mercoledì 24 febbraio 2021

Letti covid di terapia intensiva e sub-intensiva: molto fumo e poco arrosto

La sanità molisana versava in condizioni di dissesto, economico e funzionale, ancor prima dell’emergenza pandemica. Con l’arrivo della pandemia le disfunzioni del SSR sono diventate più evidenti già durante la prima ondata, che ha solo sfiorato la nostra Regione. Al primo ottobre 2020 il Molise, con poco più di 300.000 abitanti, contava 24 deceduti e 498 dimessi, collocandosi tra le regioni meno colpite, come la Campania, la Sicilia, la Calabria e la Basilicata. La seconda ondata è stata meno pietosa. Al 22 febbraio 2021 il numero dei deceduti è salito a 336 e quello dei dimessi a 8.119, con un incremento in 4 mesi e 21 giorni rispettivamente di 312 e 7.621 casi. Il Molise sta sopportando un’emergenza pandemica drammatica, non solo per il numero dei contagi, dei ricoveri e dei decessi da covid-19, ma anche per lo stato di paralisi in cui è precipitato il SSR per quanto concerne la prevenzione e la cura delle altre patologie, in quanto, oltre al Cardarelli di Campobasso, in pratica sono diventati ospedali covid anche quelli di Termoli e di Isernia.

Cosa hanno fatto e cosa stanno facendo le massime istituzioni sanitarie del Molise per contrastare l’emergenza pandemica? Mi riferisco in primo luogo al Presidente della Giunta regionale, che – nonostante il commissariamento governativo – detiene il controllo totale della “macchina” sanitaria, sia tramite la GSA (Gestione sanitaria accentrata) in Regione, che gestisce i rapporti con Neuromed e con Gemelli Molise, sia esercitando il potere di nomina e di revoca del Direttore generale dell’ASReM. In secondo luogo, c’è la figura del Commissario ad acta, che ha il potere diretto di approvare gli accreditamenti ed i budget delle strutture private, ma che detiene anche il potere indiretto di referente del Ministero della sanità.

I “responsabili” non hanno utilizzato appieno i fondi messi a disposizione dal Ministero della sanità per rafforzare il personale sanitario e le dotazioni biomediche regionali. L’unica iniziativa strategica – assunta dal Presidente della Regione in contrasto con il Commissario ad acta – è stata quella di investire nove milioni per la realizzazione di una “torre covid” di fronte al Cardarelli; opera il cui cantiere sembra si stia avviando solo adesso. Altra “iniziativa” – a quanto risulta dalla clamorosa e precisa inchiesta di Camilla Caterina – sarebbe stata quella di dichiarare la presenza in regione di 39 letti di terapia intensiva covid-19, quando in effetti ne esisterebbero solo 12, allo scopo di mantenere il Molise in zona gialla.

Ora però “il tappo è saltato”. Di fronte all’aggravarsi della situazione, il Presidente della Regione ed il Commissario ad acta hanno accettato l’offerta del privato Neuromed, che mette a disposizione 20 letti covid di terapia sub-intensiva e per paucisintomatici, da allestire nella struttura dell’altro privato Gemelli Molise; letti che dovrebbero essere gestiti da un medico internista, una caposala, 12 infermieri e 6 OSS: una dotazione di personale del tutto inadeguata. Il Presidente della Regione ha chiesto anche l’intervento della Croce rossa italiana, ottenendone un ospedale da campo, localizzato a Termoli, munito di 24 letti ordinari (non di terapia intensiva o sub-intensiva), le cui attrezzature biomediche dovrebbe essere fornite dall’ASReM. Per quanto riguarda la dotazione del personale dell’ospedale da campo, al momento non si sa nulla e la materia è demandata a futuri accordi tra ASReM e CRI. Allo stato attuale delle informazioni, sia il reparto Neuromed presso il Gemelli Molise di Campobasso, che l’ospedale da campo CRI presso il San Timoteo di Termoli, non sono affatto in grado di offrire posti letto di terapia intensiva e sub-intensiva, ma piuttosto possono essere utilizzati per svuotare i “reparti grigi” ed i pronto soccorso, in cui stazionano senza cure specifiche un gran numero di pazienti covid-19.

La sconfortante conclusione è che le istituzioni regionali preposte alla sanità si sono mostrate incapaci di affrontare fattivamente l’emergenza e si sono prodotte piuttosto in un gioco di reciproca delegittimazione. Data la ormai conclamata incapacità delle istituzioni locali, è il Ministero della sanità che deve farsi carico direttamente dell’emergenza covid-19 in Molise, organizzando ed inviando con urgenza un reparto covid di terapia intensiva e sub-intensiva, munito di personale adeguato. A questo proposito, in questi giorni si è creata l’opportunità di avvalersi del reparto covid che Emergency ha utilizzato a Crotone, che è stato smantellato il 15 febbraio, perché è scemato il picco epidemico che aveva colpito quel territorio.

