offrire incentivi economici ai medici che accettassero di lavorare in Molise. La carenza di medici è un problema nazionale, che nel Molise è un vero macigno: i concorsi che vengono banditi vanno deserti, oppure i vincitori rinunciano, presumibilmente dopo essersi informati meglio sullo stato della sanità nel Molise. L’incentivo economico ci può anche stare, ma senza un credibile programma di ricostruzione del SSR non c’è incentivo economico che tenga ed i professionisti validi si terranno alla larga.

Con la quarta proposta si raggiungono le vette dell’assurdo. In Molise esistono due ospedali pubblici di base, a Termoli e ad Isernia, ed uno di primo livello a Campobasso, conformemente agli standard definiti dal DM 70/2015, che prevedono un bacino di utenza di 100.000 abitanti per gli ospedali di base e di 300.000 abitanti per quelli di primo livello (l’intera regione conta 300.000 abitanti). In realtà questi ospedali, a causa dello smantellamento di cui si è detto, erogano servizi al di sotto di quello che competerebbe alla loro classificazione. Sembra logico rivendicare che – grazie al programma di ricostruzione – tali ospedali recuperino in pieno le funzioni che loro spettano. Non così per i consiglieri regionali molisani, che “rilanciano”, rivendicando la “promozione” degli ospedali di Termoli e di Isernia al primo livello e di quello di Campobasso al secondo, che è il massimo e richiederebbe un bacino di utenza di almeno 600.000 abitanti. Che senso ha? I tanti, troppi molisani che per i servizi ospedalieri e per la specialistica si rivolgono fuori regione oppure in regione a strutture private accreditate non lo fanno perché necessitano tutti o quasi di servizi rari e sofisticati, ma perché negli ospedali e nei poliambulatori pubblici regionali faticano a trovare i servizi sanitari ordinari (altra piaga è quella della lunghezza delle liste d’attesa).

I consiglieri regionali del Molise non sono rivoluzionari

Le quattro proposte rivolte al Governo dai consiglieri regionali del Molise non hanno alcuna possibilità di essere accolte, poiché ingiustificate prima ancora che eccessive dal lato economico. Allora a che servono? Qui si possono ipotizzare due tipi di consiglieri: quelli sprovveduti e disinformati, che sinceramente ritengono plausibili le quattro proposte; quelli avveduti e navigati, che sanno benissimo che le proposte non verranno accolte, anzi, vogliono proprio che vengano respinte, per poter dire al popola molisano: «Vedete. È tutta colpa di Roma.».



domenica 5 dicembre 2021

La gara per il raddoppio ferroviario Termoli-Ripalta non scioglie il “Nodo Termoli”.

 

Il 3 dicembre - a 21 anni esatti da quando il CIPE ha approvato il Programma Infrastrutture Strategiche, che prevede il completamento del raddoppio della ferrovia adriatica - è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il bando per la progettazione esecutiva e la realizzazione della tratta Termoli–Ripalta, lunga circa 18 km, ultima rimasta per completare l’opera. Le offerte dovranno pervenire entro le ore 12 del 31 gennaio 2022 ed i lavori dovrebbero essere completati entro il 2028.

Il Progetto è stato approvato il 24 giugno 2021, con l’ordinanza n. 3 del Commissario straordinario per il raddoppio Pescara–Bari. L’investimento complessivo è di 594 milioni, IVA esclusa (700 milioni con IVA), di cui un milione per lo studio di fattibilità della sistemazione del Nodo (ferroviario) Termoli, che – per l’appunto – è tutto da sciogliere. Dal progetto andato a gara è stata stralciata l’installazione delle barriere antirumore, da inglobare nella progettazione del Nodo Termoli.

Oggetto di critiche da parte delle amministrazioni regionali e comunali è stata in particolare l’altezza delle barriere (più di 7 metri), che – dichiara la Giunta regionale – avrebbe «ricadute negative anche sulla attrattiva turistica della città, sull’indotto economico collegato al settore terziario e sul valore del complessivo patrimonio immobiliare; [inoltre] comporterebbe possibile pregiudizio per la salubrità dell’aria» (delibera 461/2019).

Il parere 73/2021 della Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale sostiene che «occorrerà rivedere il dimensionamento delle barriere progettate in questo primo tratto, prevedendo, per i tre interventi indicati in questo primo tratto, tipologici di barriere o accorgimenti mitigativi, quali piantumazioni vegetali o barriere vegetali acusticamente assorbenti, idonei ad evitare le riflessioni del rumore prodotto delle infrastrutture stradali da parte della superficie esterna delle barriere stesse, effetto questo potenzialmente impattante per i ricettori posti tra le infrastrutture stradali e la linea ferroviaria.» (pag. 69).

Sia il parere tecnico 73/2021 che l’ordinanza commissariale 3/2021 citati, dichiarano che la tratta ferroviaria dovrà essere classificata come “quieter routers”, cioè meno rumorosa, secondo quanto dispone il Regolamento UE 2019/774. Tale regolamento non fornisce prescrizioni sull’infrastruttura ferroviaria, ma sui ceppi dei freni dei carri merci, da realizzare in materiale composito e non in ghisa, il che «riduce il rumore ferroviario fino a un massimo di 10 dB, che rappresenta una riduzione del 50 % del rumore udibile dagli esseri umani.» (considerato 5).

Un vero busillis resta però il Nodo Termoli, se non altro perché la Giunta regionale e quella comunale hanno espresso posizioni opposte.

La Regione sostiene «la indiscussa necessità di evitare la divisione della città ad opera del tracciato ferroviario, provvedere alla ricollocazione e riqualificazione della stazione di Termoli al di fuori del nucleo cittadino, […] favorendo lo sviluppo un sistema intermodale di trasporti in ambito regionale ed interregionale per lo scambio e il transito delle merci sia dalla zona industriale di Termoli che dal porto di Termoli» (DGR 461/2019). Un profilo disegnato a pennello per lo spostamento della stazione di Termoli a Pantano Basso, nell’area ad alto rischio alluvionale di proprietà della Regione medesima. Ma non basta. Per la Regione occorre altresì «eliminare la pericolosità del tratto interessato dal movimento franoso insistente nel comune di Petacciato - ivi incluso un eventuale spostamento del tracciato» (DGR 461/2019). Il Molise abbonda di frane, dovute non solo alle caratteristiche geologiche, ma anche al disboscamento ed alla mancata manutenzione dei crinali e dei regimi idrici. Nonostante ciò, la ferrovia adriatica attraversa il Molise nel suo attuale tracciato ormai da 140 anni senza avere lamentato particolari problemi franosi. Certo che “liberare” dalla ferrovia il tratto costiero da Termoli a Petacciato offrirebbe ricche possibilità di sfruttamento immobiliare della fascia litoranea.

Il Comune di Termoli, al contario, con le delibere di Giunta 280/2019 e di Consiglio 68/2019, rivendica la copertura della stazione attuale, al fine di contenere l’impatto acustico del traffico ferroviario. Una soluzione a mio avviso auspicabile, se realizzata con strutture luminose e semiaperte, come quelle adottate in molte stazioni con esiti funzionali ed estetici encomiabili (si veda ad esempio la copertura a vele della stazione di Lovanio).

