Il 9 settembre Mario Draghi ha presentato il rapporto “Il futuro
della competitività europea”, esaltato come faro da Ursula von der Leyen. Il
rapporto illustra i pochi punti di forza ed i molti di debolezza dell’Unione
europea (UE) sul piano della competitività economica e dei connessi equilibri
politico-sociali, proponendo una strategia competitiva che dovrebbe consentire
il rilancio economico dell’UE, nel confronto con i concorrenti planetari. Il
rapporto descrive lo scenario attuale, dal quale fa derivare proposte
strategiche inaccettabili e pericolose.
Lo scenario attuale –
Punti di forza
Il rapporto evidenzia che, rispetto ai suoi concorrenti, l’UE
vanta il più basso livello di diseguaglianza dei redditi e le maggiori tutele
sociali; inoltre, rappresenta il 17% del PIL mondiale, quindi una potenza
economica di tutto rispetto.
Disuguaglianza dei redditi
Nei paesi dell’UE la diseguaglianza dei redditi, misurata in
base alla quota percepita dal 10% più abbiente, nel 2022 era del 26%, contro il
43% della Cina ed il 48% degli USA. Il rapporto trascura tuttavia di
evidenziare che nei 27 paesi dell’UE la quota di reddito del 10% superiore nei
primi anni ’80 era al 31% ed è cresciuta fino al 1999, stabilizzandosi intorno
al 37%. Se è pur vero che in questo secolo nell’UE non c’è stato un incremento
della diseguaglianza di reddito, resta il fatto che negli ultimi anni del XX
secolo si è verificato un incremento di 6 punti percentuali dei redditi del 10%
superiore e che se tale incremento venisse riassorbito ci sarebbe una maggiore giustizia
sociale ed un incremento dei consumi interni.
Tutele sociali
Le tutele sociali (sanità, istruzione, pensione, sussidi di
disoccupazione e povertà) in UE sono effettivamente tra le più alte a livello
mondiale; tuttavia il rapporto non evidenzia che attualmente esse sono
minacciate e in regresso. Lo stato sociale, che ha garantito la ripresa dopo la
seconda guerra mondiale, è oggi considerato da gran parte dei governanti dell’UE
un impedimento alla libera espressione dei mercati.
Quota del PIL mondiale
Il rapporto trascura di rappresentare l’evoluzione della quota
del PIL mondiale dei 27 paesi ora nell’UE. Essi nel 1980 rappresentavano il
28,6% del PIL mondiale, contro il 25,4% degli USA. Fino al 2011 c’è stato un
tendenziale declino del peso relativo del PIL sia dell’UE che degli USA, scesi
al 21%; ma dal 2012 gli USA hanno recuperato e quest’anno raggiungeranno il
26%, mentre l’UE è testa a testa con la Cina intorno al 17%.
Lo scenario attuale –
Punti di debolezza
I punti critici della competitività dell’UE indicati dal
rapporto riguardano: insufficiente produttività; eccessiva dipendenza dal
commercio internazionale; costo eccessivo dell’energia; insufficiente spesa per
la difesa; carenze del mercato dei capitali; rigidità e lentezza della governance dell’UE. Senza farne un punto
a parte, il rapporto lamenta sovente la frammentazione tra i 27
nell’approcciare i suddetti punti critici.
Governance dell’UE
Una nuova strategia industriale per l’Europa non può avere
successo senza un cambiamento dell’assetto istituzionale e del funzionamento
dell’UE. Nell’UE le decisioni vengono prese all’unanimità o con ampio consenso,
punto per punto, discusse in differenti sottocomitati, poco coordinati tra
loro. Veti multipli possono ritardare o diluire l’azione. Per approvare nuove
leggi sono richiesti mediamente 19 mesi. Ciò nonostante, l’UE soffre di un
eccesso di produzione di norme, che appesantiscono l’attività delle imprese, i
cui costi non vengono valutati.
Mercato dei capitali
Per recuperare capacità competitiva, l’UE ha bisogno di un
investimento addizionale annuale di almeno 750-800 miliardi di euro, che
corrisponde al 4,4-4,7% del PIL 2023 dell’UE. Gli investimenti nell’UE
dovrebbero crescere dall’attuale 22% del PIL al 27%. I capitali non
mancherebbero, perché nel 2022 il risparmio delle famiglie nell’UE ha raggiunto
1.390 miliardi di euro, contro 840 miliardi di euro negli USA. Manca però un
mercato dei capitali comune; sono poco presenti le banche di investimento e le
finanziarie di venture capital. Nell’UE
gli investimenti tramite venture capital
rappresentano solo il 5% del totale, contro il 52% negli USA ed il 40% in Cina,
a causa di una scarsa domanda di capitale di rischio, data l’eccessiva presenza
di microimprese.