Trascurarci è fin troppo facile: la nostra regione è piccola, povera, mediaticamente invisibile, tanto che, per celia, corre voce che il Molise non esista. Ciò nonostante, mi auguro che il Ministro della sanità, che proviene da una Regione tanto simile alla nostra, abbia orecchie per sentire e la volontà di intervenire in prima persona per aiutarci ad uscire dall’incubo in cui siamo precipitati.

venerdì 19 febbraio 2021

Reparto covid al Vietri con il contributo di Neuromed. Contrordine: al Gemelli.

Il 17 febbraio il commissario ad acta per il rientro dal deficit del servizio sanitario del Molise ha firmato la disposizione che autorizza l’ASReM ad istituire presso il Vietri di Larino un reparto «per il trattamento di pazienti Covid in terapia medica sub intensiva e per la gestione dei pazienti paucisintomatici», con il contributo di Neuromed. Non passano neanche 24 ore, che il commissario ad acta - «rilevato che la grave situazione emergenziale rappresentata [nel corso della riunione dell’unità di crisi ristretta] rende indispensabile intervenire con immediatezza» – ha emanato una nuova disposizione, sospensiva della precedente, dirottando sul policlinico Gemelli di Campobasso il personale e le attrezzature messe a disposizione da Neuromed.

Guardiamo il “film” del recente incalzante scambio di documenti. L’8 febbraio il direttore generale dell’ASReM ha scritto al commissario ad acta ed alla Direzione generale per la salute regionale, chiedendo di acquisire «la disponibilità di strutture private accreditate che possano fornire assistenza» ai pazienti covid, fornendo 10 posti letto di terapia intensiva. Il 13 febbraio il DG dell’ASReM ha scritto di nuovo al commissario, che ha ricevuto la missiva il 15, ed alla DG per la salute del Molise, segnalando «un nuovo picco epidemico caratterizzato anche dalla comparsa di varianti nel territorio regionale […], che comporta l’occupazione totale dei posti letto sia in terapia intensiva che in area di sub-intensiva». Come mai la regione Molise è zona gialla, se le terapie intensive e sub-intensive sono esaurite? Che dati comunica la regione Molise al Ministero della salute? Torniamo alla cronaca. Il 15 febbraio il DG dell’ASReM ha inviato una nuova comunicazione, dai contenuti drammatici: «La situazione è in continua evoluzione peggiorativa […]. L’eventuale possibile incremento di accessi ai Pronto Soccorso potrebbe comportare la paralisi delle strutture di emergenza e accettazione con impossibilità di assistenza adeguata».

A questo punto, come nei western, arrivano i nostri, nelle vesti di Neuromed, la clinica della famiglia Patriciello, che il 15 febbraio ha messo a disposizione il suo “Centro di Alta Riabilitazione”, con 60 letti, sito a Salcito, «per ricoverare pazienti paucisintomatici». Proposta invero bislacca, dato che l’emergenza riguarda i posti letto di terapia intensiva e sub-intensiva; inoltre, anche per disposizioni del Ministero della salute, i paucisintomatici non vanno ricoverati, ma gestiti a domicilio o nei covid hotel, tramite le USCA (Unità speciali di continuità assistenziale). Sia come sia, il commissario ad acta non ha approvato la proposta. Ma già il 16 febbraio Neuromed ne ha formulata una nuova: «attivare l’Ospedale covid al Vietri di Larino come sub intensiva e per la gestione dei pazienti paucisintomatici», mettendo a disposizione alcune apparecchiature e personale sanitario costituito da: un medico internista, ripeto uno, una caposala, 12 infermieri e 6 OSS; appoggiati per le eventuali consulenze: da uno pneumologo e da un rianimatore con sede a Pozzilli, ad almeno un’ora e mezza d’auto, e dal team del Cotugno di Napoli, per la consulenza infettivologica. L’organico proposto è del tutto inadeguato a gestire qualunque reparto, figuriamoci un reparto covid con pazienti in terapia sub-intensiva.

Questa volta, con la citata disposizione del 17 febbraio, il commissario ad acta ha accettato la proposta di Neuromed «in ordine alle risorse tecnologiche ed organizzative nonché alle risorse umane e professionali messe a disposizione per attivare presso l’Ospedale di Comunità “Vietri” di Larino, attività sanitarie assistenziali per il trattamento di pazienti Covid in terapia medica sub intensiva e per la gestione dei pazienti paucisintomatici.» Il commissario ad acta ha specificato, tuttavia, che «le attività assistenziali […] devono essere dirette, gestite e coordinate dall’ASReM». Il reparto è impiantato con le risorse «cliniche ed organizzative rese disponibili dall’ASReM, in coordinamento integrato con le risorse aggiuntive messe a disposizione dall’IRCCS Neuromed». Il supporto aggiuntivo di Neuromed ha la durata di 8 settimane, dall’attivazione del reparto (richiesta entro 24/36 ore), e può essere prorogato o rinnovato. Stando alla disposizione, il Vietri non è stato affatto “ceduto” al privato, che è chiamato ad offrire un supporto aggiuntivo e temporaneo al pubblico.

