domenica 22 dicembre 2024

I conti catastrofici della Regione Molise

 


Non è dato sapere quale sia lo stato attuale dei conti della Regione Molise; infatti, con le leggi regionali n. 3 e n. 5 del 2024 sono stati finalmente approvati definitivamente i rendiconti 2020 e 2021, che erano stati bocciati dalla Corte dei Conti; nel 2023 la Giunta regionale ha adottato il rendiconto del 2022 e nel 2024 quello del 2023, i quali non hanno ancora ottenuto la parifica (cioè l’approvazione) della Corte dei conti e che pertanto potrebbero subire importanti modifiche, come è avvenuto per il 2020 ed il 2021. In tale incertezza, un’analisi approfondita dei conti regionali appare prematura; tuttavia, può essere utile un esame sommario e semplificato, basato su tre saldi chiave: il risultato di amministrazione, il conto economico ed il patrimonio netto.

Il risultato di amministrazione stima la copertura finanziaria degli impegni di spesa assunti dall’ente locale. I saldi adottati inizialmente dalla Giunta regionale per il 2020-2023 e quelli convalidati per il 2020-2021, sono tutti in pesante disavanzo (gra. A).

Gra. A - Disavanzi di amministrazione approvati ed in prima adozione


Per il 2020-2021, dove abbiamo anche i saldi convalidati, si vede come questi peggiorano di circa 100 milioni i disavanzi inizialmente proposti dalla Giunta regionale; non sappiamo se i saldi adottati per il 2022-2023 saranno anch’essi rivisti in peggio.

I conti economici 2020-2023 si chiudono tutti in perdita. Per il 2020-2021 i conti definitivi peggiorano di un centinaio di milioni i primi conteggi; vedremo se un analogo peggioramento toccherà anche le perdite 2022-2023 (gra. B).

Gra B – Perdite di conto economico approvate ed in prima adozione


Il patrimonio netto è pesantemente negativo ed in tendenziale peggioramento, anche secondo i conti inizialmente adottati dalla Giunta regionale; anche qui i dati definitivi 2020-2021 peggiorano di un centinaio di milioni quelli adottati inizialmente (gra. C).

Gra. C - Patrimonio netto approvato ed in prima adozione


Se la Regione Molise fosse un’impresa privata sarebbe fallita già da diversi anni.

Ai conti catastrofici c’è da aggiungere l’aggravante che i disavanzi non sono giustificati da spese sostenute per erogare servizi adeguati ai cittadini, ma da cattiva gestione. Le due principali “missioni” (così si chiamano) di spesa della Regione Molise sono “Tutela della salute” e “Trasporti e diritto alla mobilità”, che nei conti 2023 (non ancora validati) assorbono rispettivamente il 67,4% ed il 10,5% delle spese regionali ed entrambe versano in uno stato di servizio deplorevole.

 

NOTA

Le delibere di Giunta regionale di prima adozione dei rendiconti: 429/2021 per il 2020; 213/2022 per il 2021; 289/2023 per il 2022; 553/2024 per il 2023.


lunedì 2 dicembre 2024

Confusione in Molise nel riparto dei contributi statali per l’acquisto di nuovi autobus urbani

 

Di quali e quanti contributi si tratta

Il decreto legislativo (DL) n. 121, del 10 settembre 2021, convertito dalla legge 126/2021, all’art. 3-ter, ha stanziato per il rinnovo di autobus urbani 5 milioni per il 2022 ed a seguire 7 milioni all’anno dal 2023 al 2035, per un importo totale di 96 milioni. Destinatari dei finanziamenti sono alcune regioni e province autonome, tra cui il Molise, al quale il decreto ministeriale (DM) n. 256 del 24 agosto 2022 (attuativo del DL 121/2021) ha assegnato 11.068.800 euro; il DM n. 112 del 18 aprile 2024 – fermi restando gli investimenti complessivi – ha successivamente accorciato i tempi di erogazione al 2026. Per il Molise la nuova tempistica è di 576.500 euro per il 2022, 2.536.600 euro per il 2023 e 2.651.900 euro all’anno dal 2024 al 2026. Il DM 256/2022 precisa che gli autobus da acquistare devono essere alimentati a metano, ad elettricità o ad idrogeno.

Sempre per il rinnovo del parco autobus urbani, il 23 dicembre 2021 è intervenuto il DM n. 530, che ha disposto l’investimento di 1.915 milioni nell’ambito del PNRR (M2C2 – 4.4.1), per l’acquisto di autobus alimentati elettricamente o ad idrogeno e per la realizzazione delle strutture di supporto alla alimentazione dei mezzi. I finanziamenti sono riservati «ai comuni capoluogo di città metropolitane e, per le regioni dove non sono presenti città metropolitane, ai comuni capoluogo di regione o di province autonome, nonché ai comuni con più elevati tassi di inquinamento da PM10 e biossido di azoto». Sotto pena di revoca del finanziamento, i soggetti attuatori devono aggiudicare gli acquisti entro il 31 dicembre 2023, mettere in linea entro il 2024 il numero minimo di autobus assegnato e tutti gli altri entro il 30 giugno 2026. Di questo intervento ha beneficiato anche il Comune di Campobasso, che ha ottenuto 3.977.928 euro, con l’obbligo di rendere operativi almeno due autobus entro il 31 dicembre 2024 ed in totale almeno 6 entro il 30 giugno 2026.

Come vanno ripartiti i contributi

Ci sono dunque poco più di 11 milioni di cui è destinataria la Regione Molise, da ripartire ai quattro comuni che già usufruiscono di contributi regionali per il trasporto pubblico locale (TPL), cioè Campobasso, Termoli, Isernia e Larino. Secondo l’art. 43, comma 1, della legge regionale (LR) n. 11/2014, come modificato dall’art. 7, comma 3, della LR 8/2022, i contributi per il TPL vanno ripartiti «secondo criteri che tengono conto dei chilometri percorsi, del numero degli abitanti, della densità abitativa e dell'utenza.» Seguendo tali criteri, con la determina dirigenziale regionale (DDR) n. 4 del 3 gennaio 2023, il Dipartimento governo del territorio, Servizio mobilità, ha calcolato le seguenti percentuali di riparto: Campobasso 49,62%; Termoli 28,86%; Isernia 17,53%; Larino 3,99%. Di conseguenza, il riparto degli 11.068.800 euro diventa: 5.492.338,56 euro a Campobasso; 3.194.455,68 euro a Termoli; 1.940.360,64 euro ad Isernia; 441.645,12 euro a Larino.

