giovedì 11 febbraio 2021

Considerazioni sul Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) del 12 gennaio 2021

 


La bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), pubblicata il 12 gennaio 2021, si compone di 172 pagine. Questo articolo – anche per limitarne la lunghezza - intende fornire un quadro complessivo del PNRR, con un maggiore approfondimento sui temi del lavoro e della scuola.

Le risorse economiche a disposizione dell’Italia constano di 208,6 miliardi di euro del 2018 (a moneta 2020 corrispondono a 212,4 mld, ma nell’articolo mi attengo agli importi indicati nel PNRR, cioè a moneta 2018, quindi soggetti ad indicizzazione), articolati in 6 grandi aree, dette “missioni”. Non tutti i 208,6 mld corrispondono a nuovi stanziamenti, perché in tale cifra sono inclusi anche gli stanziamenti “ordinari” dell’UE (indipendenti dalla pandemia) per il periodo 2021-2026, che ammontano a 66,8 mld; pertanto, i fondi realmente nuovi ammontano a 143,2 mld (tab. 1).

Tab. 1 - Risorse PNRR nuove ed in essere per missioni in miliardi di euro 2018

MISSIONI

RISORSE PNRR (MLD)

NUOVE

IN ESSERE

TOTALI

Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura

34,8

10,3

45,1

Rivoluzione verde e transizione ecologica

35,9

31,6

67,5

Infrastrutture per una mobilità sostenibile

20,3

11,7

32,0

Istruzione e ricerca

22,3

3,8

26,1

Inclusione e coesione

17,2

4,1

21,3

Salute

12,7

5,3

18,0

TOTALI

143,2

66,8

210,0

AVVERTENZA: il PNRR esaminato è una bozza evidentemente non “normalizzata” dal lato dell’ammontare dei fondi indicati nelle linee di intervento, che danno un totale di 222,9 mld.

Un altro aspetto importante è l’orizzonte e la scansione temporale degli stanziamenti e la distinzione tra prestiti e contributi a fondo perduto. I fondi attesi saranno erogati in sei anni (a meno di ritardi negli investimenti, che allungherebbero i tempi); i contributi rappresentano il 31,4% degli stanziamenti totali ed all’80% saranno erogati nei primi tre anni di piano; i restanti 143,1 mld sono nuovo debito (tab. 2).

Tab. 2 – Scansione temporale degli stanziamenti in mld di €2018 e quota dei contributi

Anno

Totale

Contributi

Contrib/Totale

2021

24,9

10,0

40,2%

2022

34,9

16,2

46,4%

2023

44,7

26,2

58,6%

2024

40,7

9,5

23,3%

2025

33,8

3,6

10,7%

2026

29,6

0,0

0,0%

Totale

208,6

65,5

31,4%

Il piano dichiara di muoversi su «tre assi strategici: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale» (pag. 12), che intersecano trasversalmente le sei missioni, a loro volta articolate in 16 componenti e 47 linee di intervento.

Effettivamente risorse ingenti sono dedicate alla digitalizzazione della pubblica amministrazione (11,45 mld), delle imprese (26,73 mld), della logistica portuale (0,36 mld) e del sistema sanitario (10,01 mld), impegnando in totale circa il 22% delle risorse del piano. Molto meno viene spinta l’innovazione, con interventi in R&S (7,29 mld), trasferimento tecnologie e innovazione (4,48 mld) e ricerca e trasferimento tecnologico in campo sanitario (1,81 mld), che complessivamente assorbono il 6% degli investimenti. Uno sforzo importante, ma inadeguato alle necessità dell’Italia, che nell’innovazione scientifica e tecnologica, che si riflette sull’economia, è sempre più debole in settori strategici come l’elettronica, le biotecnologie, la farmaceutica e le energie pulite e rinnovabili. Il sistema scolastico riesce ancora a produrre ricercatori e tecnologi di alto profilo, che però il Paese sottoutilizza, costringendo molti giovani talenti ad emigrare all’estero. Il Sole 24 Ore del 16 novembre 2020 riferisce che dal 2008 al 2019 sono emigrati permanentemente all’estero circa 14.000 giovani che hanno conseguito in Italia il dottorato di ricerca.