Non mi sembra invece condivisibile l’auspicio dell’Amministrazione comunale di «ridurre l’effetto cesura della ferrovia», perché tale cesura è più apparente che reale. Il centro di Termoli è racchiuso in un triangolo rettangolo, con i cateti, a nord e ad est, disegnati dal mare e l’ipotenusa dalla ferrovia. L’impianto ferroviario è scavalcato da due sovrappassi viari; dalla costa est c’è un doppio accesso (via Rio Vivo e via Marinai d’Italia), mentre dalla costa nord si accede da via Colombo; infine esiste un centralissimo sottopasso pedonale. Considerata la modesta dimensione dell’area (circa 28 ettari) e la maglia viaria stretta, ereditata dall’impostazione urbanistica degli anni ’30 del XX secolo, altre connessioni viarie non solo sarebbero inutili, ma addirittura dannose. L’intasamento veicolare che si registra nel centro può essere superato solo trasformandolo in una zona a traffico limitato, ammesso per i veicoli di servizio, tecnici, commerciali, dei residenti in centro e dei clienti delle strutture ricettive che esibiscano la prenotazione.

A questo proposito, tra le compensazioni richieste dal Comune di Termoli ad RFI, torna estremamente utile, anzi indispensabile, la cessione gratuita di piazza Donatori di Sangue e delle aree lungo viale Trieste (ulteriormente ampliabili con la prevista eliminazione di due binari), da adibire a parcheggi immediatamente a ridosso del centro. A piazza Donatori di Sangue in particolare, che ora ospita un parcheggio a raso con circa 120 stalli, potrebbe essere realizzato un parcheggio multipiano (due interrati e tre fuori terra) che triplicherebbe l’attuale capienza.

giovedì 2 dicembre 2021

Il Distretto sanitario di Termoli è quello più in sofferenza

 All’interno della crisi conclamata del servizio sanitario del Molise, dei tre distretti in cui è articolata l’ASReM (Campobasso, Isernia e Termoli) quello più in sofferenza è il Distretto di Termoli, che copre il Basso Molise, dove risiedono 102.000 abitanti, in 33 comuni.

Il progressivo soffocamento del Distretto di Termoli ha avuto la sua manifestazione più eclatante e dolorosa con lo svuotamento e la successiva chiusura del punto nascita dal 1° luglio 2019, bocciata dal TAR, riproposta come «immediata sospensione» il 17 luglio 2021, ora congelata da nuovi ricorsi al TAR. Lo smantellamento dei servizi del Distretto di Termoli non riguarda solo il reparto di ostetricia e ginecologia, ma l’insieme delle strutture, ospedaliere e territoriali.

Da giugno 2021 all’ospedale San Timoteo di Termoli l’emodinamica funziona a singhiozzo. Nei “giorni no”, l’infartuato che giunge a Termoli deve essere trasferito a Campobasso, ritardando i trattamenti di almeno un’ora ed aggravando il rischio di morte del malcapitato. La prassi è ormai quella di comunicare mensilmente i turni di emodinamica soppressi; per questo dicembre possiamo dirci quasi contenti, visto che salterebbero “solo” cinque turni.

Per avere un’idea di quanto sia carente al San Timoteo il personale medico, basta vedere quante ore di prestazioni aggiuntive, cioè di straordinari, vengono praticate tutti i mesi da anni. A settembre 2021 (sono questi gli ultimi dati disponibili) sono state praticate 927 ore e tre quarti di prestazioni aggiuntive, con un sovracosto di 55.665 euro. I medici più torchiati sono stati sei anestesisti e rianimatori, che hanno totalizzato 336 ore in più, dunque una media di 56 ore aggiuntive a testa: in pratica – considerato che la settimana lavorativa ordinaria è di 38 ore - a settembre gli anestesisti non hanno riposato quasi mai. Nella graduatoria seguono: ostetricia e ginecologia, con 197 ore e mezza su sei medici (media a testa 33 ore); pronto soccorso, con 158 ore su quattro medici (media a testa 39 ore); pediatria, con 84 ore su due medici (media a testa 42 ore); cardiologia, con 70 ore su tre medici (media a testa 23 ore); dialisi, con 47 ore e tre quarti su quattro medici (media a testa 12 ore); laboratorio di analisi, con 34 ore e mezza su cinque biologi (media a testa 7 ore). E dire che settembre scorso è stato un mese senza particolari emergenze. Sottoporre i medici ospedalieri a numerosi sovraturni per anni comporta problemi di rispetto del contratto di lavoro, di maggiori costi, di sfinimento fisico e psichico del personale e dunque di rischi per gli assistiti.

Un altro servizio di estrema importanza in affanno nel Distretto sanitario di Termoli è quello di continuità assistenziale (ex guardia medica). Per questo dicembre è stata annunciata la sospensione di 14 turni diurni e 18 notturni, che interessano complessivamente 17.314 abitanti. Per Campomarino (7.757 ab.) e Portocannone (2.369 ab.) “saltano” sei turni diurni e cinque notturni, con sostituzione affidata alla guardia medica di Petacciato. Per Sam Martino in Pensilis (4.669 ab.) ed Ururi (2.519 ab.) ci saranno otto sospensioni diurne, con appoggio sostitutivo a Palata (?!), e tredici notturne, “girate” su Guglionesi.

Al momento c’è un gran parlare del Programma operativo 2019-2021, che è una scatola vuota, ma non si parla affatto del Programma operativo 2022-2024, che invece dovrebbe essere il centro del dibattito e delle proposte per ricostruire il servizio sanitario regionale ed in particolare quello del Basso Molise. Perché? Temo che dipenda dall’incapacità del ceto politico regionale di pensare e proporre un effettivo e radicale programma di ricostruzione, che metta di fronte alle sue responsabilità anche il Governo nazionale, sia per quanto riguarda l’erogazione dei fondi eccezionali necessari per la ricostruzione (150-200 milioni in tre anni) in aggiunta a quelli del riparto nazionale (circa 580 milioni all'anno), sia dal lato della gestione del processo di ricostruzione, promulgando un decreto Molise che lo affidi ad una task force di alto profilo professionale e morale, slegata dalle pastoie locali.

giovedì 25 novembre 2021

Indici LEA inaffidabili ed inadeguati

 Come principio generale, le regioni in disavanzo sanitario, come il Molise, devono predisporre i piani di rientro del deficit economico, garantendo tuttavia i livelli essenziali di assistenza (LEA). In questo articolo sostengo che, in riferimento alla realtà del Molise, gli indici LEA in vigore fino al 2019 ed anche i nuovi LEA, subentrati dal 2020, sono inaffidabili, in quando in disaccordo con i dati di fatto. Successivamente, critico i nuovi LEA, non solo come inaffidabili anch’essi, ma anche come inadeguati a “certificare” il rispetto del diritto dei cittadini a prestazioni sanitarie universali ed omogenee in tutto il territorio nazionale.

Inaffidabilità nel Molise degli indici LEA in vigore fino al 2019

Stando agli indici LEA vecchia serie – che fissano la “sufficienza” a 160 punti – le prestazioni del servizio sanitario regionale (SSR) del Molise nel decennio 2010-2019 sono andate tendenzialmente migliorando, passando dai 126 punti del 2010 ai 180 punti del 2018, salvo ripiombare a 150 punti nel 2019 (gra. 1).

Gra. 1 – Indici LEA in Molise 2010-2019

Non si tratta certo di dati esaltanti, perché comunque prossimi al livello di guardia dei 160 punti, tuttavia il tendenziale miglioramento 2010-2018 dei LEA, così come la repentina caduta del 2019, si scontrano con l’oggettiva e progressiva riduzione delle strutture e dei servizi offerti dal SSR del Molise in tutto il periodo. Lo smantellamento progressivo della componente ospedaliera del SSR molisano è testimoniato dall’indice di fuga, cioè dalla quota percentuale di ricoveri di molisani fuori regione, che dal 2013 al 2019 è andato sempre crescendo, passando dal 23,0% del 2013 al 29,6% del 2019, in evidente contrasto con il presunto miglioramento degli indici LEA (gra. 2).