Al Comune di Campobasso sono anche destinati i quasi 4 milioni da PNRR, in quanto le due fonti di finanziamento non sono sovrapponibili, ma complementari, nel senso che il Comune di Campobasso acquisterà alcuni autobus tramite una fonte di finanziamento ed altri con l’altra. Che il finanziamento ex DL 121/2021 non assorba quello ex DM 530/2021 è evidente perché questo: 1) è stato deciso poco dopo il primo; 2) stanzia ben 1.915 milioni, contro 96 milioni; 3) prevede la finanziabilità degli autobus alimentati elettricamente e ad idrogeno, escludendo l’alimentazione anche a metano, ammessa nell’altro finanziamento.

Che cosa ha combinato la Regione Molise

Pur essendo limpido che i due finanziamenti sono distinti e complementari, la Giunta Roberti, con delibera n. 388, del 5 agosto 2024, ha stabilito che dal riparto dei poco più di 11 milioni del finanziamento ex DL 121/2021 vanno defalcati al Comune di Campobasso i quasi 4 milioni ottenuti grazie al DM 530/2021 e che tale somma deve essere ridistribuita in parti uguali tra i quattro Comuni interessati. Una tale decisione è del tutto illogica, perché i due finanziamenti sono indipendenti; inoltre, la somma “scippata” a Campobasso viene divisa in parti uguali, ignorando le percentuali di riparto stabilite dalla DDR 4/2023. I due finanziamenti non sono sovrapponibili neanche riguardo al tipo di alimentazione dei veicoli: per il DL 121/2021 la Regione ha stabilito debba essere a metano, alimentazione che è esclusa dal DM 530/2021, per il quale Campobasso ha scelto l’elettrico.

Le conseguenze

Naturalmente il Comune di Campobasso ha presentato un ricorso al TAR del Molise, per l’annullamento della DGR 388/2024 e di tutti gli atti presupposti, connessi e conseguenti, chiedendone la sospensiva nelle more della sentenza. Al ricorso si sono opposti la Regione Molise ed i Comuni di Termoli e di Isernia. Il 21 novembre 2024 è stata pubblicata l’ordinanza n. 302 del TAR riguardo alla richiesta di sospensiva cautelare, ammettendola in parte. I giudici amministrativi, ad un primo sommario esame, hanno ritenuto arbitraria e manifestamente ingiusta la divisione in parti uguali del finanziamento da PNRR ottenuto dal Comune di Campobasso, che ignora i criteri di riparto stabiliti dalla Regione stessa con la DDR 4/2023. Hanno invece «Rilevato, in via preliminare, che non appare a un primo esame censurabile la valorizzazione, da parte della Regione Molise, della circostanza che il Comune di Campobasso avesse già conseguito, in ambito PNRR, un consistente finanziamento avente finalità sovrapponibili a quelle del contributo di cui al provvedimento regionale qui impugnato.» Commettendo in questo secondo caso un clamoroso errore di valutazione, considerando “sovrapponibili” due finanziamenti che non lo sono affatto. Ritengo che il Comune di Campobasso dovrebbe impugnare l’ordinanza presso il Consiglio di Stato, anche perché il TAR del Molise ha fissato l’udienza di merito al 4 giugno 2025.

Intanto la Giunta regionale si è adeguata all’ordinanza, emanando il 29 novembre 2024 la delibera n. 546, con la quale ha ricalcolato il riparto dei quasi 4 milioni di fondi PNRR ottenuti da Campobasso. La tabella che segue riporta il riparto dei finanziamenti ex DL 121/2021, secondo il calcolo giusto ed il I e II riparto (scorretti) secondo la Regione.

Riparto finanziamenti alla Regione Molise ex DL 121/2021

Gestori - Comuni

Riparto giusto

Riparto Regione

Ipotesi 1

Ipotesi 2

SATI - Campobasso

5.492.763

2.509.039

3.488.458

Aesernia - Isernia

1.940.853

2.935.248

2.638.242

Lancieri - Larino

441.064

1.435.813

599.938

GTM - Termoli

3.194.120

4.188.699

4.342.162

Totale

11.068.800

11.068.800

11.068.800

 

Come si vede, nella seconda ipotesi al Comune di Campobasso vengono sottratti 2 milioni.

La telenovela continua.

lunedì 18 novembre 2024

La Giunta Balice vuole spendere 4,2 milioni quando può contare solo su 3,2

 

L’8 novembre 2024 la Giunta comunale di Termoli ha adottato la delibera n. 307, con la quale ha aggiunto al Piano triennale degli acquisti di forniture e servizi 2024-2026 l’acquisto, tramite gara europea, di autobus urbani alimentati a metano, per l’importo di 4.188.699 euro. Tale delibera dovrà essere ratificata dal Consiglio comunale entro il 31 dicembre 2024, a pena di decadenza. Direte: “Finalmente a Termoli gli autobus per il trasporto urbano saranno nuovi, sicuri, confortevoli e meno inquinanti”. Purtroppo la decisione della Giunta Balice è quantomeno imprudente: i soldi per effettuare l’acquisto dei nuovi autobus dovrebbero provenire da specifici stanziamenti governativi (DL 121/2021 e successivi decreti attuativi interministeriali 256/2022 e 112/2024), che hanno assegnato al Molise 11.068.800 euro. Questa somma doveva essere suddivisa tra Campobasso, Termoli, Isernia e Larino, in base ai criteri di riparto stabiliti dalla determina dirigenziale regionale (DDR) 4/2023. Da tale riparto, a Termoli spetterebbero 3.194.217 euro, ma qui è intervenuta una incredibile decisione “creativa” della Giunta regionale Roberti (delibera 388/2024), la quale ha deciso che il finanziamento di 3.977.928 euro per l’acquisto di autobus urbani, ottenuto dal Comune di Campobasso partecipando ad un bando PNRR, andava “condiviso” con Termoli, Isernia e Larino, neanche secondo i criteri della DDR 4/2023, ma addirittura in parti uguali, assegnando a ciascuno degli altri tre comuni quasi un milione in più, a spese di Campobasso. In tal modo il finanziamento per Termoli è diventato di 4.188.699 euro. Si noti che il Comune di Campobasso aveva ottenuto i circa quattro milioni con decreto del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile n. 530 del 23/12/2021, attuativo della misura M2C2-4.4.1 del PNRR, dunque con un atto che non ha nulla a che vedere con gli 11.068.800 euro che la Regione Molise doveva ripartire tra Campobasso, Termoli, Isernia e Larino.

