Attualmente
le regioni in piano di rientro del disavanzo del servizio sanitario regionale
(SSR) sono sette: Lazio, Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Calabria e Sicilia.
Di queste, sono commissariate, perché non progrediscono, solo il Molise (dal
luglio 2009) e la Calabria (dal luglio 2010). In confronto al Molise, il caso
della Calabria si presenta ben più spinoso, sia per le maggiori dimensioni
della popolazione (più di 1,8 milioni in Calabria, contro 300.000 in Molise), sia
per l’onnipresenza della Ndrangheta, tanto che il Governo (Conte I) ha emanato
il decreto legge 35/2019 e successivamente (Conte II) il decreto legge 150/2020,
che affidano al commissario ad acta del SSR non solo il potere di firma dei
contratti, ma anche il controllo della struttura operativa, togliendo al
presidente della regione il potere di nomina dei direttori delle ASL.
Il
primo commissario ad acta “plenipotenziario” e “forestiero” nominato dal
governo nazionale in Calabria si è rivelato inadeguato ed il 27 novembre 2020,
dopo affannose ricerche di un sostituto, è stato nominato il dottor Guido
Longo, ex prefetto, che è durato in carica poco meno di un anno, perché il 4
novembre 2021 il Governo Draghi ha nominato al suo posto il dottor Roberto
Occhiuto, neoeletto presidente della Giunta regionale calabra, a seguito delle
elezioni tenute il 3 e 4 ottobre 2021. Così facendo è stato di fatto annullato
lo scopo dei due “decreti Calabria”, che era quello di consentire al Governo centrale
di esercitare il potere sostitutivo del Governo locale, quando questo si
dimostra reiteratamente ed ampiamente incapace di gestire il servizio sanitario
regionale.
Si
dirà che Occhiuto è nuovo come presidente della regione, ma la compagine
politica che lo ha espresso è uguale alla precedente, così come sono immutate le
relazioni di potere sottostanti. Si è detto che Longo non avrebbe inciso più di
tanto sul funzionamento del SSR e che avrebbe “soltanto” messo ordine nei
bilanci della sanità regionale (scusate se è poco). La questione non sta nelle
qualità e nelle intenzioni personali di Occhiuto, di Longo o di chicchessia. La
questione è istituzionale e concerne il ruolo che lo Stato centrale deve
rivestire di fronte alle autonomie regionali, in campo sanitario e non, quando
queste esercitano malamente le funzioni loro delegate. Oggi non abbiamo più il
servizio sanitario nazionale, ma 21 servizi sanitari locali (in 19 regioni e
due province autonome), con livelli di prestazioni e di efficienza estremamente
differenziati, mentre la tutela della salute dovrebbe essere universale,
gratuita ed uniforme in tutta Italia.
Atti come il disinnesco dei decreti Calabria sono sintomatici della tendenza politica oggi prevalente di ampliare l’autonomia delle regioni e delle province autonome. Invece di ribilanciare verso il centro il governo della sanità, si vuole estendere il suo meccanismo ad altri servizi e funzioni, in primo luogo alla scuola ed al fisco. La chiamano “autonomia differenziata”, perché ogni regione e provincia autonoma può chiedere quello che più le interessa, come in un mercato istituzionale. Per soddisfare le ambizioni di potere dei “governatori”, come ormai si usano chiamare i presidenti di regione, e dei loro entourage, si sfalda con disinvoltura lo Stato unitario, per tornare alla frammentata italietta preunitaria. Paradossalmente ciò avviene proprio quando la tendenza secolare è verso una globalizzazione sempre più marcata delle società, delle economie e delle culture; quando la dimensione territoriale delle istituzioni che possono esercitare un ruolo è quantomeno subcontinentale.