Il giorno 18 febbraio, constatato che il reparto covid al Vietri non sarebbe diventato operativo in tempi brevi, l’unità di crisi ha deciso di spostare le risorse messe a disposizione da Neuromed nei locali offerti dal Gemelli Molise, dove realizzare 20 posti letto di terapia sub-intensiva. Il reparto covid al Vietri sarà attivato «non appena verranno superate le condizioni emergenziali attualmente in atto». Cioè quando non servirà più?

I molisani, specialmente quelli che risiedono nel Basso Molise, che è zona rossa, ora possono stare più tranquilli? Nient’affatto. L’operazione appena conclusa svela uno scontro tra istituzioni, che ha le sue radici nel conflitto tra interessi pubblici e privati, di cui fanno le spese i molisani. Con il solo contributo di Neuromed il reparto covid, al Vietri come al Gemelli, è del tutto inutile. Per fare funzionare 20 terapie sub-intensive devono essere inseriti almeno 5-6 medici rianimatori ed altre dotazioni tecniche. Il punto debole è il reclutamento dei medici specialisti, che disertano i bandi del Molise perché offrono posizioni precarie. Se realmente si vogliono trovare gli specialisti di cui abbiamo estremo bisogno, bisogna offrire assunzioni a tempo indeterminato e garantire che il reparto – ovunque lo si collochi - non sia temporaneo, ma che diventi un centro di eccellenza permanente di infettivologia e virologia.

Alle indecisioni strategiche si aggiungono poi insensate scelte tattiche. Come denunciato dal dottor Lucio Pastore, primario del pronto soccorso di Isernia, l’ASReM ha recentemente stabilito che il ricovero dei pazienti non covid può essere disposto solo dopo l’effettuazione con esito negativo di due tamponi, a distanza di 48 ore l’uno dall’altro. Visto che l’unico laboratorio in regione che analizza i tamponi è quello del Cardarelli, i pazienti non covid in attesa di ricovero devono stazionare almeno tre giorni nelle cosiddette aree grigie, istituite ad Isernia ed a Termoli, causando l’intasamento sia dei reparti “grigi” che dei pronto soccorso.

martedì 16 febbraio 2021

Emergenza covid in Molise: una tragedia, non una telenovela

Alla famiglia Patriciello non difetta certo la determinazione e la fulmineità. Il 15 a sera la stampa locale ha dato per approvato da tutti (incluso il commissario ad acta) il convenzionamento come reparto covid del centro di riabilitazione di Salcito, della fondazione Pavone, controllata dalla fondazione Neuromed, controllata dalla famiglia Patriciello. Sull’assurdità di tale proposta ho già scritto ieri ( https://antennatermoli.blogspot.com/2021/02/emergenza-covid-in-molise-non-ci-resta.html ). Il 16 mattina è giunta la notizia che il commissario ad acta non è affatto d’accordo e che rilancia l’idea di impiantare il reparto covid presso il Vietri di Larino, che è raggiungibile in mezz’ora d’auto sia da Termoli che da Campobasso, che dispone di ampi spazi inutilizzati, dotati dell’impiantistica ospedaliera di base, oltre che di una camera iperbarica. Più veloce della luce, Neuromed invia una controproposta al commissario ad acta, alla subcommissaria ad acta, al presidente della Giunta regionale ed alla direttrice generale regionale della sanità (chissà perché non al direttore generale dell’ASReM), in cui riprende, con varianti, la proposta avanzata quasi un anno fa di impiantare e gestire privatisticamente un reparto covid al Vietri.

Questa volta Neuromed offre gratis per sei mesi 8 ventilatori polmonari, 20 ventilatori non invasivi, 10 pompe volumetriche ed 8 autorespiratori. Quanto al personale, da subito a carico della ASReM, sono messi a disposizione 12 infermieri più una capo-infermiera, 6 OSS ed un medico internista (non è un refuso, proprio un medico solo); inoltre, per le consulenze (cioè interventi a chiamata) si può contare su uno pneumologo ed un rianimatore, che stanno a Pozzilli (almeno un’ora e mezza di macchina da Larino), e, per l’infettivologia, sul team del Cotugno di Napoli. Neuromed candida la sua squadra per gestire terapie covid sub-intensive e paucisintomatiche.