Naturalmente il Comune di Campobasso ha proposto un ricorso al TAR del Molise contro la Regione Molise ed i Comuni di Termoli, Isernia e Larino; ricorso al quale il Comune di Termoli ha deciso di resistere costituendosi in giudizio (delibera di Giunta n. 292 del 25/10/2024). La speranza di vittoria della Giunta regionale e di quella di Termoli mi sembra nulla; ma in ogni caso, vista la pendenza del ricorso al TAR, come può il Comune di Termoli avviare un bando per 4.188.699 euro, quando il finanziamento certo è solo di 3.194.217 euro? Come fa la Giunta Balice a dare per scontato che vincerà la causa intentata dal Comune di Campobasso? Chi coprirà il milione in più di spesa, se il TAR boccerà la DGR 388/2024? Un elementare criterio di prudenza avrebbe dovuto indurre la Giunta Balice ad indire un bando per 3.194.217 euro, salvo proporre una successiva gara per 994.482 euro in caso di vittoria nel giudizio amministrativo.

Gli autobus urbani acquistati dal Comune di Termoli saranno conferiti a GTM, concessionaria del trasporto pubblico cittadino (si presume e spera in comodato d’uso gratuito, per la durata della concessione, e non regalati). Qui si innesta una problematica che si trascina dal settembre 2021, cioè dal rinnovo della concessione addirittura ventennale. Nei patti contrattuali e concessori è previsto che GTM investa quasi 10 milioni di euro in beni ed infrastrutture inerenti alla mobilità urbana. In particolare, GTM si è impegnata a rinnovare completamente la flotta, acquistando autobus nuovi di fabbrica, dotati di pedana mobile per le persone con mobilità ridotta, sistema di localizzazione satellitare, validazione elettronica dei titoli di viaggio, climatizzazione, telecamere di sorveglianza, protezione del posto di guida. Il rinnovo della flotta doveva avvenire addirittura contestualmente alla firma del contratto e della concessione. Sono passati tre anni e di autobus nuovi di fabbrica neanche l’ombra (quest’anno ne sono stati messi in linea due, spacciati per nuovi, ma in realtà usati, uno del 2016 e l’altro del 2017), né peraltro la Giunta Roberti-Ferrazzano ed ora Balice si sono peritate di mettere in mora GTM. Che succederà con l’arrivo degli autobus acquistati dal Comune con fondi pubblici? L’obbligo di GTM di rinnovare la flotta sarà graziosamente cancellato, oppure l’Amministrazione comunale concorderà con il privato investimenti alternativi, affinché i quasi 10 milioni di investimenti concordati non si riducano a spiccioli?

mercoledì 13 novembre 2024

Il Meloni pensiero ed il clima

 


Giorgia Meloni si è recata fino a Baku, in Azerbaigian, per tenere un discorso di cinque minuti, con il quale ha squalificato la stessa Cop29, alla quale stava partecipando. L’attacco della Meloni è incardinato su tre argomenti: 1°) approccio pragmatico e non ideologico; 2°) neutralità tecnologica; 3°) fusione nucleare.

Il primo argomento deriva da un uso semantico improprio del termine “ideologico”, come sinonimo di dogmatico ed astratto. In realtà l’ideologia è la razionalizzazione della visione che ciascuno di noi ha di se stesso e del mondo, fisico e sociale, che ci circonda. In quanto tale, l’ideologia costituisce le fondamenta stesse della politica. Poiché i punti di vista di ciascuno di noi sono soggettivi, storicamente esistono e coesistono più ideologie e dunque una pluralità di posizioni politiche e di sistemi valoriali. L’ideologia, o meglio, le ideologie sono connaturate alla vita sociale e proprio per questo vanno considerare con costante spirito critico, in quanto per loro natura non nascono in un ambiente sterile di laboratorio, ma dal brulicare delle vite umane. In questo inizio di XXI secolo nell’area geo-politica dominata dagli USA la vulgata mainstream parla di fine delle ideologie, semplicemente perché l’ideologia prevalente è quella neoliberista, che pretende di accreditarsi come sistema socio-economico assoluto e finale, giusto per natura. Appunto questo sostiene Meloni. Essa derubrica le minacce dovute al riscaldamento globale ad allarmi cervellotici (“ideologici”, nel suo lessico), in contrasto con le esigenze pratiche del capitalismo neoliberista, queste sì da mettere al primo posto, subordinando le persone e la natura.

Il secondo argomento si avvale di una mistificazione linguistica, affinché il popolo non capisca di cosa si parla. L’espressione “neutralità tecnologica”, vuol dire che la politica e men che meno i cittadini non devono mettere becco nelle scelte tecnologiche riguardanti il settore energetico. I governi devono essere “neutrali”, devono farsi da parte e lasciare che sia il mercato, cioè le multinazionali dell’energia, a decidere su quali tecnologie puntare. In un mondo in cui c’è sempre più fame di energia ed aumenta l’inquinamento da CO2, uno dei doveri principali di qualunque governo è di orientare la politica energetica. Invece si pretende che i governi rinuncino a tale diritto-dovere. La cosa assurda è che tale tesi è sostenuta anche da personalità politiche e di governo, non solo Meloni, ma anche von der Leyen, Draghi e gran parte degli attuali governanti dei paesi appartenenti all’impero USA.

Il terzo argomento ha lo scopo retorico di depotenziare l’allarme climatico. Non c’è da preoccuparsi più di tanto, perché – secondo Meloni – sta per arrivare la fusione nucleare, che fornirà tutta l’energia che servirà, ad inquinamento zero. Per dirla con una metafora calcistica, Meloni ha buttato la palla in tribuna. Sulla fusione nucleare controllata i fisici stanno lavorando da più di mezzo secolo ed hanno nel frattempo realizzato macchine sperimentali in grado di realizzarla. La macchina su cui si sta lavorando maggiormente si chiama tokamak ed è stata inventata in URSS negli anni ’60 del XX secolo. Il tokamak ha la forma di una ciambella (toroide) di acciaio, circondata da magneti potentissimi; all’interno viene introdotto il combustibile, che, portato a temperature elevatissime, raggiunge lo stato di plasma, cioè di un gas ionizzato sensibile al campo elettromagnetico generato dai potenti magneti, che lo mantiene a distanza dalle pareti della ciambella, che altrimenti brucerebbe. Enfaticamente si sente dire che il processo di fusione nucleare è lo stesso che avviene nelle stelle, come il nostro Sole. In realtà ci sono delle similitudini, ma anche delle differenze. Il Sole brucia idrogeno, ma per portarlo allo stato di plasma nel tokamak bisognerebbe raggiungere temperature tecnicamente impossibili. In alternativa si utilizza una miscela di due isotopi dell’idrogeno, il deuterio ed il tritio, che raggiungono lo stato di plasma a “soli” 10 milioni di gradi Kelvin. Per far funzionare il tokamak occorre spendere enormi quantità di energia per produrre artificialmente il deuterio ed il tritio, per portarli a 10 milioni di °K, per alimentare i magneti. Nei reattori sperimentali fino ad ora si è spesa più energia di quanta ne sia stata prodotta ed inoltre essi hanno funzionato per tempi dell’ordine di un secondo o meno, altrimenti sarebbero andati a fuoco. La sfida è quella di realizzare una macchina che possa lavorare per tempi più o meno lunghi e che fornisca più energia di quanta ne consumi. Attualmente è quasi ultimato in Francia il reattore sperimentale ITER, nato da una collaborazione internazionale (Italia inclusa) per risolvere appunto le attuali difficoltà. È in gestazione un secondo reattore, chiamato DEMO, che – grazie ai risultati ottenuti con ITER – sarà il prototipo di un reattore utilizzabile commercialmente. L’avvio di DEMO è atteso per il 2050. Se tutto andrà bene, bisognerà lavorare ancora per portare il costo dell’energia da fusione nucleare a quello delle rinnovabili, il che richiederà altri anni. In conclusione, l’energia da fusione nucleare potrà essere tecnicamente ed economicamente disponibile verso la fine di questo secolo. Il richiamo tranquillizzante di Meloni è del tutto fuori luogo, in quanto l’emergenza climatica è già drammaticamente presente e peggiorerà con crescente rapidità, se non ci mettiamo un freno adesso.