La missione “transizione ecologica” è decisamente quella più finanziata, con 67,5 mld (32% del totale), ai quali aggiungerei i 26,70 mld di investimenti nella rete ferroviaria (specialmente alta velocità ed alta capacità); pertanto, la spesa “verde” copre il 43% del piano. Nella missione “transizione ecologica” sono inclusi 7,55 mld per il rinnovo del parco veicolare dei mezzi pubblici e privati e per realizzare 1.000 km di ciclovie urbane e metropolitane, più 1.626 km di ciclabili turistiche. La parte del leone, con 29,35 mld, la fa l’efficientamento energetico ed antisismico degli edifici pubblici (10,84 mld) e residenziali (18,51 mld). Per la produzione e distribuzione di energia verde sono impegnati 10,66 mld. 4,38 mld sono assegnati alla risorsa idrica, dove l’Italia sconta enormi deficienze di rete, tanto che si disperde ben il 41% dell’acqua (51% al Sud). Il piano prevede di «ammodernare ed efficientare 45 reti di distribuzione idrica, per circa 25.000 Km con una riduzione delle perdite del 15%.» (pag. 94) Per gli interventi contro il dissesto idrogeologico, inclusi i rimboschimenti, sono previsti 3,61 mld, una cifra troppo modesta a fronte di circa un miliardo di danni subiti annualmente.

La missione “inclusione e coesione” è articolata in tre componenti: politiche del lavoro (12,62 mld); infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore (10,83 mld); interventi speciali di coesione territoriale (4,18 mld).

Scopo delle politiche del lavoro è «accompagnare la trasformazione del mercato del lavoro con adeguati strumenti volti a facilitare le transizioni occupazionali, a migliorare l’occupabilità dei lavoratori, a innalzare il livello delle tutele attraverso la formazione. […] aumentare il tasso di occupazione facilitando le transizioni lavorative dotando le persone di formazione adeguata; ridurre il mismatch di competenze (e quindi affrontare il problema dei NEET); aumentare quantità e qualità dei programmi di formazione continua degli occupati e dei disoccupati.» (pag. 140) Non si punta a difendere i posti di lavoro, ma al contrario «a facilitare le transizioni occupazionali». Quanto alle “tutele”, si riducono ad incanalare i disoccupati in corsi “riprofessionalizzanti”, spesso inutili, avvalorando la tesi implicita che i disoccupati sono tali perché non abbastanza bravi e competenti. «I servizi pubblici per l’impiego e il loro coordinamento con i servizi privati devono essere potenziati per facilitare questo processo [di ricollocamento dei lavoratori].» (pag. 9) Non si punta al collocamento pubblico attraverso la riorganizzare dell’Agenzia per l’impiego, che invece deve “coordinarsi” con il collocamento privato, che gestisce una delle più vergognose forme di sfruttamento del lavoro: il lavoro “somministrato”. Questa moderna forma di caporalato è stata introdotta nel 1997, con il nome di lavoro interinale, dalla riforma Treu (governo Prodi) e riordinata compiutamente nel 2003, con la riforma Maroni (governo Berlusconi), propagandisticamente attribuita a Marco Biagi, assassinato dalla BR.

Per favorire l’occupazione il piano prevede la «decontribuzione totale per le nuove assunzioni, di tre anni per i giovani fino ai 35 anni (prolungati a quattro nelle regioni meridionali) e di due anni per le donne»; nonché la «conferma fino al 2029 della Fiscalità di vantaggio per il lavoro al Sud, la riduzione del 30 per cento dei contributi previdenziali a favore delle imprese [e la] messa a regime della riduzione del cuneo fiscale sul lavoro dipendente a partire dal 1° gennaio 2021». (pag. 33) La decontribuzione non ha mai creato un solo posto di lavoro, perché le imprese assumono se hanno bisogno di personale, non perché è “in offerta”; naturalmente, le imprese tendono anche a comprimere il costo del lavoro e ad espandere il profitto, ma non hanno convenienza ad assumere persone di cui non sanno che farsene. L’effetto delle politiche di decontribuzione è solo quello di aumentare la redditività delle imprese e di peggiorare il bilancio dell’INPS. La cosiddetta riduzione del cuneo fiscale altro non è se non un attacco alla previdenza pubblica, perché punta a ridurre la quota dei contributi INPS dei lavoratori dipendenti, che oggi incide sul costo del lavoro per il 26% (33% del 125% della paga “lorda”), favorendo il ricorso alla previdenza complementare.