La proposta lascia basiti. Con il personale sanitario indicato si gestisce una “casa della salute”, non un reparto ospedaliero, men che meno covid, benché la portata degli interventi, inizialmente sbandierati come di terapia sub-intensiva, sia stata ridimensionata abbinando i paucisintomatici. Questi ultimi poi – su indicazione del Ministero della salute – non dovrebbero essere ospedalizzati, ma seguiti a domicilio dalle USCA (Unità speciali di continuità assistenziale), che devono essere costituite ogni 50.000 abitanti ed effettivamente sono presenti in numero di due per ciascuno dei tre distretti sanitari del Molise. Non ci vuole un Comitato tecnico-scientifico per concludere che il reparto covid a Larino, combinato come vorrebbe Neuromed, non avrebbe utilità alcuna e rappresenterebbe solo uno sperpero di denaro pubblico.

Che farà il commissario ad acta? Di nuovo la stampa locale sta dando per concluso l’affare, ma mi auguro che venga nuovamente smentita. Se non fosse una tragedia, sembrerebbe una telenovela.

lunedì 15 febbraio 2021

Emergenza covid in Molise: non ci resta che Speranza

C’è stato un tempo in cui la famiglia Patriciello voleva realizzare un reparto covid al Vietri di Larino (ora adibito a casa della salute, sede di RSA, più alcuni servizi ambulatoriali). La proposta venne formulata a fine marzo 2020 da Neuromed (braccio sanitario dei Patriciello) al presidente della Giunta regionale del Molise, al direttore generale dell’ASReM ed al commissario al SSR del Molise, con l’impegno di fornire a proprie spese per due mesi il personale e le necessarie dotazioni biotecniche. Un po’ come si fa nella promozione dei servizi in abbonamento. Non si sa quale sarebbe stata la “tariffa” esauriti i due mesi in promozione; comunque la proposta non ebbe seguito, anzi, il commissario ad acta ebbe l’improntitudine di promuovere sì la realizzazione di un reparto covid al Vietri, ma totalmente pubblico, ottenendo anche l’approvazione del Consiglio regionale e di 118 dei 136 sindaci del Molise.

Inutile dire che da allora l’idea del reparto covid a Larino è stata bandita dalla Giunta regionale del Molise, dall’AEReM ed anche dalla sub-commissaria ad acta, che avrebbe dovuto coadiuvare il commissario, che si sono resi fautori della costruzione ex novo di una “torre” covid di fronte al Cardarelli di Campobasso. Nelle more della realizzazione della torre (che è di là da venire), il reparto covid è stato “aggiustato” nel Cardarelli, che è l’unico ospedale DEA (Dipartimento emergenza e accettazione) di 1° livello della regione, con il supporto di “repartini grigi” presso i due ospedali di base di Termoli ed Isernia. Le conseguenze, che ormai tutti conoscono, sono che il Cardarelli non è più in grado di assorbire i pazienti covid, che anche Termoli ed Isernia non reggono più, che le precarie separazioni tra i percosi covid e non covid hanno causato la diffusione del contagio anche in altri reparti ospedalieri.

In quest’ultimo mese l’epidemia sta infierendo particolarmente nel Basso Molise, dichiarato ufficialmente zona rossa. Quale soluzione spunta fuori? Si apprende dalla stampa che, allo scopo di dare una risposta alle pressanti richieste dei sindaci del Distretto sanitario di Termoli (cioè del Basso Molise), nel corso di una riunione tenuta nella tarda serata del 14 febbraio, Neuromed ha proposto alla Giunta regionale, all’ASReM ed al commissario, di trasformare in un reparto covid sub-intensivo i 60 letti della sua struttura sita a Salcito, in Contrada Macchie Diaboliche, che attualmente si occupa di riabilitazione.

Pur di non utilizzare Larino - che dispone di spazi inutilizzati, è ubicata nel Basso Molise e gode di buoni collegamenti stradali - si pensa a Salcito, un paese del Medio Molise, poco e male collegato, raggiungibile da Termoli in auto in un’ora, se le condizioni meteo sono buone. Ma questo è il meno. Come fa un centro di riabilitazione a trasformarsi in un centro covid sub-intensivo? Bisogna partire da zero, sia per le attrezzature che per il personale. Un “letto” di terapia intensiva non solo richiede un letto speciale, ma deve essere accompagnato da importanti ed ingombranti attrezzature sanitarie. Sempre parlando di terapie intensive, il personale richiesto – considerando che si lavora su tre turni, ma che ci sono anche i riposi e le assenze impreviste – è di un infermiere specializzato ogni due letti e di un medico rianimatore ogni quattro-sei. Ipotizzando che in un reparto semi-intensivo le necessità di personale siano dimezzate, per i 60 letti di cui si parla si tratta sempre di reperire 15 infermieri specializzati e 5-6 medici rianimatori disposti a lavorare a Salcito. Priva di senso logico è poi l’idea di creare un reparto sub-intensivo senza nessun letto intensivo. Un ricoverato al Cardarelli da passare dall’intensiva alla sub-intensiva, che è comunque in condizioni critiche, dovrebbe essere imbarcato in un’autoambulanza (quando la trovi) e spedito a Salcito? Ancora peggio il caso contrario, di un ricoverato in sub-intensiva a Salcito che si aggrava e necessita dell’intensiva.