sabato 26 ottobre 2024

La balla maggiore di sempre sul finanziamento (reale) del Servizio Sanitario Nazionale

 


Il 23 ottobre è approdata alla Camera la proposta di legge di bilancio 2025, in cui il “fabbisogno sanitario standard” 2025 è quantificato in 136,7 miliardi. Per l’esattezza, il primo comma dell’art. 47 (Rifinanziamento del Servizio Sanitario Nazionale) prevede un incremento di 1,3 miliardi, da aggiungere ad altri 1,3 miliardi, già previsto dalla legge di bilancio 2024 per il 2025. Sommando i due incrementi (quello già previsto e quello aggiuntivo) il finanziamento 2024, pari a 134,1 miliardi, nel 2025 è incrementato in valore assoluto di 2,6 miliardi ed in percentuale dell’1,9%, cioè di una percentuale leggermente inferiore a quella dell’inflazione attesa per il 2025, che è del 2%. Il finanziamento della sanità pubblica cresce nominalmente, ma in valore reale, cioè al netto dell’inflazione, non c’è alcun incremento rispetto al 2024, come ha dichiarato onestamente lo stesso ministro delle finanze Giorgetti.

Nulla di cui gloriarsi, anzi, il mancato incremento reale del finanziamento del SSN vanifica le aspettative sempre più pressanti di risanamento del sistema sanitario pubblico. Ciò nonostante, la presidente del Consiglio dei ministri Meloni ha avuto l’improntitudine di farne addirittura una gloria del Governo da lei diretto, affermando che per la sanità nel 2025 sono state stanziate più risorse di sempre, lasciando intendere che si tratti di risorse reali e non nominali. Dubito che Meloni sia talmente sprovvista delle nozioni più elementari di economia e finanza da ignorare la differenza tra risorse nominali e reali. Mi sembra più plausibile che Meloni ritenga la gran parte degli italiani talmente ignorante e sprovveduta da non accorgersi del “trucco” di gabellare il finanziamento nominale come reale.

Stando al “trucco” di Meloni, dall’inizio del secolo tutti i governi che si sono succeduti avrebbero potuto sostenere di avere stanziato per il SSN nominalmente più risorse di sempre, con l’unica eccezione del 2013, quando si è verificato un decremento di circa 800 milioni nominali, rispetto all’anno precedente. Se invece si esaminano i dati statistici al netto dell’inflazione, si constata che il “fabbisogno sanitario standard” reale è stato incrementato tutti gli anni dal 2001 al 2010; è poi decresciuto fino al 2013 e risalito, riportandosi nel 2019 ai valori del 2010; nel 2020 e 2021 c’è stato un incremento reale, sotto la spinta della pandemia; negli anni successivi si è scesi di nuovo ai valori reali precovid. In sintesi, dal 2011 al 2024, fatta eccezione per il 2020-2021, il reale finanziamento pubblico della salute è rimasto bloccato al livello del 2010 o poco sotto.

La stabilizzazione della spesa reale sanitaria non è accettabile, perché nel frattempo la medicina è progredita notevolmente in tutti i campi - diagnostica, farmacologia, chirurgia – offrendo possibilità di prevenzione e cura impensabili pochi anni prima, ma che comportano notevoli incrementi di spesa (specialmente nel trattamento delle neoplasie). Mantenere la spesa sanitaria pubblica reale agli stessi livelli di tre lustri fa equivale di fatto ad un disinvestimento sociale, a negare le cure e gli esami più avanzati ed efficaci ai cittadini che non dispongono di sufficienti risorse economiche.

Su questi temi cruciali, Meloni si permette di fare becera propaganda, raccontando la balla maggiore di sempre sul finanziamento (reale) del Servizio Sanitario Nazionale.

mercoledì 2 ottobre 2024

L’assicurazione obbligatoria dei rischi catastrofali naturali made in Giorgia

 


La legge di bilancio 2024 (legge 213/2023), ai commi da 101 a 111 dell’art. 1, ha introdotto l’obbligo di assicurazione contro i rischi catastrofali naturali per gli iscritti al registro imprese, a partire dal 31/12/2024. Tali norme risultano del tutto carenti ed inadeguate e si spera che possano essere integrate e rese praticabili dal decreto attuativo, che si attende venga emesso dal Ministro delle finanze, di concerto con quello denominato “delle imprese e del made in Italy”.

Prima di entrare nel merito del provvedimento legislativo, ritengo necessario rimarcare che la gestione dei rischi catastrofali naturali non può e non deve essere trattata esclusivamente né prevalentemente dal lato assicurativo. Questo arriva per ultimo. Per primi vengono gli interventi di eliminazione e di mitigazione del rischio; pertanto, la previsione di coperture assicurative non può surrogare: a) un piano pluriennale di interventi sui rischi idrogeologici; b) una legge che imponga vincoli seri nella definizione dei piani regolatori generali e di quelli paesaggistici, tenuto conto degli aspetti geologici, pedologici ed idraulici; c) un piano pluriennale di miglioramento antisismico dei fabbricati, quantomeno nelle zone a pericolosità alta e media (zone sismiche 1 e 2). Veniamo alla legge 213/2023.