Gra. 2 - Indici di fuga e indici LEA in Molise 2013-2019

Inaffidabilità nel Molise dei nuovi indici LEA, adottati dal 2020

Qui manca un’analisi dell’affidabilità dei “vecchi” LEA per le altre 18 regioni e per le due province autonome di Trento e Bolzano, ma ho il forte sospetto che l’inattendibilità dei “vecchi” LEA vada oltre il Molise, tanto che lo stesso Ministero della salute, con il DM del 12/03/2019, ha varato il Nuovo Sistema di garanzia (NSG), operativo dal 2020, che ha incrementato la griglia degli indicatori (da 33 ad 88) e creato tre indici LEA distinti, riguardanti l’assistenza distrettuale (alias territoriale, specialistica, farmaceutica, medica primaria), ospedaliera e preventiva, che ricalcano l’articolazione della spesa sanitaria in distrettuale 51%, ospedaliera 44% e “collettiva” 5%, prevista dal DLgs 68/2011, art. 27, comma 3. I nuovi LEA propongono un punteggio “scolastico” in centesimi, con il minimo a zero, il massimo a cento e la sufficienza a 60 centesimi.

Il Ministero della salute ha testato i nuovi LEA calcolandoli per il quadriennio 2016-2019. Per il Molise risultano valori buoni nell’area della prevenzione, insufficienti in quella distrettuale dal 2016 al 2018, ma positivi nel 2019, mentre l’area ospedaliera resta sempre in territorio pesantemente negativo, anche se con un progressivo miglioramento, dai 33,38 centesimi del 2016 ai 48,73 centesimi del 2019 (gra. 3).

Gra. 3 – Nuovi LEA per area in Molise 2016-2019

Il quadro che presentano i nuovi LEA è piuttosto diverso da quello fornito dai vecchi. Per confrontarli, è necessario trasformare i tre indici dei nuovi LEA in un indice sintetico, dato dalla media dei tre indici pesata in base alle percentuali di finanziamento della relativa spesa. Così facendo, il 2019 non è più un anno di crollo delle prestazioni, anzi è quello migliore, in cui si raggiunge la sufficienza (60 centesimi); i tre anni precedenti risultano negativi, mentre con i vecchi LEA sono positivi (gra. 4).

Gra. 4 – Confronto nuovi LEA pesati e vecchi LEA in Molise 2016-2019

Appurato che vecchi e nuovi LEA sono in disaccordo, almeno nel caso del Molise, possiamo fidarci di più dei nuovi LEA? Ritengo di no, quantomeno perché la media pesata dei nuovi LEA mostra un tendenziale miglioramento dei servizi erogati dal SSR del Molise, contro l’evidenza fattuale. Per effettuare una verifica numerica più omogenea, possiamo confrontare gli indici di fuga, che sono relativi ai servizi ospedalieri, con i nuovi LEA dell’area ospedaliera. Nel periodo 2016-2019 troviamo l’evidente contraddizione tra l’indice di fuga in progressivo incremento, dal 27,3% al 29,6%, e l’indice LEA dell’area ospedaliera negativo, ma in miglioramento, da 33,38 centesimi a 48,73 centesimi (gra. 5).

Gra. 5 – Nuovi LEA area ospedaliera ed indici di fuga in Molise 2016-2019

Si può concludere che anche i nuovi LEA sono inaffidabili, almeno nel caso del Molise e riguardo all’area ospedaliera.

Inadeguatezza dei nuovi LEA a “certificare” il rispetto del diritto alla salute di tutti i cittadini

Il criterio dei nuovi LEA, secondo il quale è soddisfatto il diritto alla salute dei cittadini se i tre indici (distrettuale, ospedaliero e della prevenzione) raggiungono il punteggio di almeno 60 centesimi, è in evidente contraddizione con l’art. 32 della Costituzione e con l’art. 1 del DLgs 502/1992, i quali prevedono (implicitamente la Costituzione, esplicitamente il decreto-legislativo) che i servizi sanitari siano prestati in maniera uniforme sull’intero territorio nazionale. Le prestazioni del SSN non devono essere semplicemente “essenziali” (espressione tra l’altro ambigua), ma anche uniformi il più possibile, a Verona, come ad Agrigento. Invece il Nuovo Sistema di Garanzia ritiene accettabile che nei vari territori si possano avere servizi sanitari pubblici molto diversi tra di loro. Si può passare, un po’ come a scuola, dall’appena sufficiente, al buono, all’ottimo, all’eccellente. Certo non si può pensare ad una perfetta identità di prestazioni, ma il divario tollerato, tra 60/100 e 100/100, è abissale e presuppone una inaccettabile diseguaglianza tra i diversi territori riguardo al diritto alla salute, che è uno dei diritti primari che lo Stato deve garantire ai cittadini.

venerdì 19 novembre 2021

Il Cosib ha perso la testa, ma fa finta di niente.

 

(Immagine satellitare della sede del Cosib. tratta da Google Maps.)


Il Cosib (Consorzio per lo sviluppo industriale della valle del Biferno) ha perso la testa, cioè il suo organo eminente di indirizzo e governo, perché - su segnalazione dell’ing. Valerio Fontana, consigliere regionale del M5S - l’ANAC (Autorità nazionale anticorruzione) ha emanato il 13 luglio 2021 la delibera n. 546, con la quale ha stabilito la inconferibilità della presidenza del Comitato direttivo del Cosib al dottor Roberto Di Pardo, la cui nomina (risalente al 12/11/2020) è nulla. Vediamo le argomentazioni dell’ANAC.

La norma di riferimento è il DLgs 39/2013 (legge Severino), art. 7, co. 2, lettera c), ed in particolare il brano seguente: «A coloro che […] nell'anno precedente abbiano fatto parte della giunta o del consiglio di una provincia, di un comune con popolazione superiore ai 15.000 abitanti o di una forma associativa tra comuni avente la medesima popolazione, nella stessa regione dell'amministrazione locale che conferisce l'incarico […] non possono essere conferiti: […] c) gli incarichi di amministratore di ente pubblico di livello provinciale o comunale». Di Pardo, oltre a ricoprire la carica di sindaco di Petacciato dal 12/06/2017 a tutt’oggi, dal 20/05/2012 è consigliere dell’Unione dei Comuni del Basso Biferno (UCBB), sette dei quali partecipano anche al Cosib. Di Pardo fa dunque parte del consiglio di una forma associativa tra comuni che complessivamente superano i 15.000 abitanti.

L’ANAC si è poi interrogata su quale sia la natura giuridica del Cosib, concludendo che esso è un ente pubblico economico, come è detto espressamente all’art. 1, primo periodo, del suo statuto. Che il Cosib sia un ente di diritto pubblico è anche scritto nel dPR n. 1019 del 17 ottobre 1967, con cui il Presidente della Repubblica ha approvato lo statuto del Cosib.

L’ANAC ha infine valutato se il presidente del Cosib possa essere considerato un amministratore di ente pubblico, cioè se – oltre alla rappresentanza generale dell’ente – detenga deleghe gestionali dirette (DLgs 39/2013, art. 1, co. 2, lettera l). Stando all’art. 15 dello Statuto consortile, al presidente non sono conferiti soltanto gli ordinari compiti di rappresentanza legale ed istituzionale, ma anche specifici compiti gestionali.