Come ciliegina sulla torta, «si potenzia il Servizio Civile Universale con l’obiettivo di disporre di un numero più elevato di giovani» (pag. 141) Dunque il servizio civile come zona di parcheggio “keynesiano” dei tanti giovani che non trovano lavoro. Tra le cause della bassa crescita del PIL il documento cita «la dinamica demografica declinante e il basso tasso di natalità» (pag. 8); in realtà non è la riduzione del peso percentuale della componente giovanile a frenare l’economia, visto che i giovani, benché numericamente in calo, faticano ad inserirsi in attività lavorative prima dei 30 anni, sprecando il decennio di maggiore potenza biologica e creativa, quello dei 20 anni.

Alla componente “potenziamento delle competenze e diritto allo studio” sono riservati 16,72 mld (7,5% del totale). Nella scuola per l’infanzia si vuole «raggiungere un’offerta media nazionale pari al 83%, con la creazione di circa 622.500 nuovi posti entro il 2026. Il raggiungimento di tale obiettivo permetterebbe all’Italia, dall’attuale offerta pari al 25,5%, di superare la media europea (35,1%) […].» (pag. 122) Si prevede «un massiccio intervento di innovazione e digitalizzazione delle strutture scolastiche (es. cablaggio, nuove aule e laboratori) […]». (pag. 116) «Si potenziano gli Istituti Tecnici Superiori (ITS) con l’obiettivo di decuplicarne in 5 anni gli studenti e creando una maggiore osmosi fra ITS e percorsi universitari.» (pag. 117)

Le novità maggiori, a parer mio, riguardano non tanto gli investimenti, quanto l’organizzazione del sistema scolastico, a cominciare dal reclutamento: «La riforma integra le procedure concorsuali con una modalità innovativa di un anno di formazione e di prova, superata la quale si intende effettivamente vinto il concorso per docente.» (pag. 117) È ben vero che la competenza principale dell’insegnante deve essere quella didattica, ma questa non si sviluppa, né si evidenzia, in «un anno di formazione e di prova», dove possono giocare negativamente fattori di contesto. Il possesso di una sufficiente capacità didattica dovrebbe essere un requisito preliminare all’accesso al concorso, certificato dal possesso di un diploma post laurea in didattica, conseguito in una scuola di specializzazione della durata di almeno un anno.

Il piano propone inoltre di «costruire una carriera docente dando l’opportunità ai docenti più dinamici e capaci di assumere responsabilità all'interno della scuola, accompagnata alla possibilità di crescere in ruolo. Potranno avere funzioni di coordinamento, progettazione o formazione dei loro colleghi e per le loro mansioni aggiuntive e per la qualifica raggiunta avranno una retribuzione mensile maggiore.» (pag. 116) Questa ipotesi di carriera prelude alla creazione di differenze gerarchiche e retributive tra i docenti che premia i «più dinamici e capaci» (valutati da chi?), innescando dinamiche competitive e non cooperative tra i docenti e la segmentazione delle classi a seconda del “rango” dei rispettivi docenti.

Quali risultati ci si aspetta dal PNRR? «Le simulazioni mostrano che già alla fine del primo triennio del Piano il PIL delle regioni del Mezzogiorno aumenterebbe in misura compresa fra quasi 4 punti percentuali e quasi 6 punti percentuali. Assai significativi sarebbero anche gli impatti occupazionali, che si situerebbero in un intervallo fra i 3 e i 4 punti percentuali.» (pag. 36) Il documento non spiega le metodologie dalle quali scaturiscono le suddette simulazioni, ma – pur tenendo conto di un effetto “rimbalzo” post recessione da covid – esse sembrano ottimiste, sia perché gli stanziamenti sono spalmati su sei anni, sia perché esiste un fisiologico ritardo temporale tra la realizzazione di un investimento e la manifestazione dei suoi risultati.


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