 

I rischi catastrofali naturali da assicurare

La legge 213/2023 indica come rischi catastrofali naturali «i sismi, le alluvioni, le frane, le inondazioni e le esondazioni» (art. 1, comma 101). Tale elenco va integrato e le singole voci vanno chiaramente definite. L’“Indagine sulle polizze a copertura dei rischi catastrofali” (giugno 2024), curata dall’IVASS (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni), riferisce che «le coperture sono molto variegate: la composizione delle garanzie catastrofali risulta eterogenea sia nel ventaglio di offerta delle coperture che nel contenuto delle stesse» (pag. 7). L’indagine IVASS rileva altresì che nessuna delle polizze esaminate cita l’esondazione, la frana è inclusa solo da 3 polizze sulle 46 esaminate e non si parla di smottamento e cedimento del terreno, la bomba d’acqua è associata all’allagamento solo in pochi casi. L’indagine IVASS non ne fa cenno, ma andrebbero contemplati anche il maremoto e le eruzioni vulcaniche. È del tutto evidente che l’emanando decreto interministeriale debba definire l’ambito dei rischi catastrofali meglio di quanto fa la legge 213/2023 e che tale ambito debba essere adottato in modo identico da tutte le imprese di assicurazione operanti nei rischi catastrofali naturali.

 

Chi e cosa deve assicurarsi contro i rischi catastrofali naturali

Come si è detto, devono assicurarsi i soggetti iscritti al registro imprese. La legge 213/2023 dice che i beni da assicurare sono quelli indicati all’attivo dello stato patrimoniale, voce B-II, numeri 1), 2) e 3); cioè: 1) terreni e fabbricati; 2) impianti e macchinario; 3) attrezzature industriali e commerciali. Appare tuttavia necessario escludere i terreni, in quanto non soggetti ai rischi catastrofali naturali. Sono inassicurabili gli immobili abusivi (comma 106). L’obbligo non è previsto per il magazzino (materie prime, semilavorati e prodotti finiti), che potrebbe essere assicurato facoltativamente.

Sono inspiegabilmente esentate dalle coperture catastrofali le aziende agricole (comma 111). Queste, in forza della legge di bilancio 2022 (legge 234/2021) sono già obbligate ad aderire ad un «Fondo mutualistico nazionale per la copertura dei danni catastrofali meteoclimatici alle produzioni agricole causati da alluvione, gelo o brina e siccità» (art. 1, comma 515) - cofinanziato dallo Stato con 50 milioni e gestito da ISMEA - fondo che però copre le colture, non gli immobili, gli impianti, i macchinari e le attrezzature.

 

Sanzioni per le imprese inadempienti ed obbligo di contrarre degli assicuratori

Riguardo alle sanzioni per le imprese che non rispettano l’obbligo assicurativo, il comma 102 dice che dell’inadempimento «si deve tener conto nell'assegnazione di contributi, sovvenzioni o agevolazioni di carattere finanziario a valere su risorse pubbliche, anche con riferimento a quelle previste in occasione di eventi calamitosi e catastrofali.» Così formulate, le sanzioni sono fumose ed ampiamente inefficaci e c’è da attendere un’ampia evasione dell’obbligo, specialmente da parte delle microimprese (quelle con meno di 10 addetti e fatturato entro 2 milioni), che numericamente rappresentano il 94% delle unità locali. Secondo quanto riferisce l’ANIA (Associazione nazionale delle imprese di assicurazione), la garanzia terremoto è detenuta in media dall’8,1% delle imprese e quella alluvione dal 6,5%, con percentuali molto inferiori per le microimprese (L’assicurazione italiana 2024, pagg. 223 e 231).

Che l’obbligo di assicurarsi venga rispettato da tutte le imprese è una condizione decisiva affinché l’assicurazione dei rischi catastrofali naturali regga tecnicamente e possa essere offerta a premi abbordabili. Se l’obbligo di assicurarsi è ampiamente disatteso si verifica il fenomeno cosiddetto dell’antiselezione del rischio, cioè si assicurano prevalentemente i soggetti maggiormente esposti ai catastrofali e viene meno l’equilibrio tariffario.

Quanto all’obbligo di contrarre degli assicuratori, l’inadempimento è punito con una sanzione amministrativa minima di 100.000 euro e massima di 500.000 (comma 107). L’obbligo di contrarre è tuttavia facilmente eludibile per via tariffaria, a meno che non si definiscano (come si dovrebbe) criteri di tassazione identici per tutte le compagnie di assicurazione; infatti, in caso contrario, basterà pretendere premi esagerati per le aree ed i beni a maggiore rischio, spingendo le imprese a rivolgersi ad assicuratori di più miti pretese.

In ogni caso, è sbagliata alla radice l’idea che tali rischi, in un contesto di obbligatorietà, possano essere assunti da singole compagnie, con tariffe e condizioni diverse. Immaginiamo una compagnia che ha una rete vendita molto capace ed agguerrita in un’area ad alto rischio catastrofale naturale; se l’evento si verifica in quell’area, essendo catastrofale, interesserà una pluralità di beni assicurati e può generare gravi difficoltà economiche e finanziarie all’assicuratore, se non il dissesto. Dovrebbe essere previsto un consorzio obbligatorio di tutte le compagnie assicuratrici interessate, che si suddividano in tal modo i singoli rischi (coassicurazione indiretta), come già si fa da decenni e decenni per alcuni rischi, ad esempio la grandine. La legge invece prevede che i rischi possano essere assunti dalle compagnie assicuratrici individualmente oppure tramite consorzi volontari (comma 103).

 

Le condizioni di assicurazione

Alle condizioni di la legge 213/2023 dedica lo smilzo comma 104, che pone solo due condizioni: «un eventuale scoperto o franchigia non superiore al 15 per cento del danno e l'applicazione di premi proporzionali al rischio.» Che i premi debbano essere proporzionali al rischio è condivisibile e significa che non sono applicabili tassi nazionali medi per i rischi assicurati. La disposizione relative all’eventuale applicazione di scoperti o franchigie dimostra l’ignoranza del legislatore dei concetti tecnici di scoperto e di franchigia, che sono completamente diversi, ma che la legge scambia per sinonimi.

La copertura dovrebbe essere fornita con una polizza specifica (stand alone), indipendente dal possesso di altre coperture, oppure come estensione della polizza incendio ed altri danni ai beni? A mio avviso dovrebbe essere del tipo stand alone per tre ragioni: 1) secondo quanto riferisce l’ANIA, solo il 65% delle imprese dispone della polizza incendio (L’assicurazione italiana 2024, pag. 223); 2) per una gestione consortile – che ritendo indispensabile – è più pratico predisporre una distinta polizza ad hoc; 3) la polizza ad hoc è più semplice da sottoscrivere e da capire da parte degli assicurati.

In questa sede non mi sembra opportuno esaminare oltre le condizioni di assicurazione, che comunque dovrebbero essere chiare e semplici, sia nell’assunzione del rischio che nella liquidazione del danno.

