La bozza del Piano nazionale di ripresa e
resilienza (PNRR), pubblicata il 12 gennaio 2021, si compone di 172 pagine.
Questo articolo – anche per limitarne la lunghezza - intende fornire un quadro
complessivo del PNRR, con un maggiore approfondimento sui temi del lavoro e
della scuola.
Le risorse economiche a disposizione dell’Italia
constano di 208,6 miliardi di euro del 2018 (a moneta 2020 corrispondono a
212,4 mld, ma nell’articolo mi attengo agli importi indicati nel PNRR, cioè a
moneta 2018, quindi soggetti ad indicizzazione), articolati in 6 grandi aree,
dette “missioni”. Non tutti i 208,6 mld corrispondono a nuovi stanziamenti, perché
in tale cifra sono inclusi anche gli stanziamenti “ordinari” dell’UE
(indipendenti dalla pandemia) per il periodo 2021-2026, che ammontano a 66,8
mld; pertanto, i fondi realmente nuovi ammontano a 143,2 mld (tab. 1).
Tab.
1 - Risorse PNRR nuove ed in essere
per missioni in miliardi di euro 2018
|
MISSIONI
|
RISORSE PNRR (MLD)
|
|
NUOVE
|
IN ESSERE
|
TOTALI
|
|
Digitalizzazione,
innovazione, competitività e cultura
|
34,8
|
10,3
|
45,1
|
|
Rivoluzione
verde e transizione ecologica
|
35,9
|
31,6
|
67,5
|
|
Infrastrutture
per una mobilità sostenibile
|
20,3
|
11,7
|
32,0
|
|
Istruzione
e ricerca
|
22,3
|
3,8
|
26,1
|
|
Inclusione
e coesione
|
17,2
|
4,1
|
21,3
|
|
Salute
|
12,7
|
5,3
|
18,0
|
|
TOTALI
|
143,2
|
66,8
|
210,0
|
AVVERTENZA: il PNRR
esaminato è una bozza evidentemente non “normalizzata” dal lato dell’ammontare dei
fondi indicati nelle linee di intervento, che danno un totale di 222,9 mld.
Un altro aspetto importante è l’orizzonte e
la scansione temporale degli stanziamenti e la distinzione tra prestiti e
contributi a fondo perduto. I fondi attesi saranno erogati in sei anni
(a meno di ritardi negli investimenti, che allungherebbero i tempi); i
contributi rappresentano il 31,4% degli stanziamenti totali ed all’80% saranno
erogati nei primi tre anni di piano; i restanti 143,1 mld sono nuovo debito
(tab. 2).
Tab.
2 – Scansione temporale degli stanziamenti in mld di €2018 e quota
dei contributi
|
Anno
|
Totale
|
Contributi
|
Contrib/Totale
|
|
2021
|
24,9
|
10,0
|
40,2%
|
|
2022
|
34,9
|
16,2
|
46,4%
|
|
2023
|
44,7
|
26,2
|
58,6%
|
|
2024
|
40,7
|
9,5
|
23,3%
|
|
2025
|
33,8
|
3,6
|
10,7%
|
|
2026
|
29,6
|
0,0
|
0,0%
|
|
Totale
|
208,6
|
65,5
|
31,4%
|
Il piano dichiara di muoversi su «tre assi strategici: digitalizzazione e
innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale» (pag. 12),
che intersecano trasversalmente le sei missioni, a loro volta articolate in 16
componenti e 47 linee di intervento.
Effettivamente risorse ingenti sono
dedicate alla digitalizzazione della pubblica amministrazione (11,45 mld),
delle imprese (26,73 mld), della logistica portuale (0,36 mld) e del sistema
sanitario (10,01 mld), impegnando in totale circa il 22% delle risorse del
piano. Molto meno viene spinta l’innovazione, con interventi in R&S
(7,29 mld), trasferimento tecnologie e innovazione (4,48 mld) e ricerca e
trasferimento tecnologico in campo sanitario (1,81 mld), che complessivamente
assorbono il 6% degli investimenti. Uno sforzo importante, ma inadeguato alle
necessità dell’Italia, che nell’innovazione scientifica e tecnologica, che si
riflette sull’economia, è sempre più debole in settori strategici come l’elettronica,
le biotecnologie, la farmaceutica e le energie pulite e rinnovabili. Il sistema
scolastico riesce ancora a produrre ricercatori e tecnologi di alto profilo,
che però il Paese sottoutilizza, costringendo molti giovani talenti ad emigrare
all’estero. Il Sole 24 Ore del 16 novembre 2020 riferisce che dal 2008 al 2019
sono emigrati permanentemente all’estero circa 14.000 giovani che hanno
conseguito in Italia il dottorato di ricerca.