Purtroppo non se ne esce. La responsabilità di organizzare un efficace contrasto al covid nel Molise ormai deve essere assunta direttamente del Ministero della salute. Non ci resta che Speranza.

giovedì 11 febbraio 2021

Considerazioni sul Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) del 12 gennaio 2021

 


La bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), pubblicata il 12 gennaio 2021, si compone di 172 pagine. Questo articolo – anche per limitarne la lunghezza - intende fornire un quadro complessivo del PNRR, con un maggiore approfondimento sui temi del lavoro e della scuola.

Le risorse economiche a disposizione dell’Italia constano di 208,6 miliardi di euro del 2018 (a moneta 2020 corrispondono a 212,4 mld, ma nell’articolo mi attengo agli importi indicati nel PNRR, cioè a moneta 2018, quindi soggetti ad indicizzazione), articolati in 6 grandi aree, dette “missioni”. Non tutti i 208,6 mld corrispondono a nuovi stanziamenti, perché in tale cifra sono inclusi anche gli stanziamenti “ordinari” dell’UE (indipendenti dalla pandemia) per il periodo 2021-2026, che ammontano a 66,8 mld; pertanto, i fondi realmente nuovi ammontano a 143,2 mld (tab. 1).

Tab. 1 - Risorse PNRR nuove ed in essere per missioni in miliardi di euro 2018

MISSIONI

RISORSE PNRR (MLD)

NUOVE

IN ESSERE

TOTALI

Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura

34,8

10,3

45,1

Rivoluzione verde e transizione ecologica

35,9

31,6

67,5

Infrastrutture per una mobilità sostenibile

20,3

11,7

32,0

Istruzione e ricerca

22,3

3,8

26,1

Inclusione e coesione

17,2

4,1

21,3

Salute

12,7

5,3

18,0

TOTALI

143,2

66,8

210,0

AVVERTENZA: il PNRR esaminato è una bozza evidentemente non “normalizzata” dal lato dell’ammontare dei fondi indicati nelle linee di intervento, che danno un totale di 222,9 mld.

Un altro aspetto importante è l’orizzonte e la scansione temporale degli stanziamenti e la distinzione tra prestiti e contributi a fondo perduto. I fondi attesi saranno erogati in sei anni (a meno di ritardi negli investimenti, che allungherebbero i tempi); i contributi rappresentano il 31,4% degli stanziamenti totali ed all’80% saranno erogati nei primi tre anni di piano; i restanti 143,1 mld sono nuovo debito (tab. 2).

Tab. 2 – Scansione temporale degli stanziamenti in mld di €2018 e quota dei contributi

Anno

Totale

Contributi

Contrib/Totale

2021

24,9

10,0

40,2%

2022

34,9

16,2

46,4%

2023

44,7

26,2

58,6%

2024

40,7

9,5

23,3%

2025

33,8

3,6

10,7%

2026

29,6

0,0

0,0%

Totale

208,6

65,5

31,4%

Il piano dichiara di muoversi su «tre assi strategici: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale» (pag. 12), che intersecano trasversalmente le sei missioni, a loro volta articolate in 16 componenti e 47 linee di intervento.

Effettivamente risorse ingenti sono dedicate alla digitalizzazione della pubblica amministrazione (11,45 mld), delle imprese (26,73 mld), della logistica portuale (0,36 mld) e del sistema sanitario (10,01 mld), impegnando in totale circa il 22% delle risorse del piano. Molto meno viene spinta l’innovazione, con interventi in R&S (7,29 mld), trasferimento tecnologie e innovazione (4,48 mld) e ricerca e trasferimento tecnologico in campo sanitario (1,81 mld), che complessivamente assorbono il 6% degli investimenti. Uno sforzo importante, ma inadeguato alle necessità dell’Italia, che nell’innovazione scientifica e tecnologica, che si riflette sull’economia, è sempre più debole in settori strategici come l’elettronica, le biotecnologie, la farmaceutica e le energie pulite e rinnovabili. Il sistema scolastico riesce ancora a produrre ricercatori e tecnologi di alto profilo, che però il Paese sottoutilizza, costringendo molti giovani talenti ad emigrare all’estero. Il Sole 24 Ore del 16 novembre 2020 riferisce che dal 2008 al 2019 sono emigrati permanentemente all’estero circa 14.000 giovani che hanno conseguito in Italia il dottorato di ricerca.