 

Constatata la deficienza delle norme approvate con la legge 213/2023, l’atteso decreto attuativo vi porrà rimedio? Speriamo, in caso contrario l’esito sarà un nulla di fatto.

venerdì 20 settembre 2024

La ricetta Draghi per la competitività europea è il protezionismo armato

 


Il 9 settembre Mario Draghi ha presentato il rapporto “Il futuro della competitività europea”, esaltato come faro da Ursula von der Leyen. Il rapporto illustra i pochi punti di forza ed i molti di debolezza dell’Unione europea (UE) sul piano della competitività economica e dei connessi equilibri politico-sociali, proponendo una strategia competitiva che dovrebbe consentire il rilancio economico dell’UE, nel confronto con i concorrenti planetari. Il rapporto descrive lo scenario attuale, dal quale fa derivare proposte strategiche inaccettabili e pericolose.

 

Lo scenario attuale – Punti di forza

Il rapporto evidenzia che, rispetto ai suoi concorrenti, l’UE vanta il più basso livello di diseguaglianza dei redditi e le maggiori tutele sociali; inoltre, rappresenta il 17% del PIL mondiale, quindi una potenza economica di tutto rispetto.

 

Disuguaglianza dei redditi

Nei paesi dell’UE la diseguaglianza dei redditi, misurata in base alla quota percepita dal 10% più abbiente, nel 2022 era del 26%, contro il 43% della Cina ed il 48% degli USA. Il rapporto trascura tuttavia di evidenziare che nei 27 paesi dell’UE la quota di reddito del 10% superiore nei primi anni ’80 era al 31% ed è cresciuta fino al 1999, stabilizzandosi intorno al 37%. Se è pur vero che in questo secolo nell’UE non c’è stato un incremento della diseguaglianza di reddito, resta il fatto che negli ultimi anni del XX secolo si è verificato un incremento di 6 punti percentuali dei redditi del 10% superiore e che se tale incremento venisse riassorbito ci sarebbe una maggiore giustizia sociale ed un incremento dei consumi interni.

 

Tutele sociali

Le tutele sociali (sanità, istruzione, pensione, sussidi di disoccupazione e povertà) in UE sono effettivamente tra le più alte a livello mondiale; tuttavia il rapporto non evidenzia che attualmente esse sono minacciate e in regresso. Lo stato sociale, che ha garantito la ripresa dopo la seconda guerra mondiale, è oggi considerato da gran parte dei governanti dell’UE un impedimento alla libera espressione dei mercati.

 

Quota del PIL mondiale

Il rapporto trascura di rappresentare l’evoluzione della quota del PIL mondiale dei 27 paesi ora nell’UE. Essi nel 1980 rappresentavano il 28,6% del PIL mondiale, contro il 25,4% degli USA. Fino al 2011 c’è stato un tendenziale declino del peso relativo del PIL sia dell’UE che degli USA, scesi al 21%; ma dal 2012 gli USA hanno recuperato e quest’anno raggiungeranno il 26%, mentre l’UE è testa a testa con la Cina intorno al 17%.

 

Lo scenario attuale – Punti di debolezza

I punti critici della competitività dell’UE indicati dal rapporto riguardano: insufficiente produttività; eccessiva dipendenza dal commercio internazionale; costo eccessivo dell’energia; insufficiente spesa per la difesa; carenze del mercato dei capitali; rigidità e lentezza della governance dell’UE. Senza farne un punto a parte, il rapporto lamenta sovente la frammentazione tra i 27 nell’approcciare i suddetti punti critici.

 

Governance dell’UE

Una nuova strategia industriale per l’Europa non può avere successo senza un cambiamento dell’assetto istituzionale e del funzionamento dell’UE. Nell’UE le decisioni vengono prese all’unanimità o con ampio consenso, punto per punto, discusse in differenti sottocomitati, poco coordinati tra loro. Veti multipli possono ritardare o diluire l’azione. Per approvare nuove leggi sono richiesti mediamente 19 mesi. Ciò nonostante, l’UE soffre di un eccesso di produzione di norme, che appesantiscono l’attività delle imprese, i cui costi non vengono valutati.

 

Mercato dei capitali

Per recuperare capacità competitiva, l’UE ha bisogno di un investimento addizionale annuale di almeno 750-800 miliardi di euro, che corrisponde al 4,4-4,7% del PIL 2023 dell’UE. Gli investimenti nell’UE dovrebbero crescere dall’attuale 22% del PIL al 27%. I capitali non mancherebbero, perché nel 2022 il risparmio delle famiglie nell’UE ha raggiunto 1.390 miliardi di euro, contro 840 miliardi di euro negli USA. Manca però un mercato dei capitali comune; sono poco presenti le banche di investimento e le finanziarie di venture capital. Nell’UE gli investimenti tramite venture capital rappresentano solo il 5% del totale, contro il 52% negli USA ed il 40% in Cina, a causa di una scarsa domanda di capitale di rischio, data l’eccessiva presenza di microimprese.

 

Produttività

La produttività dell’UE è carente non in tutti i settori, ma nelle tecnologie avanzate (informatica, spazio, farmaceutica, energia). L’high tech soffre per insufficienza di investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) e per un deficit di personale con adeguate capacità. Nel 2021 le imprese UE hanno speso in R&S circa 270 miliardi di euro, pari alla metà della spesa in R&S delle imprese USA. Né il pubblico supplisce alle carenze del privato, non solo in termini quantitativi, ma anche gestionali, in quanto negli USA la spesa pubblica in R&S è gestita tutta a livello federale, mentre nell’UE solo il 7% è gestito a livello dell’UE ed il 93% dai singoli stati. L’UE sforna ogni anno nelle discipline STEM (science, technology, engineering, maths) 850 laureati per milione di abitanti, contro 1.100 negli USA. Nell’UE risulta carente la collaborazione tra le istituzioni accademiche e le imprese. In Europa si fa ricerca di base e brevettazione, ma solo un terzo dei brevetti ha uno sviluppo commerciale.

 

Commercio internazionale

Tra il 2000 ed il 2019 la quota del commercio mondiale in rapporto al PIL dell’UE è salita dal 30% al 43%, mentre negli USA è passata dal 25% al 26%. La grande esposizione dell’economia dell’UE verso l’estero comporta il rischio di blocco delle forniture di materie prime critiche e di tecnologie per l’high tech e per l’energia. D’altro canto, secondo le previsioni del FMI, l’espansione del commercio internazionale tende a rallentare, scendendo al 3,2% all’anno, contro una media annua 2000-2019 del 4,9%.