Ricapitolando, Di Pardo: 1°) è consigliere in carica di una forma associativa tra comuni (l’UCBB) con popolazione superiore a 15.000 abitanti; 2°) il Cosib è un ente pubblico economico; 3°) al presidente del Cosib sono conferiti anche compiti gestionali. Dalla compresenza dei tre fattori ora citati deriva la nullità dell’incarico conferito a Di Pardo, ai sensi dell’art. 17 del DLgs 39/2013: «Gli atti di conferimento di incarichi adottati in violazione delle disposizioni del presente decreto e i relativi contratti sono nulli

L’ANAC ha esaminato anche la posizione del vicepresidente del Cosib, l’avv. Costanzo Della Porta, sindaco di San Giacomo degli Schiavoni dal 06/06/2016 a tutt’oggi, ed anch’egli consigliere in carica dell’Unione dei Comuni del Basso Biferno, la cui posizione sembra analoga a quella di Della Porta. L’ANAC ha invece concluso che in questo caso non sussiste l’inconferibilità, perché manca il terzo requisito, il possesso di compiti gestionali, in quanto il vicepresidente non ha ricevuto deleghe da Di Pardo e non ne ha assunto le funzioni per assenza od impedimento del medesimo.

È finita qui, con Di Pardo che fa un passo indietro ed il Consiglio generale del Cosib che nomina un nuovo presidente, nel rispetto della delibera dell’ANAC? Naturalmente no.

Il 30 luglio 2021 l'Organismo di Vigilanza (OdV) del Cosib - composto dai professionisti esterni avv. Antonio Di Michele e dott. Giovanni Monti, nonché dalla dott.ssa Anna Rubino, dirigente del Servizio contabilità finanza e controllo del Cosib – hanno avviato un procedimento di esame della delibera dell’ANAC, nella veste, a loro dire, di responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza (RPCT). Incorrendo subito in un clamoroso “scivolone”. In base alla legge 190/2012 (anticorruzione), il RPCT è un organo monocratico, scelto dall’organo di indirizzo (Consiglio di amministrazione, Comitato direttivo e simili) «di norma tra i dirigenti di ruolo in servizio [e che abbia] piena autonomia ed effettività» (art. 1, comma 7); in mancanza potrà essere indicato (con motivazione rafforzata) un dipendente non dirigente, che garantisca comunque le idonee competenze; «va evitato, per quanto possibile, che il RPCT sia scelto tra i dirigenti assegnati a uffici che svolgono attività nei settori più esposti al rischio corruttivo, come l’ufficio contratti o quello preposto alla gestione del patrimonio.» (ANAC, Delibera 1064/2019, pagg. 86-87). «È poi da escludere l’eventualità che il RPCT ricopra anche il ruolo di componente o di presidente dell’Organismo indipendente di valutazione (OIV), dell’Organismo di vigilanza (ODV) o del Nucleo di valutazione. Ciò al fine di evitare che vi siano situazioni di coincidenza di ruoli fra controllore e controllato.» (ANAC, Delibera 1064/2019, pag. 88).

L'OdV del Cosib si è dunque intestato arbitrariamente il ruolo di RPCT, ruolo che inoltre nessuno dei suoi tre membri potrebbe ricoprire neanche individualmente, perché Di Michele e Monti sono esterni e la Rubino è sì interna, ma responsabile di un servizio ad alto rischio corruttivo. Scopriamo così che il Cosib non solo non ha il presidente, ma non ha neanche il responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza.

Ciò detto, la delibera dell'OdV del 20 ottobre 2021 perde qualsiasi valore e non meriterebbe di essere commentata; tuttavia credo che a chi legge possa interessare sapere cosa ha argomentato l'OdV, nelle false vesti di RPCT. Secondo l'OdV è irrilevante che Di Pardo e Della Porta siano consiglieri dell’UCBB, in quanto non è questo ente che ha conferito gli incarichi di presidente e vicepresidente del Cosib, travisando quanto dice la legge Severino. L'OdV nega addirittura che il Cosib sia un ente pubblico - quindi non sarebbe applicabile la legge Severino - affermando contro ogni evidenza che esso «non è stato istituito da nessun Ente Locale, tantomeno è finanziato con l’apporto di denaro pubblico, proveniente dalla Regione Molise o da altri enti territoriali, che esprimono i componenti dell’Assemblea [rectius Consiglio] generale del Consorzio, tant’è che è solo vigilato dalla regione Molise.» Lo stato patrimoniale 2020 del Cosib indica un patrimonio netto di 9.755.139 euro, di cui 436.221 euro di fondo di dotazione. Cosa sarebbero questi capitali, se non denaro pubblico? L'OdV afferma che il Cosib è un soggetto autocefalo, ché «Nessuno dei suoi amministratori è nominato dalla P.A., in quanto gli stessi sono nominati dal Consiglio Generale del Consorzio stesso.», dimenticando che il Consiglio generale è formato da rappresentanti di enti pubblici (otto comuni e l’AAST di Termoli). Per l'OdV il Cosib non sarebbe un consorzio di enti locali, ma “un ente di natura associativa” al quale possono partecipare soggetti sia pubblici che privati, tenendo in non cale la circostanza sostanziale che tutti i nove consorziati sono enti pubblici. Quanto agli “incarichi di amministratore di enti pubblici”, l'OdV nega che il presidente e il vicepresidente ne abbiano, ché tutti i poteri gestionali sarebbero solo nelle mani del direttore generale. Infine l'OdV deforma la motivazione dell’ANAC relativa alla non inconferibilità del vicepresidente, accusando la posizione dell’ANAC di contraddittorietà.

Le delibere dell’ANAC si applicano, a meno di errori di fatto e di diritto. È sconfortante che il Consiglio generale del Cosib non abbia tempestivamente provveduto in tal senso e si sia rifugiato dietro la delibera sbilenca di un arbitrario RPCT. Al fine di ridare piena operatività al Cosib dovrebbe ora intervenire la Regione Molise, esercitando il suo potere di vigilanza, nominando un presidente del Cosib con le carte in regola. Se neanche questo accadrà, l’ANAC sarà costretta a intervenire di nuovo, portando il caso alla Corte dei conti.

giovedì 11 novembre 2021

Ciclabile “Parco-Borgo”: soldi spesi male.


I presupposti della ciclabile “Parco-Borgo”, ultimata a fine settembre 2021, risalgono al 19 giugno 2017, con l’emanazione da parte della Regione Molise del bando relativo al Programma di sviluppo rurale (PSR) 2014-2020, assistito da fondi europei. Il 16 ottobre 2017 la giunta comunale di Termoli, all’epoca presieduta dall’avv. Angelo Sbrocca, delibera di partecipare al bando PSR 2014-2020 con un progetto di miglioramento dell’accesso [tramite una pista ciclopedonale] dal parco comunale al “Borgo Antico”, per un costo totale stimato di 400.000 euro, di cui 188.800 a carico del Comune ed i restanti 211.200 euro a carico della Regione. Di rurale mi pare che non ci sia nulla; tuttavia il 4 settembre 2019 la Regione approva il progetto.

Il progetto approvato all’epoca è stato abbandonato il 19 aprile 2021 e sostituito dalla giunta (sindaco ing. Francesco Roberti) con quello infine realizzato, andato a gara il 21 aprile ed aggiudicato il 24 maggio, procedendo di gran carriera in quanto l’opera andava ultimata entro il 17 novembre 2021. Potrebbe sembrare superfluo spendere parole sul progetto abortito, ma esso è talmente bizzarro che merita di essere offerto alla curiosità ed alla meraviglia del lettore. L’opera doveva consistere in un minitunnel lungo circa 45 metri, che avrebbe dovuto attraversare il rilevato della ferrovia e sbucare sul lato mare all’altezza da terra di 5,5 metri; da qui la pista ciclopedonale sarebbe discesa verso l’antistante parcheggio, con una rampa lunga circa 80 metri (per contenere la pendenza), descrivendo un curvone (fig. 1).

Fig. 1 - Area di intervento con inserimento delle opere del progetto abbandonato

    

Dal parcheggio la pista ciclopedonale si sarebbe connessa con quella (in realtà solo pedonale) che va dal Circolo della Vela al porto turistico. Il progetto è stato abbandonato perché il previsto sistema di costruzione del minitunnel (inserimento di due monoliti a spinta) è stato bocciato da RFI (Rete Ferrovie Italia) come non sicuro per la stabilità del rilevato. Adottando metodi di costruzione sicuri, il costo del progetto avrebbe raggiunto la cifra di 1,1 milioni.