La missione “transizione ecologica” è
decisamente quella più finanziata, con 67,5 mld (32% del totale), ai quali
aggiungerei i 26,70 mld di investimenti nella rete ferroviaria (specialmente
alta velocità ed alta capacità); pertanto, la spesa “verde” copre il 43% del
piano. Nella missione “transizione ecologica” sono inclusi 7,55 mld per il
rinnovo del parco veicolare dei mezzi pubblici e privati e per realizzare 1.000
km di ciclovie urbane e metropolitane, più 1.626 km di ciclabili turistiche. La
parte del leone, con 29,35 mld, la fa l’efficientamento energetico ed
antisismico degli edifici pubblici (10,84 mld) e residenziali (18,51 mld). Per
la produzione e distribuzione di energia verde sono impegnati 10,66 mld. 4,38
mld sono assegnati alla risorsa idrica, dove l’Italia sconta enormi deficienze
di rete, tanto che si disperde ben il 41% dell’acqua (51% al Sud). Il piano
prevede di «ammodernare ed efficientare 45 reti di
distribuzione idrica, per circa 25.000 Km con una riduzione delle perdite del
15%.»
(pag. 94) Per gli interventi contro il dissesto idrogeologico, inclusi i
rimboschimenti, sono previsti 3,61 mld, una cifra troppo modesta a fronte di
circa un miliardo di danni subiti annualmente.
La missione “inclusione e coesione” è
articolata in tre componenti: politiche del lavoro (12,62 mld); infrastrutture
sociali, famiglie, comunità e terzo settore (10,83 mld); interventi speciali di
coesione territoriale (4,18 mld).
Scopo delle politiche del lavoro è «accompagnare la trasformazione del mercato
del lavoro con adeguati strumenti volti a facilitare le transizioni
occupazionali, a migliorare l’occupabilità dei lavoratori, a innalzare il
livello delle tutele attraverso la formazione. […] aumentare il tasso di occupazione facilitando le transizioni lavorative
dotando le persone di formazione adeguata; ridurre il mismatch di competenze (e quindi affrontare il
problema dei NEET); aumentare quantità e qualità dei programmi di formazione
continua degli occupati e dei disoccupati.» (pag. 140) Non si punta a
difendere i posti di lavoro, ma al contrario «a facilitare le transizioni
occupazionali». Quanto alle “tutele”, si riducono ad incanalare i
disoccupati in corsi “riprofessionalizzanti”, spesso inutili, avvalorando la
tesi implicita che i disoccupati sono tali perché non abbastanza bravi e
competenti. «I servizi pubblici per
l’impiego e il loro coordinamento con i servizi privati devono essere
potenziati per facilitare questo processo [di ricollocamento dei
lavoratori].» (pag. 9) Non si punta al collocamento pubblico attraverso la
riorganizzare dell’Agenzia per l’impiego, che invece deve “coordinarsi” con il
collocamento privato, che gestisce una delle più vergognose forme di
sfruttamento del lavoro: il lavoro “somministrato”. Questa moderna forma di
caporalato è stata introdotta nel 1997, con il nome di lavoro interinale, dalla
riforma Treu (governo Prodi) e riordinata compiutamente nel 2003, con la
riforma Maroni (governo Berlusconi), propagandisticamente attribuita a Marco
Biagi, assassinato dalla BR.
Per favorire l’occupazione il piano prevede
la «decontribuzione totale per le nuove
assunzioni, di tre anni per i giovani fino ai 35 anni (prolungati a quattro
nelle regioni meridionali) e di due anni per le donne»;
nonché la «conferma fino al 2029 della Fiscalità di
vantaggio per il lavoro al Sud, la riduzione del 30 per cento dei contributi
previdenziali a favore delle imprese [e la] messa
a regime della riduzione del cuneo fiscale sul lavoro dipendente a partire dal
1° gennaio 2021». (pag. 33) La decontribuzione non ha mai creato un solo
posto di lavoro, perché le imprese assumono se hanno bisogno di personale, non
perché è “in offerta”; naturalmente, le imprese tendono anche a comprimere
il costo del lavoro e ad espandere il profitto, ma non hanno convenienza ad
assumere persone di cui non sanno che farsene. L’effetto delle politiche di
decontribuzione è solo quello di aumentare la redditività delle imprese e di
peggiorare il bilancio dell’INPS. La cosiddetta riduzione del cuneo fiscale
altro non è se non un attacco alla previdenza pubblica, perché punta a ridurre
la quota dei contributi INPS dei lavoratori dipendenti, che oggi incide sul
costo del lavoro per il 26% (33% del 125% della paga “lorda”), favorendo il
ricorso alla previdenza complementare.
