mercoledì 3 febbraio 2021

L’idrogeno: attore non protagonista sulla scena energetica del XXI secolo

La nostra società è sempre più energivora e tale tendenza è in ulteriore crescita, non solo per l’incremento della popolazione mondiale, ma specialmente per il moltiplicarsi di strumenti e macchinari di cui non possiamo o non sappiamo fare a meno, i quali per funzionare hanno bisogno di energia. La questione energetica - cioè produrre più energia, a costi più bassi, senza inquinare - è una delle questioni centrali del XXI secolo. Nei mezzi di informazione e nei social l’idrogeno è spesso presentato come il combustibile ideale del futuro: ricavabile dall’acqua e che produce acqua come scarto. Purtroppo la realtà è diversa.

L’idrogeno è l’elemento più semplice e leggero, costituito a livello atomico soltanto da un protone e da un elettrone (a parte i più pesanti deuterio e tritio, suoi rarissimi isotopi). Sulla crosta terrestre è diffusissimo, ma non da solo, bensì combinato con altri elementi; ad esempio, lo troviamo nell’acqua, che è composta da due atomi di idrogeno ed uno di ossigeno, o nel metano, formato da un atomo di carbonio e quattro di idrogeno. L’alta combinabilità chimica dell’idrogeno lo rende praticamente assente sulla Terra come molecola a sé stante, di conseguenza, esso non è una fonte energetica, ma un vettore energetico, come l’elettricità, in quanto deve essere prodotto.

Come si produce una molecola di idrogeno? La quasi totalità dell’idrogeno molecolare è prodotta con un procedimento chimico dal metano, combinato con vapore acqueo a temperature comprese tra 700 e 1.100 °C (il calore necessario è prodotto bruciando una parte del metano). Alla fine del procedimento, oltre all’idrogeno, si ottiene come scarto biossido di carbonio (anidride carbonica), che è un gas inquinante, perché favorisce l’effetto serra ed il riscaldamento climatico.

L’idrogeno viene prodotto anche con l’elettrolisi dell’acqua: un procedimento meno usato perché più costoso del precedente, che spezza la molecola dell’acqua con l’ausilio di una corrente elettrica a basso voltaggio, ricavando idrogeno “pulito”, con una bassa perdita di energia dovuta al consumo di elettricità (tra il 6 ed il 20 %). Dal punto di vista ambientale, la produzione dell’idrogeno tramite elettrolisi dell’acqua è del tutto ecocompatibile (se l’elettricità utilizzata è “verde”), deve però essere migliorata dal lato dei costi di produzione e della capacità produttiva. Una buona soluzione in sperimentazione è quella di collocare su navi o piattaforme offshore impianti elettrolitici dell’acqua (prelevata dal mare), alimentati elettricamente da generatori eolici o solari. L’idrogeno prodotto viene stoccato nelle navi-fabbrica stesse o, nel caso delle piattaforme, in navi serbatoio, e scaricato nel porto di stoccaggio finale.

I limiti all’utilizzo dell’idrogeno come combustibile non riguardano solo la produzione, ma anche la distribuzione. A differenza di quanto sovente viene detto, l’idrogeno non può essere trasportato dai metanodotti esistenti, in quanto è molto più leggero del metano. Una soluzione di compromesso è quella di miscelarlo al metano nella percentuale del 10-15 %. Il potere calorico di questa miscela è inferiore a quello del solo metano che, a parità di volume, ha un potere calorico che è il triplo di quello dell’idrogeno. Date le difficoltà di trasporto, l’idrogeno è un combustibile da produrre a bocca utente, oppure da contenere in bombole, per l’alimentazione delle pile a combustibile (fuel cell).

Una pila a combustibile sfrutta un processo inverso a quello dell’elettrolisi, che combinando l’idrogeno (combustibile) all’ossigeno (comburente) genera una corrente elettrica e, come scarto, acqua. Per innescare e mantenere la reazione occorre immettere dell’elettricità, per cui l’efficienza energetica netta è tra il 40 ed il 60 %. Tutto bene, fatta eccezione per la gestione delle bombole contenenti il combustibile, cioè l’idrogeno. Alla pressione di una atmosfera (al livello del mare) l’idrogeno è allo stato solido da – 273 °C (zero assoluto) a – 259 °C, allo stato liquido fino a – 253 °C, dopo di che diventa un gas, altamente infiammabile ed esplosivo (non a caso l’idrogeno liquido è usato come propellente per i missili). Le bombole di stoccaggio dell’idrogeno liquido sono di due tipi: ad alta pressione (fino a 700 atmosfere) o a bassa temperatura (– 253 °C). Alla rottura di una bombola, ad esempio per un urto, seguirebbe uno scoppio devastante. Se le bombole di idrogeno vengono montate su grandi veicoli, come treni o navi, è possibile allocarle in alloggiamenti efficacemente protetti, cosa difficile da garantire su autobus od autocarri, ed impossibile su veicoli di minori dimensioni, quali le auto. Nel trasporto marittimo l’idrogeno potrebbe determinare una vera e propria rivoluzione, dato che le navi potrebbero produrre autonomamente l’idrogeno per le pile a combustibile di bordo.

Allo stato attuale delle tecnologie, un ulteriore limite è costituito dall’uso del platino sia nelle celle idrolitiche che in quelle a combustibile. Un uso modesto, per singola apparecchiatura, trascurabile sul piano dei costi, ma che si scontrerebbe con una scarsità assoluta del metallo, se le apparecchiature diventassero milioni.

Sulla scena energetica del XXI secolo l’idrogeno giocherà un ruolo, ma non sarà l’unico attore e neanche l’attore protagonista.

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