La missione “transizione ecologica” è decisamente quella più finanziata, con 67,5 mld (32% del totale), ai quali aggiungerei i 26,70 mld di investimenti nella rete ferroviaria (specialmente alta velocità ed alta capacità); pertanto, la spesa “verde” copre il 43% del piano. Nella missione “transizione ecologica” sono inclusi 7,55 mld per il rinnovo del parco veicolare dei mezzi pubblici e privati e per realizzare 1.000 km di ciclovie urbane e metropolitane, più 1.626 km di ciclabili turistiche. La parte del leone, con 29,35 mld, la fa l’efficientamento energetico ed antisismico degli edifici pubblici (10,84 mld) e residenziali (18,51 mld). Per la produzione e distribuzione di energia verde sono impegnati 10,66 mld. 4,38 mld sono assegnati alla risorsa idrica, dove l’Italia sconta enormi deficienze di rete, tanto che si disperde ben il 41% dell’acqua (51% al Sud). Il piano prevede di «ammodernare ed efficientare 45 reti di distribuzione idrica, per circa 25.000 Km con una riduzione delle perdite del 15%.» (pag. 94) Per gli interventi contro il dissesto idrogeologico, inclusi i rimboschimenti, sono previsti 3,61 mld, una cifra troppo modesta a fronte di circa un miliardo di danni subiti annualmente.

La missione “inclusione e coesione” è articolata in tre componenti: politiche del lavoro (12,62 mld); infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore (10,83 mld); interventi speciali di coesione territoriale (4,18 mld).

Scopo delle politiche del lavoro è «accompagnare la trasformazione del mercato del lavoro con adeguati strumenti volti a facilitare le transizioni occupazionali, a migliorare l’occupabilità dei lavoratori, a innalzare il livello delle tutele attraverso la formazione. […] aumentare il tasso di occupazione facilitando le transizioni lavorative dotando le persone di formazione adeguata; ridurre il mismatch di competenze (e quindi affrontare il problema dei NEET); aumentare quantità e qualità dei programmi di formazione continua degli occupati e dei disoccupati.» (pag. 140) Non si punta a difendere i posti di lavoro, ma al contrario «a facilitare le transizioni occupazionali». Quanto alle “tutele”, si riducono ad incanalare i disoccupati in corsi “riprofessionalizzanti”, spesso inutili, avvalorando la tesi implicita che i disoccupati sono tali perché non abbastanza bravi e competenti. «I servizi pubblici per l’impiego e il loro coordinamento con i servizi privati devono essere potenziati per facilitare questo processo [di ricollocamento dei lavoratori].» (pag. 9) Non si punta al collocamento pubblico attraverso la riorganizzare dell’Agenzia per l’impiego, che invece deve “coordinarsi” con il collocamento privato, che gestisce una delle più vergognose forme di sfruttamento del lavoro: il lavoro “somministrato”. Questa moderna forma di caporalato è stata introdotta nel 1997, con il nome di lavoro interinale, dalla riforma Treu (governo Prodi) e riordinata compiutamente nel 2003, con la riforma Maroni (governo Berlusconi), propagandisticamente attribuita a Marco Biagi, assassinato dalla BR.

Per favorire l’occupazione il piano prevede la «decontribuzione totale per le nuove assunzioni, di tre anni per i giovani fino ai 35 anni (prolungati a quattro nelle regioni meridionali) e di due anni per le donne»; nonché la «conferma fino al 2029 della Fiscalità di vantaggio per il lavoro al Sud, la riduzione del 30 per cento dei contributi previdenziali a favore delle imprese [e la] messa a regime della riduzione del cuneo fiscale sul lavoro dipendente a partire dal 1° gennaio 2021». (pag. 33) La decontribuzione non ha mai creato un solo posto di lavoro, perché le imprese assumono se hanno bisogno di personale, non perché è “in offerta”; naturalmente, le imprese tendono anche a comprimere il costo del lavoro e ad espandere il profitto, ma non hanno convenienza ad assumere persone di cui non sanno che farsene. L’effetto delle politiche di decontribuzione è solo quello di aumentare la redditività delle imprese e di peggiorare il bilancio dell’INPS. La cosiddetta riduzione del cuneo fiscale altro non è se non un attacco alla previdenza pubblica, perché punta a ridurre la quota dei contributi INPS dei lavoratori dipendenti, che oggi incide sul costo del lavoro per il 26% (33% del 125% della paga “lorda”), favorendo il ricorso alla previdenza complementare.