Produttività
La produttività dell’UE è carente non in tutti i settori, ma
nelle tecnologie avanzate (informatica, spazio, farmaceutica, energia). L’high tech
soffre per insufficienza di investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) e per
un deficit di personale con adeguate capacità. Nel 2021 le imprese UE hanno
speso in R&S circa 270 miliardi di euro, pari alla metà della spesa in
R&S delle imprese USA. Né il pubblico supplisce alle carenze del privato,
non solo in termini quantitativi, ma anche gestionali, in quanto negli USA la
spesa pubblica in R&S è gestita tutta a livello federale, mentre nell’UE
solo il 7% è gestito a livello dell’UE ed il 93% dai singoli stati. L’UE sforna
ogni anno nelle discipline STEM (science,
technology, engineering, maths) 850 laureati per milione di abitanti,
contro 1.100 negli USA. Nell’UE risulta carente la collaborazione tra le istituzioni
accademiche e le imprese. In Europa si fa ricerca di base e brevettazione, ma
solo un terzo dei brevetti ha uno sviluppo commerciale.
Commercio internazionale
Tra il 2000 ed il 2019 la quota del commercio mondiale in
rapporto al PIL dell’UE è salita dal 30% al 43%, mentre negli USA è passata dal
25% al 26%. La grande esposizione dell’economia dell’UE verso l’estero comporta
il rischio di blocco delle forniture di materie prime critiche e di tecnologie per
l’high tech e per l’energia. D’altro canto, secondo le previsioni del FMI,
l’espansione del commercio internazionale tende a rallentare, scendendo al 3,2%
all’anno, contro una media annua 2000-2019 del 4,9%.
Energia
Nell’UE il costo dell’energia è schizzato nel 2022 a seguito
della crisi Ucraina, che ha comportato la sostituzione del gas russo – a basso
costo e che copriva il 45% dei consumi energetici dell’UE - con quello di altri
fornitori e l’aumento delle importazioni del più costoso GNL (gas naturale
liquido), la cui quota nella fornitura di gas all’UE è passata dal 20% nel 2021
al 42% nel 2023. Nel campo degli idrocarburi i potenziali fornitori sono pochi,
mentre gli acquisti sono frammentati tra i vari paesi dell’UE. L’elevata
volatilità del mercato dei derivati legati agli idrocarburi genera incertezza dei
prezzi. Gli investimenti infrastrutturali nelle rinnovabili e nelle reti
comportano tempi per le autorizzazioni differenti tra i paesi membri: da un
minimo di 3 anni ad un massimo di 9, per l’eolico a terra, e da un anno a tre, per
il fotovoltaico. In UE le rinnovabili hanno coperto nel 2023 il 22% del consumo
energetico lordo, contro il 14% in Cina ed il 9% negli USA. L’UE detiene
vantaggi innovativi nelle tecnologie delle rinnovabili, ma tali vantaggi si
vanno assottigliando, a favore in particolare della Cina. In realtà il grafico
allegato alla relazione mostra che già da oggi esiste uno strapotere della Cina
in tutte le tecnologie riguardanti le energie rinnovabili. Negli USA poi sul
consumo dell’elettricità e del gas non è applicata alcuna tassazione. Il
rapporto sottolinea che il Green Deal
dell’UE è più ambizioso di quello dei concorrenti, il che può creare nel breve
termine costi addizionali; non si propone esplicitamente di ridimensionarlo, ma
tra le righe se ne suggerisce l’opportunità. Il rapporto lamenta che la
decisione politica di consentire dal 2035 la vendita solo di auto elettriche
non si è coordinata con la politica industriale. Nell’automotive l’UE non ha
applicato il principio della neutralità tecnologica [secondo il quale sono le
imprese che decidono la tecnologia su cui puntare, non i decisori politici,
ndr].
Difesa
Solo 10 paesi dell’UE investono almeno il 2% del PIL in
armamenti, in linea con l’impegno NATO; se tutti i 27 paesi dell’UE
investissero il 2% in armamenti, la relativa spesa crescerebbe di 60 miliardi
di euro all’anno. L’industria europea della difesa non soffre solo di minori
investimenti, ma anche di minore focalizzazione sullo sviluppo tecnologico. Nel
2023 gli USA hanno speso in R&S militare 130 miliardi di euro, pari al 16%
della spesa militare totale; nel 2022 l’UE ha speso in R&S militare 10,7
miliardi di euro, pari al 4,5% del totale della spesa militare. L’industria
europea della difesa è frammentata, con conseguenti diseconomie di scala e
deficiente interoperabilità dei sistemi d’arma. L’industria della difesa offre buone
opportunità commerciali, data la crescente domanda mondiale di risorse ed
equipaggiamenti militari. Nel settore dello spazio l’UE sta perdendo terreno,
in particolare in materia di lanciatori e di satelliti geostazionari. La spesa per
lo spazio dell’UE nel 2023 è stata meno di un quinto di quella USA.