 

Energia

Nell’UE il costo dell’energia è schizzato nel 2022 a seguito della crisi Ucraina, che ha comportato la sostituzione del gas russo – a basso costo e che copriva il 45% dei consumi energetici dell’UE - con quello di altri fornitori e l’aumento delle importazioni del più costoso GNL (gas naturale liquido), la cui quota nella fornitura di gas all’UE è passata dal 20% nel 2021 al 42% nel 2023. Nel campo degli idrocarburi i potenziali fornitori sono pochi, mentre gli acquisti sono frammentati tra i vari paesi dell’UE. L’elevata volatilità del mercato dei derivati legati agli idrocarburi genera incertezza dei prezzi. Gli investimenti infrastrutturali nelle rinnovabili e nelle reti comportano tempi per le autorizzazioni differenti tra i paesi membri: da un minimo di 3 anni ad un massimo di 9, per l’eolico a terra, e da un anno a tre, per il fotovoltaico. In UE le rinnovabili hanno coperto nel 2023 il 22% del consumo energetico lordo, contro il 14% in Cina ed il 9% negli USA. L’UE detiene vantaggi innovativi nelle tecnologie delle rinnovabili, ma tali vantaggi si vanno assottigliando, a favore in particolare della Cina. In realtà il grafico allegato alla relazione mostra che già da oggi esiste uno strapotere della Cina in tutte le tecnologie riguardanti le energie rinnovabili. Negli USA poi sul consumo dell’elettricità e del gas non è applicata alcuna tassazione. Il rapporto sottolinea che il Green Deal dell’UE è più ambizioso di quello dei concorrenti, il che può creare nel breve termine costi addizionali; non si propone esplicitamente di ridimensionarlo, ma tra le righe se ne suggerisce l’opportunità. Il rapporto lamenta che la decisione politica di consentire dal 2035 la vendita solo di auto elettriche non si è coordinata con la politica industriale. Nell’automotive l’UE non ha applicato il principio della neutralità tecnologica [secondo il quale sono le imprese che decidono la tecnologia su cui puntare, non i decisori politici, ndr].

 

Difesa

Solo 10 paesi dell’UE investono almeno il 2% del PIL in armamenti, in linea con l’impegno NATO; se tutti i 27 paesi dell’UE investissero il 2% in armamenti, la relativa spesa crescerebbe di 60 miliardi di euro all’anno. L’industria europea della difesa non soffre solo di minori investimenti, ma anche di minore focalizzazione sullo sviluppo tecnologico. Nel 2023 gli USA hanno speso in R&S militare 130 miliardi di euro, pari al 16% della spesa militare totale; nel 2022 l’UE ha speso in R&S militare 10,7 miliardi di euro, pari al 4,5% del totale della spesa militare. L’industria europea della difesa è frammentata, con conseguenti diseconomie di scala e deficiente interoperabilità dei sistemi d’arma. L’industria della difesa offre buone opportunità commerciali, data la crescente domanda mondiale di risorse ed equipaggiamenti militari. Nel settore dello spazio l’UE sta perdendo terreno, in particolare in materia di lanciatori e di satelliti geostazionari. La spesa per lo spazio dell’UE nel 2023 è stata meno di un quinto di quella USA.

 

Le soluzioni proposte dal rapporto Draghi

 

Governance dell’UE

Il rafforzamento dell’UE richiede il cambiamento dei trattati, operazione complessa, ma molto può essere fatto con aggiustamenti mirati. Il rapporto sembra suggerire una politica di piccoli passi. Si raccomanda inoltre la costituzione di una nuova “Struttura di coordinamento della competitività”, che si occupi delle priorità competitive dell’UE, formulate ed adottate dal Consiglio europeo. Occorre creare un nuovo vicepresidente della Commissione, incaricato della semplificazione. Infine un’idea di Enrico Letta: per le imprese innovative può essere previsto un 28mo regime giuridico (rispetto a quelli dei 27 paesi membri) in materia di insolvenza, norme sul lavoro e sulla tassazione. Questa proposta mi sembra assurda; invece di puntare sulla convergenza delle legislazioni nazionali, fino a costituire un codice civile unitario, si vorrebbe introdurre un regime giuridico aggiuntivo, con un suo sistema giudiziario. Se un’impresa innovativa (concetto tutto da definire) ha una lite con un’altra persona giuridica, quale diritto si dovrebbe applicare?

 

Mercato dei capitali

Necessita un comune assetto del risparmio, un’unione del mercato dei capitali, ma non si spiega come ciò dovrebbe avvenire. Occorre promuovere strumenti di debito comune, che consentano agli stati membri di integrare il mercato dei capitali privati. Tutto qui.

 

Produttività

Su come superare lo svantaggio di produttività il rapporto non dice molto. Esso si limita a suggerire di sostenere le imprese innovative, di rifocalizzare il programma strutturale di R&S dell’UE su un piccolo numero di priorità condivise, di riformare l’EIC (European Innovation Council).

 

Commercio internazionale, energia e difesa

Il rapporto è più preciso riguardo al commercio internazionale, all’energia ed alla difesa, temi tra loro connessi. La “dottrina Draghi” si può definire del protezionismo armato, sull’esempio degli USA. Secondo il rapporto, l’UE deve ridurre la sua dipendenza economica dall’estero, deve “deglobalizzarsi”, e deve aumentare la sicurezza dei suoi confini e della catena delle forniture di materie prime e di tecnologie chiave, incrementando gli investimenti per la difesa. Una deglobalizzazione spinta, come quella degli USA, non è applicabile per l’UE, perché può generare un conflitto tariffario costoso, dato che più di un terzo del PIL europeo è esportato, contro un quinto di quello degli USA. L’UE deve adottare una strategia “mista” e diversificare i fornitori esteri, per limitare la dipendenza da essi. Gli obiettivi di decarbonizzazione possono essere raggiunti utilizzando in parte le tecnologie a basso costo cinesi, segnatamente nell’automotive e nel fotovoltaico, dato che i costi di produzione in Cina sono inferiori a quelli nell’UE del 35-65% nel fotovoltaico e del 20-35% nelle batterie. Il settore dei trasporti ha un ruolo critico nella decarbonizzazione ed occorre favorire il trasporto intermodale. La gran parte dei minerali per le tecnologie energetiche pulite sono estratti e lavorati in paesi con i quali l’UE non è “strategicamente allineata”. Le imprese energivore vanno aiutate con una riduzione speciale dei costi dell’energia. L’UE è dipendente dall’estero per l’80% dei prodotti, servizi, infrastrutture e brevetti digitali. Nel campo dell’intelligenza artificiale e del cloud l’UE dipende largamente dagli USA. L’UE deve sviluppare una politica economica estera comune e stringere accordi con paesi fornitori, anche in coinvestimento. Maggiori spese per la difesa sono necessarie, dato che sono in corso una guerra aperta al confine orientale dell’Europa ed una ibrida in tutto il mondo.