Nel nuovo progetto, la pista (solo) ciclabile passa sotto l’esistente viadotto ferroviario, dal lato di via della Pesca, con cui interferisce, prosegue incrociando via Rio Vivo e si connette con il percorso pedonale che si trova a monte di via Marinai d’Italia (fig. 2).

Fig. 2 – Percorso della ciclabile realizzata


Nei tratti suddetti sono stati soppressi i percorsi pedonali; di conseguenza, i pedoni non potranno che transitare sulla ciclabile. In corrispondenza delle due interferenze (vie della Pesca e Marinai d’Italia) sono stati collocati rallentatori “importanti”, ma particolarmente pericolosa resta l’interferenza con via della Pesca, in quanto non c’è visibilità di chi proviene dalla ciclabile in uscita dal parco. Dal lato del parco, la pista scende sul fondovalle e giunge fin quasi alla piscina olimpionica. La lunghezza complessiva della pista è di 852 metri, con pendenza media del 3,1%, di cui 218 metri (25,6%) con una pendenza superiore al 5%; in particolare esiste un tratto (nel parco) di 32 metri con pendenza 9,7% ed uno (fuori dal parco) di 34 metri con pendenza 7,7%. Nelle ciclabili la pendenza (DM 557/1999, art. 8, comma 3) non dovrebbe superare il 5%, salvo casi eccezionali, ed il 2% al chilometro in media generale. Essa è un aspetto importante, sia in termini di fruibilità in salita anche da parte dei meno atletici, sia per la sicurezza, con riferimento alle velocità conseguibili in discesa. Riguardo alla sicurezza, c’è da segnalare che nei numerosi tratti della ciclabile circondati da terriccio ed in pendenza non è stato introdotto alcun sistema per limitare od evitare l’invasione della pista da parte del terriccio spostato dall’acqua piovana; pertanto, questi tratti andranno ripuliti di frequente, per evitare slittamenti e cadute dei ciclisti.

Il costo medio della pista è di 470 euro al metro complessivamente e di 359 euro al metro se riferito al solo costo lavori; un costo che appare eccessivo se confrontato con quello per lavori preventivato per la ciclopedonale da Montenero a Campomarino, che è mediamente di 250 euro al metro (escludendo dal computo i tratti, più onerosi, comportanti la costruzione o ristrutturazione di ponti, e quelli, meno costosi, dove deve essere predisposta solo la segnaletica).

La ciclabile Parco-Borgo è un’opera abborracciata e costosa, che sarebbe stato meglio non fare, utilizzando altrimenti sia i 211.200 euro di fondi europei, sia i 188.800 euro sborsati direttamente dal Comune di Termoli.




domenica 31 ottobre 2021

Ristobucchi alla molisana

 

Un anno fa, esattamente l’11 novembre 2020, il Consiglio regionale ha approvato la legge n. 12, intitolata “Disposizioni in materia di valorizzazione e utilizzazione commerciale e turistica del trabucco molisano”, che però ha fatto pochissima strada, in quanto è stata impugnata il 30 dicembre 2020 dal Governo (Conte 2), su iniziativa dell’allora Ministro degli affari regionali Francesco Boccia, per violazione degli artt. 1, 2 e 5 del Codice dei beni e delle attività culturali e degli artt. 9 e 117, comma 2, lettera s) della Costituzione. Di conseguenza, la legittimità della legge regionale 12/2020 è stata rimessa al giudizio della Corte costituzionale. Scopo di questo articolo non è analizzare le questioni di diritto, sulle quali mi limito a dire che si incardinano su due rilievi: 1°) la mancata tutela del trabucco come bene culturale; 2°) l’incompetenza della regione a legiferare in materia di «tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali» (Cost., art. 117, comma 2, lettera s). Intendo invece esaminare le conseguenze pratiche delle disposizioni della LR 12/2020, ora sospesa, e della recente proposta di variazioni «i cui contenuti sono finalizzati al superamento dei rilievi enunciati dal Governo» (verbale III Commissione n. 79 del 7 ottobre 2021), presentata dalla consigliera regionale Aida Romagnuolo.

Nonostante le affermazioni di principio enunciate all’art. 1, comma 1, della LR 12/2020, le finalità d’uso e la conformazione edilizia previste ai successivi artt. 3, 4 e 5 non hanno nulla a che vedere con i trabucchi, si può parlare piuttosto di ristobucchi alla molisana. Riguardo all’uso, la legge è prodiga di contorsioni logico-lessicali. Il 1° comma dell’art. 3 recita: «I trabucchi devono conservare la finalità di pesca per diletto e luogo di incontro.» È falso che i trabucchi avessero come finalità la pesca per diletto; al contrario, essi erano degli impianti per la pesca professionale. E non erano neanche “luogo di incontro”, nel senso di esercizi pubblici come bar, ristoranti, trattorie, cantine. Invece i ristobucchi alla molisana possono essere usati «per tutto l'anno anche per eventi culturali, manifestazioni promozionali dei prodotti tipici locali, ristorazione e somministrazione di alimenti e bevande con uso di prodotto ittico pescato dalla struttura stessa ovvero di prodotti ittici locali e delle zone limitrofe e comunque del mar Adriatico.» (art. 3, comma 2) Non solo si tratta in realtà di ristoranti, ma viene a cadere anche la finalità della pesca, in quanto si possono servire prodotti pescati da chiunque ed ovunque, purché in Adriatico (valla a dimostrare la provenienza!). Per togliere ogni dubbio in merito si dice: «[…] Il trabucco può essere dotato di una rete di arredo, simbolica, fissa e non fruibile per la pesca […]» (art. 5, comma 1, lettera c). Visto che non è contemplato alcun divieto, si presume che il ristobucco possa servire anche prodotti non ittici.

Riguardo alle caratteristiche costruttive, l’art. 5, comma 1, lettera e) precisa che i materiali devono essere legno massello e metallo, con facoltà di usare il cemento armato per le fondazioni, purché non sporga dal fondo. Sempre l’art. 5 ci spiega che la sala del ristorante può avere una superficie fino a 180 mq calpestabili; cucina, deposito e servizi igienici non devono superare 60 mq calpestabili; la passerella di accesso deve avere una larghezza compresa tra 2 m e 2,30 m, così come le passerelle che possono bordare la struttura. Il ristobucco di 240-250 mq, formato da strutture rigide e pesanti, non ha niente a che vedere con il trabucco di 25-30 mq, che ha strutture elastiche e leggere, per resistere al mare assecondandolo.

Cosa mai propone di sostanziale Aida Romagnuolo, per superare i rilievi sollevati dal Conte 2 ed evitare la bocciatura della Corte costituzionale? Alcuni interventi agli artt. 1 e 2, volti a disinnescare l’obiezione di “invasione” delle prerogative del Governo nazionale. Nessuna modifica agli artt. 3, che definisce e istituisce il ristobucco, e 4. All’art. 5 le uniche modifiche riguardano la riduzione della superficie calpestabile della sala ristorante da 180 mq a 120 mq e quella dei servizi accessori da 60 mq a 50 mq. Non ci si crede! La riduzione di 70 mq della superficie calpestabile complessiva del ristobucco non ne cambia affatto la sostanza. Come può pensare l’attuale maggioranza regionale di “farla franca” approvando le non modifiche presentate dalla Romagnuolo? Forse contano sul fatto che l’attuale Ministro degli affari regionali è Mariastella Gelmini e che il Presidente del CdM è Mario Draghi? Perché infine tanta determinazione nel volere salvare la legge istitutiva dei ristobucchi alla molisana?

sabato 30 ottobre 2021

Nazismo = comunismo? La storia insegna se si è disposti ad imparare.

