sabato 9 ottobre 2021

Conferenza dei sindaci molisani sulla sanità: tutto fumo e niente arrosto.


 La mattina dell’8 ottobre 2021, presso la Sala della Costituzione della Provincia di Campobasso, si è tenuta la Conferenza dei sindaci del Molise incentrata sulla sanità regionale, presenti anche il presidente della regione e commissario ad acta Donato Toma e, per parte dell’incontro, il direttore generale dell’ASReM Oreste Florenzano. Poteva essere una buona occasione per progredire sul piano delle analisi e delle proposte per affrontare la crisi, sempre più grave ed evidente, del servizio sanitario regionale (SSR). Così non è stato. Il mood dell’assemblea è stato che i responsabili della necrosi della sanità molisana stanno a Roma, che il commissariamento deve essere annullato e che la resurrezione del SSR dipende dalla disapplicazione del DM 70/2015, che fissa gli standard relativi all’assistenza ospedaliera, e dalla “promozione” dei nosocomi di Termoli e di Isernia da ospedali di base a ospedali di 1° livello e di quello di Campobasso da 1° a 2° livello (che è il massimo). Queste proposte saranno formalizzate in un documento da presentare al Governo nazionale. È risultata invece minoritaria la proposta del M5S e del PD di ricorrere al TAR Molise per l’annullamento del programma operativo 2019-2021, adottato il 9 settembre da Toma commissario.

A 14 anni dall’avvio del piano di rientro del disavanzo del SSR, nonostante la riduzione quantitativa e qualitativa dei servizi ospedalieri e specialistici erogati - resa evidente dalla crescente incidenza della mobilità passiva, che nel 2019 ha raggiunto il 30%, la percentuale più alta in assoluto in Italia - ciò nonostante, dalla Conferenza dei sindaci non è emersa la benché minima analisi del perché tutto ciò sia accaduto, senza peraltro recuperare il disavanzo economico. Nonostante i tagli alle strutture, al personale, agli investimenti, la spesa annua strutturale del SSR dl Molise dal 2007 in poi ha oscillato intorno ai 650 milioni (tranne nel 2013 e nel 2019, quando ha sfiorato 700 milioni, ma con discutibili valorizzazioni contabili), eppure i sindaci non se lo spiegano e neanche sembrano interessati a trovare delle spiegazioni, che invece dovrebbero essere il punto di partenza per qualunque proposta di rilancio della sanità regionale. Non li sfiora il sospetto che sono stati tagliati i servizi ma non i disservizi, le inefficienze, gli sprechi. D’altra parte perché lambiccarsi il cervello, quando sono stati già individuati dei comodi colpevoli “alieni”: lo Stato centrale, l’Agenas, il DM 70/2015. Un decreto ministeriale quest’ultimo demonizzato da molti che con tutta probabilità non l’hanno neanche letto, visto che si ostinano a chiamarlo “decreto Balduzzi”, quando invece porta la firma dell’allora ministro della salute Lorenzin, di concerto con quello del MEF Padoan.

La “soluzione” caldeggiata dai sindaci e da Toma è di rivendicare la salita di un livello dei tre ospedali regionali, argomentando che già per la Basilicata è stata applicata tale deroga, autorizzando l’istituzione a Potenza di un ospedale di 2° livello. Ricordo che il DM 70/2015 (Lorenzin) stabilisce che gli ospedali di 2° livello devono avere un bacino d’utenza di almeno 600.000 persone. È stata autorizzata una deroga per la Basilicata? Sì, in quanto al 1° gennaio 2021 questa regione contava solo 547.579 abitanti. La deroga che vorrebbero i sindaci molisani, e Toma con loro, sarebbe molto, ma molto, più estesa, visto che il Molise al 1° gennaio 2021 di abitanti ne aveva 296.547, il che – a stretto rigore – non consentirebbe neanche la permanenza a Campobasso di un ospedale di 1° livello, per il quale il decreto Lorenzin fissa un bacino di utenza minimo di 300.000 abitanti.

Prescindendo dai vincoli del decreto Lorenzin, per quale magico motivo la salita di un livello dei tre nosocomi molisani dovrebbe garantire il risanamento economico e funzionale del SSR del Molise? Il 30% di molisani che si ricovera fuori regione non lo fa perché in Molise non è possibile accedere a servizi ospedalieri e specialistici particolarmente sofisticati; la gran parte di queste “emigrazioni sanitarie” origina da esigenze di cura che dovrebbero essere tranquillamente soddisfatte in un ospedale di base, come sono nominalmente quelli di Termoli e di Isernia, o in un ospedale di 1° livello, come sarebbe in teoria quello di Campobasso. A pagina 20 del Programma operativo 2019-2021 firmato da Toma si legge: «Negli ultimi anni, le discipline che hanno generato maggiore mobilità passiva sono: Ortopedia e Traumatologia, Chirurgia Generale, Ostetricia e Ginecologia, Urologia e Medicina Generale.» Sono tutte discipline contemplate in un ospedale di base. La triste realtà è che l’assistenza ospedaliera e specialistica diretta del SSR è stata via via demolita e che le strutture attuali non sono in grado di offrire adeguatamente tutti i servizi che in teoria dovrebbero fornire in base alla loro denominazione formale. A titolo esemplificativo, a pag. 69 del Monitoraggio LEA 2019 del Ministero della salute, troviamo che le fratture di femore operate entro 48 ore in Molise sono state solo il 28%, contro il 64% in Abruzzo e il 62% in Puglia, per non parlare del 76% in Emilia-Romagna. Se i tre ospedali regionali non sono in grado di fornire tutti i servizi che nominalmente dovrebbero fornire al loro livello gerarchico attuale, saranno ancora meno attrezzati a fornire i servizi del livello superiore. Agli ospedali molisani non serve appuntare una stelletta in più sulle spalline; piuttosto si mettano in grado di fornire effettivamente quei servizi che a loro già competono, grazie ad un investimento straordinario di alcune centinaia di milioni da prevedere nel Programma operativo 2022-2024. Purché sia un investimento, che presuppone un progetto di ricostruzione organizzativa e del sistema decisionale e delle responsabilità, prima ancora che degli organici e delle dotazioni tecniche, senza il quale gli extrafondi verrebbero semplicemente ingoiati dall’attuale macchina sprecasoldi. Ne abbiamo già fatto esperienza negli anni passati: Iorio ha ottenuto 55 milioni di exrtafondi e Frattura 40 (erogati 32), più altri 73; Toma adesso ne vorrebbe 30. Per finire sul tema economico, i fautori della promozione gerarchica dei nostri ospedali si sono chiesti come farebbero a coprire i maggiori costi che ne deriverebbero, se non si riesce a coprire neanche quelli ai livelli nominali attuali?

Nel suo intervento alla Conferenza dei sindaci il governatore-commissario Toma ha dichiarato in modo accorato che lui proprio non voleva assumere la carica di commissario, ma che il Governo l’ha costretto, perché non ha trovato nessuno disposto ad assumersi tale responsabilità. Come non credergli!


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