Come ciliegina sulla torta, «si potenzia il Servizio Civile Universale
con l’obiettivo di disporre di un numero più elevato di giovani» (pag. 141)
Dunque il servizio civile come zona di parcheggio “keynesiano” dei tanti
giovani che non trovano lavoro. Tra le cause della bassa crescita del PIL il
documento cita «la dinamica
demografica declinante e il basso tasso di natalità» (pag. 8); in realtà non è la riduzione
del peso percentuale della componente giovanile a frenare l’economia, visto che
i giovani, benché numericamente in calo, faticano ad inserirsi in attività
lavorative prima dei 30 anni, sprecando il decennio di maggiore potenza
biologica e creativa, quello dei 20 anni.
Alla componente “potenziamento delle
competenze e diritto allo studio” sono riservati 16,72 mld (7,5% del totale). Nella
scuola per l’infanzia si vuole «raggiungere
un’offerta media nazionale pari al 83%, con la creazione di circa 622.500 nuovi
posti entro il 2026. Il raggiungimento di tale obiettivo permetterebbe
all’Italia, dall’attuale offerta pari al 25,5%, di superare la media europea
(35,1%) […].» (pag. 122) Si prevede «un
massiccio intervento di innovazione e digitalizzazione delle strutture
scolastiche (es. cablaggio, nuove aule e laboratori) […]». (pag.
116) «Si potenziano gli Istituti
Tecnici Superiori (ITS) con l’obiettivo di decuplicarne in 5 anni gli studenti
e creando una maggiore osmosi fra ITS e percorsi universitari.» (pag.
117)
Le novità maggiori, a parer mio, riguardano non
tanto gli investimenti, quanto l’organizzazione del sistema scolastico, a
cominciare dal reclutamento: «La
riforma integra le procedure concorsuali con una modalità innovativa di un anno
di formazione e di prova, superata la quale si intende effettivamente vinto il
concorso per docente.» (pag. 117) È ben vero che la competenza principale dell’insegnante
deve essere quella didattica, ma questa non si sviluppa, né si evidenzia, in «un anno di formazione e di prova»,
dove possono giocare negativamente fattori di contesto. Il possesso di una
sufficiente capacità didattica dovrebbe essere un requisito preliminare all’accesso
al concorso, certificato dal possesso di un diploma post laurea in didattica,
conseguito in una scuola di specializzazione della durata di almeno un anno.
Il piano propone inoltre di «costruire una carriera docente dando
l’opportunità ai docenti più dinamici e capaci di assumere responsabilità
all'interno della scuola, accompagnata alla possibilità di crescere in ruolo.
Potranno avere funzioni di coordinamento, progettazione o formazione dei loro
colleghi e per le loro mansioni aggiuntive e per la qualifica raggiunta avranno
una retribuzione mensile maggiore.» (pag. 116) Questa ipotesi di carriera
prelude alla creazione di differenze gerarchiche e retributive tra i docenti che
premia i «più dinamici e capaci» (valutati
da chi?), innescando dinamiche competitive e non cooperative tra i
docenti e la segmentazione delle classi a seconda del “rango” dei rispettivi
docenti.
Quali risultati ci si aspetta dal PNRR? «Le simulazioni mostrano che già alla fine
del primo triennio del Piano il PIL delle regioni del Mezzogiorno aumenterebbe
in misura compresa fra quasi 4 punti percentuali e quasi 6 punti percentuali.
Assai significativi sarebbero anche gli impatti occupazionali, che si
situerebbero in un intervallo fra i 3 e i 4 punti percentuali.» (pag.
36) Il documento non spiega le metodologie dalle quali scaturiscono le suddette
simulazioni, ma – pur tenendo conto di un effetto “rimbalzo” post recessione da
covid – esse sembrano ottimiste, sia perché gli stanziamenti sono spalmati su
sei anni, sia perché esiste un fisiologico ritardo temporale tra la
realizzazione di un investimento e la manifestazione dei suoi risultati.