 Il 29 ottobre 2021 è stata presentata nel Consiglio comunale di Termoli la mozione, a firma dei consiglieri di maggioranza Di Brino e Montano, per la condivisione della risoluzione del Parlamento europeo del 19/09/2019 sulla “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa” (2019/2819/RSP), che equipara nazismo e comunismo. La mozione, riporta il testo della risoluzione del Parlamento europeo, ma prima insiste ripetutamente sulla necessità di superare ogni faziosità, per riconoscere, «a prescindere da qualunque ideologia», la condanna dei regimi totalitari ed autoritari, identificati nel nazismo e nel comunismo. In aula la mozione Di Brino-Montano è stata criticata da tutte le opposizioni. Al momento del voto, ha ottenuto il consenso della maggioranza, il PD non ha partecipato al voto, il M5S si è astenuto ed ha votato contro solo la consigliera di Termoli Bene Comune – Rete della Sinistra.

Due anni fa al Parlamento europeo votarono a favore della risoluzione che equipara nazismo e comunismo quasi tutti i rappresentanti italiani, dal PD a Fratelli d’Italia, con l’eccezione del M5S, che si astenne, e della Sinistra europea, che votò contro. Questa risoluzione – checché ne dicano i consiglieri Di Brino e Montano – è un esempio di decostruzione e ricostruzione della realtà storica secondo gli interessi di parte odierni, ignorando o travisando la storia europea ed italiana del XX secolo.

La rivoluzione sovietica è interpretata come un regime monolitico e monocorde, che ha preso il potere nel 1917 ed è crollato nel 1991, decretando la sconfitta storica del “socialismo reale”. Lettura tutt’affatto semplicistica. La rivoluzione guidata nel 1917 dal Partito operaio socialdemocratico russo è stata sì sconfitta, ma non nel 1991, bensì molto prima, nel 1924, quando, morto Lenin, si è affermato lo stalinismo. Con Stalin la dittatura del proletariato si è trasformata in dittatura dell’apparato di partito, violentemente epurato di migliaia di oppositori, che erano comunisti, non liberali o reazionari. Nella risoluzione del Parlamento europeo si attribuisce valore di prova dell’identità tra nazismo e comunismo al patto Molotov-Ribbentrop, non avvedendosi che proprio questo patto scellerato, che contraddice platealmente i principi dell’internazionalismo, sta a significare che la Rivoluzione d’ottobre aveva cambiato radicalmente pelle. La storia è piena di esempi simili. Basti pensare alla Rivoluzione francese, iniziata nel 1789 con il motto “libertà, uguaglianza e fraternità”, trasformata in pochi anni nel regime imperiale napoleonico.

L’identità tra nazismo e comunismo è poi del tutto stridente nel caso italiano. Il Partito comunista italiano è stato quello che più di tutti ha lottato contro il fascismo durante il Ventennio e nella Resistenza, pagando prezzi altissimi. Veramente si vuole sovrapporre alla figura di Gramsci quella di Mussolini? Nel secondo dopoguerra il Partito comunista italiano ha dato prova di impegno democratico e di convinto rispetto della Costituzione, che ha contribuito a scrivere, collaborando lealmente con gli altri partiti politici risorti dopo la dittatura fascista. Tutto ciò mentre gli USA organizzavano in segreto la struttura paramilitare Gladio, infarcita di neofascisti.

Il PCI ha commesso importanti errori strategici. Nel 1956 non ha saputo dissociarsi dalla repressione sovietica della rivolta ungherese; né può valere come giustificazione il fatto che all’epoca vigeva una rigida separazione del mondo in due blocchi. Anche nel 1968 il PCI diffidò dell’ondata rivoluzionaria che montava in Europa: non appoggiò la “Primavera di Praga”, espulse il gruppo del Manifesto ed andò al traino delle spinte sociali in atto con il freno a mano tirato, perdendo l’occasione di un riesame critico delle vicende storiche del movimento proletario e dei partiti che esso ha espresso. Ciò detto, bisogna dare atto al PCI di non avere fatto o detto mai nulla contro l’assetto democratico della Repubblica. Ricordo a chi propone ricostruzioni antistoriche che nel 1978 Moro fu rapito dalle Brigate Rosse il giorno in cui egli avrebbe annunciato in Parlamento la formazione di un governo insieme al PCI. Con il rapimento ed il successivo assassinio di Moro furono in molti a tirare un respiro di sollievo a Washington, a Mosca ed anche a Roma.

Infine lascia pensare la tempistica con cui Di Brino e Montano hanno proposto la loro mozione: a due anni dalla risoluzione del Parlamento europeo, nel momento in cui da molti si chiede lo scioglimento di Forza Nuova, organizzazione platealmente neofascista, autrice di ripetuti assalti squadristici, ultimo dei quali alla sede nazionale della CGIL.

lunedì 18 ottobre 2021

Gemelli Molise alla Regione? No grazie.

 Mentre non si placano le iniziative - sociali, politiche e giudiziarie - contro il programma operativo (PO) 2019-2021 del servizio sanitario regionale (SSR) del Molise, adottato dal presidente della Giunta regionale, dottor Donato Toma, questi rilancia, proponendo l’acquisizione da parte della Regione del 90% delle azioni Gemelli Molise SpA, al posto della finanziaria svizzera Responsible Capital, con la quale il Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCSS, che detiene Gemelli Molise, ha firmato un preliminare di vendita, al prezzo di 33 milioni. Il comunicato stampa di Gemelli Molise del 5 ottobre 2021 precisa che «L’operazione prevede significativi elementi di continuità, in relazione alla proprietà dell’immobile, che resta in capo all’Università Cattolica del Sacro Cuore, e al concorso della Fondazione e della Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli” di Roma alle attività cliniche, didattiche e di ricerca della struttura ospedaliera molisana.»

Riguardo all’acquisizione proposta da Toma sorgono tre domande: 1°) se è consentita dalla legge; 2°) se è opportuna per il SSR; 3°) chi la finanzia.

Sul piano normativo l’operazione è fattibile. Lo Stato e gli enti pubblici possono acquisire partecipazioni - di controllo, se superiori al 50% - in società, anche consortili, di diritto privato (SpA ed srl), con il vincolo che «non possono costituire […] società aventi per oggetto attività di produzione di beni e di servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società» (DLgs 175/2016, artt. 3 e 4). Nel caso specifico, l’acquisizione del controllo di una struttura ospedaliera da parte della Regione è senz’altro coerente con la finalità istituzionale di gestire il SSR. Si tenga presente che la società a controllo pubblico è soggetta alle norme privatistiche, in quanto, come ribadito più volte dalla Cassazione, «la società per azioni non muta la sua natura di soggetto di diritto privato solo perché l’Ente pubblico ne possegga in tutto o in parte le azioni».

Riguardo all’opportunità di una tale operazione, gli argomenti contrari mi sembrano tanti e robusti.

