Il 9 settembre il dottor Donato Toma – neo
Commissario ad acta della sanità molisana, nonché Presidente della Giunta
regionale – ha emanato il decreto commissariale 94/2021 di approvazione del
programma operativo (PO) 2019-2021 del servizio sanitario regionale (SSR) del
Molise. Un giornale locale ha esaltato l’atto, scrivendo che «In 35 giorni [Toma] è riuscito in ciò che si attendeva da tre anni».
Un entusiasmo a dir poco eccessivo, visto che l’approvazione del PO 2019-2021,
avvenuta a meno di quattro mesi dalla sua scadenza, è in sostanza un atto
formale. Ciò nonostante, si tratta di un documento da tenere in considerazione,
come anticipazione dei propositi del Commissario-Presidente riguardo al PO
2022-2024.
Prima di entrate nel merito del PO
2019-2021 è opportuno richiamare gli aspetti salienti che caratterizzano la
sanità molisana: oltre 14 anni di Piano di rientro del disavanzo, di cui 12 con
commissariamento, affidato ai presidenti della regione, tranne 32 mesi di
commissari governativi dal 07/12/2018 al 31/07/2021; tagli progressivi del
personale, degli investimenti e dei servizi; risultati economici sempre in
disavanzo. Sembra un paradosso che, nonostante i tagli, i conti economici restino
in perdita. Evidentemente i tagli hanno colpito i servizi, non i disservizi, cioè
la malagestione e gli sprechi (se non peggio), intoccabili perché funzionali al
mantenimento degli assetti di potere nella e sulla sanità. Il SSR non è stato
riorganizzato, ma disorganizzato, peggiorandone l’efficacia e l’efficienza.
Prendiamo il caso degli interventi di riduzione e precarizzazione del
personale, specialmente medico: il costo complessivo del personale è sì
diminuito (nel 2007 rappresentava il 34% dei costi complessivi, sceso al 23%
nel 2019), ma il costo per ora di lavoro è aumentato, a causa del ricorso
sempre più frequente alle costose “prestazioni aggiuntive” (straordinari), per
tappare i buchi d’organico. Le conseguenze principali di tale politica sono
state: 1°) l’incremento della mobilità passiva, cioè del numero dei residenti
in Molise costretti a curarsi fuori regione, che nel 2019 ha raggiunto la
percentuale record del 29,6%, contro l’8,3% medio nazionale (fonte Ministero
della salute); 2°) il peso sproporzionato acquistato dai privati accreditati
nell’assistenza ospedaliera e nella specialistica, con il 22% di “quota di
mercato”, contro il 13% della media Italia (elaborazioni su dati 2019 Università
cattolica).
Veniamo finalmente al PO 2019-2021 firmato
Toma. Alle pagg. 17-18 si legge: «Il
ruolo del privato accreditato risulta preminente nell’ottica del completamento
del complessivo sistema di offerta della Regione, anche rispetto agli standard
previsti dal DM 70/2015, nonché in funzione del recupero della mobilità
passiva.»
Il recupero della mobilità passiva, che è la più grave conseguenza del dissesto
del SSR, verrebbe affidato preminentemente ai privati accreditati, non alle
strutture pubbliche dirette, sulla cui ricostruzione evidentemente non si
punta. In tal modo si incrementerebbe ancora di più l’anomalo peso dei privati accreditati,
senza peraltro incidere seriamente sul recupero della mobilità passiva, visto
che il privato persegue finalità di profitto e quindi amplierà volentieri la
sua offerta, ma solamente nei servizi con i migliori margini economici. Per
correttezza, c’è da dire che la paternità di questa frase non è di Toma, che si
è limitato a copiarla, parola per parola, dalla pag. 26 della bozza di PO
2019-2021 presentata nel 2019 dal Commissario Giustini. Lo stesso concetto, che
affida la ripresa del SSR al privato accreditato, è ribadito quando si dice che
con i privati accreditati vanno definite «azioni
condivise per abbattimento liste di attesa» (pag. 18) e che le «prestazioni di assistenza specialistica
ambulatoriale erogate dalle strutture private accreditate [saranno gestite]
all’interno del Centro Unico di
Prenotazione regionale» (pagg. 20-21).
Il Distretto sanitario di Termoli è quello maggiormente colpito dal taglio quantitativo e qualitativo dei servizi, smentendo la diffusa credenza che pone in relazione diretta il peggioramento
dei servizi erogati dal pubblico diretto con l’incremento della presenza dei
privati accreditati, dato che il Distretto di Termoli è anche quello con la minore
presenza di strutture private, consistenti in alcuni centri diagnostici e
nessun centro ospedaliero. Al San Timoteo di Termoli la chiusura più eclatante –
la cui ufficializzazione è per ora bloccata dal TAR del Molise – è quella del
Punto nascita, il cui bacino d’utenza è intorno alle 650 nascite all’anno da
donne residenti in Basso Molise; anzi, fino a pochi anni fa, al reparto di
Ostetricia e ginecologia del San Timoteo si rivolgevano anche donne residenti
nei comuni dell’Alta Capitanata. Ora il numero dei parti si è ridotto alla metà,
forse meno, e molte donne residenti in Basso Molise si rivolgono all’ospedale
pubblico della vicina Vasto. Nel PO 2019-2021 si cercherebbe invano l’intenzione
di investire sul reparto di Ostetricia e ginecologia del San Timoteo, per
recuperare un livello di servizio ineccepibile e la fiducia delle donne. Lo
smantellamento del San Timoteo invece si amplia, prevedendo «accordi di collaborazione con l’Azienda
Sanitaria “Chieti-Vasto-Lanciano”, in particolare con l’Ospedale “San Pio di
Vasto”, [per] la Stroke Unit,
l’Emodinamica e la Traumatologia e il Punto Nascita» (pag. 17).
Nonostante le sue 104 pagine, il PO 2019-2021 non dice di più: sulla “integrazione” Cardarelli-Gemelli è scritto che «sarà oggetto di ulteriori approfondimenti» (pag. 18); sull’emergenza pandemica e sulla “Torre covid” non c’è neanche una parola. Nei suoi primi 35 giorni da Commissario Toma non si è certo sprecato.

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