La “dottrina Draghi” – ora descritta - è quella del protezionismo, supportato dal ricorso a sanzioni, se non addirittura alla forza militare, nei confronti dei paesi non “strategicamente allineati” con l’UE. Viene in mente il motto mussoliniano “È l’aratro che scava il solco, ma è la spada che lo difende”. Un mondo dove crescono i muri e gli armamenti è un mondo più povero e più insicuro. La strategia del protezionismo armato è antistorica. Essa è una revisione dell’ideologia imperialista, con gli USA quali potenza dominante e l’UE al seguito. Per avere sicurezza e progresso, economico ed umano, occorre fare l’esatto contrario: costruire ponti, promuovere la leale collaborazione tra le nazioni ed i popoli; incrementare l’interdipendenza e gli scambi, non solo economici, ma anche culturali. Basta guerre, basta colonialismo, che cambia pelle ma non la sua natura predatoria.


sabato 24 agosto 2024

Contributi dello Stato al trasporto pubblico locale e mancati investimenti di GTM

 

Le norme statali

Nel decreto-legge 121/2021, all’art. 4, comma 3-ter, si è previsto di stanziare 96 milioni di euro – 5 da erogare nel 2022 e 7 ogni anno dal 2023 al 2035 - «per l'acquisto di mezzi su gomma (autobus, ndr) ad alimentazione alternativa da adibire ai servizi di trasporto pubblico locale». Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha emanato il relativo decreto attuativo 256/2022, dove si precisa che per “alimentazione alternativa” deve intendersi «a metano, elettrica o ad idrogeno» (art. 1, comma 2). Il decreto dettaglia anche le dotazioni dei nuovi autobus: accessibilità alle persone con mobilità ridotta; conta-passeggeri; sistema di localizzazione satellitare; validazione elettronica dei titoli di viaggio; climatizzazione; telecamere di sorveglianza; chiamata di emergenza; protezione del posto di guida (art. 4, comma 2). Il finanziamento di 96 milioni per l’acquisto di almeno 138 autobus, è stato ripartito tra sette regioni, tra cui il Molise, e le due province autonome di Trento e Bolzano; al Molise sono stati assegnati 11.068.800 euro (576.500 euro per il 2022 e 807.100 euro all’anno dal 2023 al 2035), con l’obbligo di acquistare almeno 16 autobus (decreto, allegati 1 e 2).

Il DM 256/2022 è stato modificato dal DM 112/2024; la modifica principale riguarda l’accelerazione dell’erogazione dei finanziamenti, decisa con la legge di bilancio 2024 (L 213/2023): 5 milioni per il 2022, 22 milioni per il 2023 e 23 milioni l’anno dal 2024 al 2026. Per il Molise la nuova cadenza dei finanziamenti è: 576.500 euro per il 2022, 2.536.600 euro per il 2023 e 2.651.900 euro all’anno dal 2024 al 2026.

Le disposizioni della Regione Molise

Il 5 agosto 2024 la Giunta regionale del Molise, con la delibera n. 388, ha ripartito i suddetti finanziamenti tra Campobasso, Isernia, Larino e Termoli. La delibera asserisce di adottare le percentuali di riparto approvate con la determina dirigenziale regionale 4/2023; ma poi si smentisce, tirando in ballo che il Comune di Campobasso ha già ottenuto dal PNRR un finanziamento di 4 milioni (per l’esattezza 3.977.928 euro) per il rinnovo del parco autobus urbano e che quest’ultimo finanziamento deve essere redistribuito in parti uguali tra i quattro comuni suddetti; cosicché il riparto è stato modificato, togliendo al Comune di Campobasso tre milioni dal nuovo finanziamento ed aggiungendo un milione a ciascuno degli altri tre comuni (tab. 1).

Tab. 1 – Riparto regolare e modificato del nuovo finanziamento statale per il TPL

Gestori - Comuni

regolare

modificato

differenza

SATI - Campobasso

5.492.763

2.509.039

-2.983.724

Aesernia - Isernia

1.940.853

2.935.248

994.395

Lancieri - Larino

441.064

1.435.813

994.749

GTM - Termoli

3.194.120

4.188.699

994.580

Totale

11.068.800

11.068.800

0

Il Comune di Campobasso avrebbe dovuto percepire 9,5 milioni (4 milioni da PNRR e 5,5 milioni dal nuovo finanziamento statale per il TPL) ed invece ne avrà 6,6 (4 milioni da PNRR e 2,5 milioni dal nuovo finanziamento statale per il TPL). L’Amministrazione campobassana non avrà niente da ridire? Accetterà lo “scippo” ingiustificato di 3 milioni o farà ricorso al TAR Molise?

Le ricadute su Termoli ed i mancati investimenti di GTM

Pur avendo perso la gara relativa alla finanza di progetto per il TPL ed altri servizi a Termoli, GTM ha ottenuto il contratto esercitando il diritto di prelazione del promotore della finanza di progetto, impegnandosi ad applicare l’offerta migliorativa del vincitore della gara. Tale offerta prevede l’investimento di 10 milioni (iva esclusa) per diversi interventi, tra i quali 3.235.000 euro (iva esclusa) per rinnovare l’intera flotta, mettendo in esercizio, sino dalla firma della convenzione, 15 autobus diesel Euro 6, due autobus ibridi, 4 scuolabus ed un minibus per il trasporto dei diversamente abili, tutti nuovi di zecca, dotati proprio dei dispositivi indicati nel DM 256/2022. A distanza di tre anni dalla firma del contratto e della convenzione - decorrenti dal 1° settembre 2021 e scadenti il 31 agosto 2041 – GTM non ha rispettato questo impegno, come quasi tutti gli altri, e l’Amministrazione comunale - con animo invero più che bonario - non solo non ha assunto alcun provvedimento, ma è venuta in soccorso di GTM con fondi pubblici. Oltre ai nuovi 4,2 milioni statali, il Comune di Termoli ha appaltato ad aprile la realizzazione di nuove pensiline e paline e l’implementazione di un sistema di controllo satellitare degli autobus (investimento 533.333 euro), e di una rete di ciclabili (investimento 333.333 euro), finanziati con fondi FESR FSE 2014-2020, mentre da contratto dovevano essere finanziati da GTM. La nuova Giunta Balice contratterà con GTM la sostituzione degli interventi finanziati con fondi pubblici con altri interventi di pari valore economico, in modo da tenere fermo l’impegno di GTM di investire 10 milioni? Fino ad ora GTM ha realizzato a sue spese solo una rotatoria davanti al terminal bus, una tensostruttura che ospita una ludoteca e due biglietterie automatiche. Siamo molto, ma molto, lontani dai 10 milioni contrattualizzati.