Il DLgs 118/2011 ha conferito alle regioni la possibilità di istituire, oltre alle aziende sanitarie, la cosiddetta Gestione Sanitaria Accentrata (GSA) per «gestire direttamente presso la regione una quota del finanziamento del proprio servizio sanitario» (art. 19, comma 2, lettera b), punto 1°). La Regione Molise si è avvalsa di questa facoltà con il decreto del commissario ad acta e presidente regionale, dottor Michele Iorio, n. 96 del 7 novembre 2011. La “nostra” GSA ha gestito e gestisce i rapporti con i due principali operatori privati accreditati nei servizi ospedalieri e specialistici: Neuromed e Gemelli Molise (ex Cattolica). A mio avviso, nel caso del Molise la GSA costituisce un appesantimento burocratico, che genera duplicazioni di costi e di centri di responsabilità rispetto all’attività che già svolge l’ASReM verso i privati accreditati “minori”, senza che ne derivi alcun vantaggio operativo. Non solo non si pensa di razionalizzare l’organizzazione ed i costi del SSR del Molise abolendo la GSA e riconducendo tutta l’operatività nell’ambito dell’ASReM, ma con la trasformazione di Gemelli Molise in controllata della Regione, la struttura operativa del SSR diventerebbe ancora più complessa, aggiungendo ai due soggetti pubblici attuali (ASReM e GSA) un terzo soggetto privato, che si relaziona con la GSA, pur essendone indipendente in quanto società di diritto privato, con potenziali conflitti di interesse.

Lascia perplessi anche il fatto che l’immobile ospedaliero (finanziato dalla Cassa per il Mezzogiorno con 14 miliardi lire) ed il relativo terreno (donato dalla Città di Campobasso) restino di proprietà dell’Università Cattolica. Questo comporta il pagamento di un canone di locazione, la possibilità di sfratto e la limitazione nella facoltà di disporre interventi modificativi della struttura edilizia, senza il consenso preventivo dell’Università Cattolica.

Il citato comunicato stampa parla inoltre di continuità clinica, didattica e di ricerca rispetto all’attuale gestione. Che significa? Bisognerebbe conoscere i patti parasociali (che di norma sono riservati), per capire se e in che misura il socio minoritario conserverebbe il potere gestionale sul complesso ospedaliero.

Infine quello che a me sembra l’aspetto più negativo è il carattere privatistico del nuovo soggetto, che sarebbe svincolato dagli obblighi di pubblicità e trasparenza, nonché dalle regole di reclutamento ed amministrazione del personale, proprie degli enti pubblici.

La risposta al quesito riguardo a chi dovrebbe tirare fuori i soldi è scontata: non può che essere lo Stato centrale, considerato che il SSR del Molise patisce un disavanzo economico strutturale di 20-30 milioni all’anno e non è in grado di finanziare autonomamente alcunché. Come può pensare Toma di ottenere dal Governo i 33 milioni per acquistare il 90% del Gemelli Molise, quando la Regione Molise è in piano di rientro del disavanzo da 14 anni, senza che ci sia stato alcun progresso verso il pareggio dei conti, nonostante lo smantellamento progressivo di servizi, strutture, personale?

sabato 9 ottobre 2021

Conferenza dei sindaci molisani sulla sanità: tutto fumo e niente arrosto.


 La mattina dell’8 ottobre 2021, presso la Sala della Costituzione della Provincia di Campobasso, si è tenuta la Conferenza dei sindaci del Molise incentrata sulla sanità regionale, presenti anche il presidente della regione e commissario ad acta Donato Toma e, per parte dell’incontro, il direttore generale dell’ASReM Oreste Florenzano. Poteva essere una buona occasione per progredire sul piano delle analisi e delle proposte per affrontare la crisi, sempre più grave ed evidente, del servizio sanitario regionale (SSR). Così non è stato. Il mood dell’assemblea è stato che i responsabili della necrosi della sanità molisana stanno a Roma, che il commissariamento deve essere annullato e che la resurrezione del SSR dipende dalla disapplicazione del DM 70/2015, che fissa gli standard relativi all’assistenza ospedaliera, e dalla “promozione” dei nosocomi di Termoli e di Isernia da ospedali di base a ospedali di 1° livello e di quello di Campobasso da 1° a 2° livello (che è il massimo). Queste proposte saranno formalizzate in un documento da presentare al Governo nazionale. È risultata invece minoritaria la proposta del M5S e del PD di ricorrere al TAR Molise per l’annullamento del programma operativo 2019-2021, adottato il 9 settembre da Toma commissario.

A 14 anni dall’avvio del piano di rientro del disavanzo del SSR, nonostante la riduzione quantitativa e qualitativa dei servizi ospedalieri e specialistici erogati - resa evidente dalla crescente incidenza della mobilità passiva, che nel 2019 ha raggiunto il 30%, la percentuale più alta in assoluto in Italia - ciò nonostante, dalla Conferenza dei sindaci non è emersa la benché minima analisi del perché tutto ciò sia accaduto, senza peraltro recuperare il disavanzo economico. Nonostante i tagli alle strutture, al personale, agli investimenti, la spesa annua strutturale del SSR dl Molise dal 2007 in poi ha oscillato intorno ai 650 milioni (tranne nel 2013 e nel 2019, quando ha sfiorato 700 milioni, ma con discutibili valorizzazioni contabili), eppure i sindaci non se lo spiegano e neanche sembrano interessati a trovare delle spiegazioni, che invece dovrebbero essere il punto di partenza per qualunque proposta di rilancio della sanità regionale. Non li sfiora il sospetto che sono stati tagliati i servizi ma non i disservizi, le inefficienze, gli sprechi. D’altra parte perché lambiccarsi il cervello, quando sono stati già individuati dei comodi colpevoli “alieni”: lo Stato centrale, l’Agenas, il DM 70/2015. Un decreto ministeriale quest’ultimo demonizzato da molti che con tutta probabilità non l’hanno neanche letto, visto che si ostinano a chiamarlo “decreto Balduzzi”, quando invece porta la firma dell’allora ministro della salute Lorenzin, di concerto con quello del MEF Padoan.

La “soluzione” caldeggiata dai sindaci e da Toma è di rivendicare la salita di un livello dei tre ospedali regionali, argomentando che già per la Basilicata è stata applicata tale deroga, autorizzando l’istituzione a Potenza di un ospedale di 2° livello. Ricordo che il DM 70/2015 (Lorenzin) stabilisce che gli ospedali di 2° livello devono avere un bacino d’utenza di almeno 600.000 persone. È stata autorizzata una deroga per la Basilicata? Sì, in quanto al 1° gennaio 2021 questa regione contava solo 547.579 abitanti. La deroga che vorrebbero i sindaci molisani, e Toma con loro, sarebbe molto, ma molto, più estesa, visto che il Molise al 1° gennaio 2021 di abitanti ne aveva 296.547, il che – a stretto rigore – non consentirebbe neanche la permanenza a Campobasso di un ospedale di 1° livello, per il quale il decreto Lorenzin fissa un bacino di utenza minimo di 300.000 abitanti.