Come ciliegina sulla torta, «si potenzia il Servizio Civile Universale con l’obiettivo di disporre di un numero più elevato di giovani» (pag. 141) Dunque il servizio civile come zona di parcheggio “keynesiano” dei tanti giovani che non trovano lavoro. Tra le cause della bassa crescita del PIL il documento cita «la dinamica demografica declinante e il basso tasso di natalità» (pag. 8); in realtà non è la riduzione del peso percentuale della componente giovanile a frenare l’economia, visto che i giovani, benché numericamente in calo, faticano ad inserirsi in attività lavorative prima dei 30 anni, sprecando il decennio di maggiore potenza biologica e creativa, quello dei 20 anni.

Alla componente “potenziamento delle competenze e diritto allo studio” sono riservati 16,72 mld (7,5% del totale). Nella scuola per l’infanzia si vuole «raggiungere un’offerta media nazionale pari al 83%, con la creazione di circa 622.500 nuovi posti entro il 2026. Il raggiungimento di tale obiettivo permetterebbe all’Italia, dall’attuale offerta pari al 25,5%, di superare la media europea (35,1%) […].» (pag. 122) Si prevede «un massiccio intervento di innovazione e digitalizzazione delle strutture scolastiche (es. cablaggio, nuove aule e laboratori) […]». (pag. 116) «Si potenziano gli Istituti Tecnici Superiori (ITS) con l’obiettivo di decuplicarne in 5 anni gli studenti e creando una maggiore osmosi fra ITS e percorsi universitari.» (pag. 117)

Le novità maggiori, a parer mio, riguardano non tanto gli investimenti, quanto l’organizzazione del sistema scolastico, a cominciare dal reclutamento: «La riforma integra le procedure concorsuali con una modalità innovativa di un anno di formazione e di prova, superata la quale si intende effettivamente vinto il concorso per docente.» (pag. 117) È ben vero che la competenza principale dell’insegnante deve essere quella didattica, ma questa non si sviluppa, né si evidenzia, in «un anno di formazione e di prova», dove possono giocare negativamente fattori di contesto. Il possesso di una sufficiente capacità didattica dovrebbe essere un requisito preliminare all’accesso al concorso, certificato dal possesso di un diploma post laurea in didattica, conseguito in una scuola di specializzazione della durata di almeno un anno.

Il piano propone inoltre di «costruire una carriera docente dando l’opportunità ai docenti più dinamici e capaci di assumere responsabilità all'interno della scuola, accompagnata alla possibilità di crescere in ruolo. Potranno avere funzioni di coordinamento, progettazione o formazione dei loro colleghi e per le loro mansioni aggiuntive e per la qualifica raggiunta avranno una retribuzione mensile maggiore.» (pag. 116) Questa ipotesi di carriera prelude alla creazione di differenze gerarchiche e retributive tra i docenti che premia i «più dinamici e capaci» (valutati da chi?), innescando dinamiche competitive e non cooperative tra i docenti e la segmentazione delle classi a seconda del “rango” dei rispettivi docenti.

Quali risultati ci si aspetta dal PNRR? «Le simulazioni mostrano che già alla fine del primo triennio del Piano il PIL delle regioni del Mezzogiorno aumenterebbe in misura compresa fra quasi 4 punti percentuali e quasi 6 punti percentuali. Assai significativi sarebbero anche gli impatti occupazionali, che si situerebbero in un intervallo fra i 3 e i 4 punti percentuali.» (pag. 36) Il documento non spiega le metodologie dalle quali scaturiscono le suddette simulazioni, ma – pur tenendo conto di un effetto “rimbalzo” post recessione da covid – esse sembrano ottimiste, sia perché gli stanziamenti sono spalmati su sei anni, sia perché esiste un fisiologico ritardo temporale tra la realizzazione di un investimento e la manifestazione dei suoi risultati.


mercoledì 3 febbraio 2021

L’idrogeno: attore non protagonista sulla scena energetica del XXI secolo

La nostra società è sempre più energivora e tale tendenza è in ulteriore crescita, non solo per l’incremento della popolazione mondiale, ma specialmente per il moltiplicarsi di strumenti e macchinari di cui non possiamo o non sappiamo fare a meno, i quali per funzionare hanno bisogno di energia. La questione energetica - cioè produrre più energia, a costi più bassi, senza inquinare - è una delle questioni centrali del XXI secolo. Nei mezzi di informazione e nei social l’idrogeno è spesso presentato come il combustibile ideale del futuro: ricavabile dall’acqua e che produce acqua come scarto. Purtroppo la realtà è diversa.