Le soluzioni proposte dal
rapporto Draghi
Governance dell’UE
Il rafforzamento dell’UE richiede il cambiamento dei trattati, operazione
complessa, ma molto può essere fatto con aggiustamenti mirati. Il rapporto
sembra suggerire una politica di piccoli passi. Si raccomanda inoltre la
costituzione di una nuova “Struttura di coordinamento della competitività”, che
si occupi delle priorità competitive dell’UE, formulate ed adottate dal
Consiglio europeo. Occorre creare un nuovo vicepresidente della Commissione,
incaricato della semplificazione. Infine un’idea di Enrico Letta: per le
imprese innovative può essere previsto un 28mo regime
giuridico (rispetto a quelli dei 27 paesi membri) in materia di insolvenza,
norme sul lavoro e sulla tassazione. Questa proposta mi sembra assurda; invece
di puntare sulla convergenza delle legislazioni nazionali, fino a costituire un
codice civile unitario, si vorrebbe introdurre un regime giuridico aggiuntivo,
con un suo sistema giudiziario. Se un’impresa innovativa (concetto tutto da
definire) ha una lite con un’altra persona giuridica, quale diritto si dovrebbe
applicare?
Mercato dei capitali
Necessita un comune assetto del risparmio, un’unione del mercato
dei capitali, ma non si spiega come ciò dovrebbe avvenire. Occorre promuovere
strumenti di debito comune, che consentano agli stati membri di integrare il
mercato dei capitali privati. Tutto qui.
Produttività
Su come superare lo svantaggio di produttività il rapporto non
dice molto. Esso si limita a suggerire di sostenere le imprese innovative, di
rifocalizzare il programma strutturale di R&S dell’UE su un piccolo numero
di priorità condivise, di riformare l’EIC (European
Innovation Council).
Commercio internazionale, energia e difesa
Il rapporto è più preciso riguardo al commercio internazionale,
all’energia ed alla difesa, temi tra loro connessi. La “dottrina Draghi” si può
definire del protezionismo armato, sull’esempio degli USA. Secondo il rapporto,
l’UE deve ridurre la sua dipendenza economica dall’estero, deve
“deglobalizzarsi”, e deve aumentare la sicurezza dei suoi confini e della
catena delle forniture di materie prime e di tecnologie chiave, incrementando
gli investimenti per la difesa. Una deglobalizzazione spinta, come quella degli
USA, non è applicabile per l’UE, perché può generare un conflitto tariffario
costoso, dato che più di un terzo del PIL europeo è esportato, contro un quinto
di quello degli USA. L’UE deve adottare una strategia “mista” e diversificare i
fornitori esteri, per limitare la dipendenza da essi. Gli obiettivi di
decarbonizzazione possono essere raggiunti utilizzando in parte le tecnologie a
basso costo cinesi, segnatamente nell’automotive e nel fotovoltaico, dato che i
costi di produzione in Cina sono inferiori a quelli nell’UE del 35-65% nel
fotovoltaico e del 20-35% nelle batterie. Il settore dei trasporti ha un ruolo
critico nella decarbonizzazione ed occorre favorire il trasporto intermodale. La
gran parte dei minerali per le tecnologie energetiche pulite sono estratti e
lavorati in paesi con i quali l’UE non è “strategicamente allineata”. Le
imprese energivore vanno aiutate con una riduzione speciale dei costi
dell’energia. L’UE è dipendente dall’estero per l’80% dei prodotti, servizi,
infrastrutture e brevetti digitali. Nel campo dell’intelligenza artificiale e
del cloud l’UE dipende largamente
dagli USA. L’UE deve sviluppare una politica economica estera comune e
stringere accordi con paesi fornitori, anche in coinvestimento. Maggiori spese
per la difesa sono necessarie, dato che sono in corso una guerra aperta al
confine orientale dell’Europa ed una ibrida in tutto il mondo.
La “dottrina Draghi” – ora descritta - è quella del
protezionismo, supportato dal ricorso a sanzioni, se non addirittura alla forza
militare, nei confronti dei paesi non “strategicamente allineati” con l’UE.
Viene in mente il motto mussoliniano “È l’aratro che scava il solco, ma è la
spada che lo difende”. Un mondo dove crescono i muri e gli armamenti è un mondo
più povero e più insicuro. La strategia del protezionismo armato è antistorica.
Essa è una revisione dell’ideologia imperialista, con gli USA quali potenza
dominante e l’UE al seguito. Per avere sicurezza e progresso, economico ed
umano, occorre fare l’esatto contrario: costruire ponti, promuovere la leale
collaborazione tra le nazioni ed i popoli; incrementare l’interdipendenza e gli
scambi, non solo economici, ma anche culturali. Basta guerre, basta
colonialismo, che cambia pelle ma non la sua natura predatoria.