Prescindendo dai vincoli del decreto Lorenzin, per quale magico motivo la salita di un livello dei tre nosocomi molisani dovrebbe garantire il risanamento economico e funzionale del SSR del Molise? Il 30% di molisani che si ricovera fuori regione non lo fa perché in Molise non è possibile accedere a servizi ospedalieri e specialistici particolarmente sofisticati; la gran parte di queste “emigrazioni sanitarie” origina da esigenze di cura che dovrebbero essere tranquillamente soddisfatte in un ospedale di base, come sono nominalmente quelli di Termoli e di Isernia, o in un ospedale di 1° livello, come sarebbe in teoria quello di Campobasso. A pagina 20 del Programma operativo 2019-2021 firmato da Toma si legge: «Negli ultimi anni, le discipline che hanno generato maggiore mobilità passiva sono: Ortopedia e Traumatologia, Chirurgia Generale, Ostetricia e Ginecologia, Urologia e Medicina Generale.» Sono tutte discipline contemplate in un ospedale di base. La triste realtà è che l’assistenza ospedaliera e specialistica diretta del SSR è stata via via demolita e che le strutture attuali non sono in grado di offrire adeguatamente tutti i servizi che in teoria dovrebbero fornire in base alla loro denominazione formale. A titolo esemplificativo, a pag. 69 del Monitoraggio LEA 2019 del Ministero della salute, troviamo che le fratture di femore operate entro 48 ore in Molise sono state solo il 28%, contro il 64% in Abruzzo e il 62% in Puglia, per non parlare del 76% in Emilia-Romagna. Se i tre ospedali regionali non sono in grado di fornire tutti i servizi che nominalmente dovrebbero fornire al loro livello gerarchico attuale, saranno ancora meno attrezzati a fornire i servizi del livello superiore. Agli ospedali molisani non serve appuntare una stelletta in più sulle spalline; piuttosto si mettano in grado di fornire effettivamente quei servizi che a loro già competono, grazie ad un investimento straordinario di alcune centinaia di milioni da prevedere nel Programma operativo 2022-2024. Purché sia un investimento, che presuppone un progetto di ricostruzione organizzativa e del sistema decisionale e delle responsabilità, prima ancora che degli organici e delle dotazioni tecniche, senza il quale gli extrafondi verrebbero semplicemente ingoiati dall’attuale macchina sprecasoldi. Ne abbiamo già fatto esperienza negli anni passati: Iorio ha ottenuto 55 milioni di exrtafondi e Frattura 40 (erogati 32), più altri 73; Toma adesso ne vorrebbe 30. Per finire sul tema economico, i fautori della promozione gerarchica dei nostri ospedali si sono chiesti come farebbero a coprire i maggiori costi che ne deriverebbero, se non si riesce a coprire neanche quelli ai livelli nominali attuali?

Nel suo intervento alla Conferenza dei sindaci il governatore-commissario Toma ha dichiarato in modo accorato che lui proprio non voleva assumere la carica di commissario, ma che il Governo l’ha costretto, perché non ha trovato nessuno disposto ad assumersi tale responsabilità. Come non credergli!


domenica 26 settembre 2021

Cosa dice il PO 2019-2021 della sanità molisana firmato Toma

 


Il 9 settembre il dottor Donato Toma – neo Commissario ad acta della sanità molisana, nonché Presidente della Giunta regionale – ha emanato il decreto commissariale 94/2021 di approvazione del programma operativo (PO) 2019-2021 del servizio sanitario regionale (SSR) del Molise. Un giornale locale ha esaltato l’atto, scrivendo che «In 35 giorni [Toma] è riuscito in ciò che si attendeva da tre anni». Un entusiasmo a dir poco eccessivo, visto che l’approvazione del PO 2019-2021, avvenuta a meno di quattro mesi dalla sua scadenza, è in sostanza un atto formale. Ciò nonostante, si tratta di un documento da tenere in considerazione, come anticipazione dei propositi del Commissario-Presidente riguardo al PO 2022-2024.

Prima di entrate nel merito del PO 2019-2021 è opportuno richiamare gli aspetti salienti che caratterizzano la sanità molisana: oltre 14 anni di Piano di rientro del disavanzo, di cui 12 con commissariamento, affidato ai presidenti della regione, tranne 32 mesi di commissari governativi dal 07/12/2018 al 31/07/2021; tagli progressivi del personale, degli investimenti e dei servizi; risultati economici sempre in disavanzo. Sembra un paradosso che, nonostante i tagli, i conti economici restino in perdita. Evidentemente i tagli hanno colpito i servizi, non i disservizi, cioè la malagestione e gli sprechi (se non peggio), intoccabili perché funzionali al mantenimento degli assetti di potere nella e sulla sanità. Il SSR non è stato riorganizzato, ma disorganizzato, peggiorandone l’efficacia e l’efficienza. Prendiamo il caso degli interventi di riduzione e precarizzazione del personale, specialmente medico: il costo complessivo del personale è sì diminuito (nel 2007 rappresentava il 34% dei costi complessivi, sceso al 23% nel 2019), ma il costo per ora di lavoro è aumentato, a causa del ricorso sempre più frequente alle costose “prestazioni aggiuntive” (straordinari), per tappare i buchi d’organico. Le conseguenze principali di tale politica sono state: 1°) l’incremento della mobilità passiva, cioè del numero dei residenti in Molise costretti a curarsi fuori regione, che nel 2019 ha raggiunto la percentuale record del 29,6%, contro l’8,3% medio nazionale (fonte Ministero della salute); 2°) il peso sproporzionato acquistato dai privati accreditati nell’assistenza ospedaliera e nella specialistica, con il 22% di “quota di mercato”, contro il 13% della media Italia (elaborazioni su dati 2019 Università cattolica).

Veniamo finalmente al PO 2019-2021 firmato Toma. Alle pagg. 17-18 si legge: «Il ruolo del privato accreditato risulta preminente nell’ottica del completamento del complessivo sistema di offerta della Regione, anche rispetto agli standard previsti dal DM 70/2015, nonché in funzione del recupero della mobilità passiva.» Il recupero della mobilità passiva, che è la più grave conseguenza del dissesto del SSR, verrebbe affidato preminentemente ai privati accreditati, non alle strutture pubbliche dirette, sulla cui ricostruzione evidentemente non si punta. In tal modo si incrementerebbe ancora di più l’anomalo peso dei privati accreditati, senza peraltro incidere seriamente sul recupero della mobilità passiva, visto che il privato persegue finalità di profitto e quindi amplierà volentieri la sua offerta, ma solamente nei servizi con i migliori margini economici. Per correttezza, c’è da dire che la paternità di questa frase non è di Toma, che si è limitato a copiarla, parola per parola, dalla pag. 26 della bozza di PO 2019-2021 presentata nel 2019 dal Commissario Giustini. Lo stesso concetto, che affida la ripresa del SSR al privato accreditato, è ribadito quando si dice che con i privati accreditati vanno definite «azioni condivise per abbattimento liste di attesa» (pag. 18) e che le «prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale erogate dalle strutture private accreditate [saranno gestite] all’interno del Centro Unico di Prenotazione regionale» (pagg. 20-21).

Il Distretto sanitario di Termoli è quello maggiormente colpito dal taglio quantitativo e qualitativo dei servizi, smentendo la diffusa credenza che pone in relazione diretta il peggioramento dei servizi erogati dal pubblico diretto con l’incremento della presenza dei privati accreditati, dato che il Distretto di Termoli è anche quello con la minore presenza di strutture private, consistenti in alcuni centri diagnostici e nessun centro ospedaliero. Al San Timoteo di Termoli la chiusura più eclatante – la cui ufficializzazione è per ora bloccata dal TAR del Molise – è quella del Punto nascita, il cui bacino d’utenza è intorno alle 650 nascite all’anno da donne residenti in Basso Molise; anzi, fino a pochi anni fa, al reparto di Ostetricia e ginecologia del San Timoteo si rivolgevano anche donne residenti nei comuni dell’Alta Capitanata. Ora il numero dei parti si è ridotto alla metà, forse meno, e molte donne residenti in Basso Molise si rivolgono all’ospedale pubblico della vicina Vasto. Nel PO 2019-2021 si cercherebbe invano l’intenzione di investire sul reparto di Ostetricia e ginecologia del San Timoteo, per recuperare un livello di servizio ineccepibile e la fiducia delle donne. Lo smantellamento del San Timoteo invece si amplia, prevedendo «accordi di collaborazione con l’Azienda Sanitaria “Chieti-Vasto-Lanciano”, in particolare con l’Ospedale “San Pio di Vasto”, [per] la Stroke Unit, l’Emodinamica e la Traumatologia e il Punto Nascita» (pag. 17).

Nonostante le sue 104 pagine, il PO 2019-2021 non dice di più: sulla “integrazione” Cardarelli-Gemelli è scritto che «sarà oggetto di ulteriori approfondimenti» (pag. 18); sull’emergenza pandemica e sulla “Torre covid” non c’è neanche una parola. Nei suoi primi 35 giorni da Commissario Toma non si è certo sprecato.