L’idrogeno è l’elemento più semplice e leggero, costituito a livello atomico soltanto da un protone e da un elettrone (a parte i più pesanti deuterio e tritio, suoi rarissimi isotopi). Sulla crosta terrestre è diffusissimo, ma non da solo, bensì combinato con altri elementi; ad esempio, lo troviamo nell’acqua, che è composta da due atomi di idrogeno ed uno di ossigeno, o nel metano, formato da un atomo di carbonio e quattro di idrogeno. L’alta combinabilità chimica dell’idrogeno lo rende praticamente assente sulla Terra come molecola a sé stante, di conseguenza, esso non è una fonte energetica, ma un vettore energetico, come l’elettricità, in quanto deve essere prodotto.

Come si produce una molecola di idrogeno? La quasi totalità dell’idrogeno molecolare è prodotta con un procedimento chimico dal metano, combinato con vapore acqueo a temperature comprese tra 700 e 1.100 °C (il calore necessario è prodotto bruciando una parte del metano). Alla fine del procedimento, oltre all’idrogeno, si ottiene come scarto biossido di carbonio (anidride carbonica), che è un gas inquinante, perché favorisce l’effetto serra ed il riscaldamento climatico.

L’idrogeno viene prodotto anche con l’elettrolisi dell’acqua: un procedimento meno usato perché più costoso del precedente, che spezza la molecola dell’acqua con l’ausilio di una corrente elettrica a basso voltaggio, ricavando idrogeno “pulito”, con una bassa perdita di energia dovuta al consumo di elettricità (tra il 6 ed il 20 %). Dal punto di vista ambientale, la produzione dell’idrogeno tramite elettrolisi dell’acqua è del tutto ecocompatibile (se l’elettricità utilizzata è “verde”), deve però essere migliorata dal lato dei costi di produzione e della capacità produttiva. Una buona soluzione in sperimentazione è quella di collocare su navi o piattaforme offshore impianti elettrolitici dell’acqua (prelevata dal mare), alimentati elettricamente da generatori eolici o solari. L’idrogeno prodotto viene stoccato nelle navi-fabbrica stesse o, nel caso delle piattaforme, in navi serbatoio, e scaricato nel porto di stoccaggio finale.

I limiti all’utilizzo dell’idrogeno come combustibile non riguardano solo la produzione, ma anche la distribuzione. A differenza di quanto sovente viene detto, l’idrogeno non può essere trasportato dai metanodotti esistenti, in quanto è molto più leggero del metano. Una soluzione di compromesso è quella di miscelarlo al metano nella percentuale del 10-15 %. Il potere calorico di questa miscela è inferiore a quello del solo metano che, a parità di volume, ha un potere calorico che è il triplo di quello dell’idrogeno. Date le difficoltà di trasporto, l’idrogeno è un combustibile da produrre a bocca utente, oppure da contenere in bombole, per l’alimentazione delle pile a combustibile (fuel cell).

Una pila a combustibile sfrutta un processo inverso a quello dell’elettrolisi, che combinando l’idrogeno (combustibile) all’ossigeno (comburente) genera una corrente elettrica e, come scarto, acqua. Per innescare e mantenere la reazione occorre immettere dell’elettricità, per cui l’efficienza energetica netta è tra il 40 ed il 60 %. Tutto bene, fatta eccezione per la gestione delle bombole contenenti il combustibile, cioè l’idrogeno. Alla pressione di una atmosfera (al livello del mare) l’idrogeno è allo stato solido da – 273 °C (zero assoluto) a – 259 °C, allo stato liquido fino a – 253 °C, dopo di che diventa un gas, altamente infiammabile ed esplosivo (non a caso l’idrogeno liquido è usato come propellente per i missili). Le bombole di stoccaggio dell’idrogeno liquido sono di due tipi: ad alta pressione (fino a 700 atmosfere) o a bassa temperatura (– 253 °C). Alla rottura di una bombola, ad esempio per un urto, seguirebbe uno scoppio devastante. Se le bombole di idrogeno vengono montate su grandi veicoli, come treni o navi, è possibile allocarle in alloggiamenti efficacemente protetti, cosa difficile da garantire su autobus od autocarri, ed impossibile su veicoli di minori dimensioni, quali le auto. Nel trasporto marittimo l’idrogeno potrebbe determinare una vera e propria rivoluzione, dato che le navi potrebbero produrre autonomamente l’idrogeno per le pile a combustibile di bordo.

Allo stato attuale delle tecnologie, un ulteriore limite è costituito dall’uso del platino sia nelle celle idrolitiche che in quelle a combustibile. Un uso modesto, per singola apparecchiatura, trascurabile sul piano dei costi, ma che si scontrerebbe con una scarsità assoluta del metallo, se le apparecchiature diventassero milioni.

Sulla scena energetica del XXI secolo l’idrogeno giocherà un ruolo, ma non sarà l’unico attore e neanche l’attore protagonista.