Il 22 e 23 marzo (se non cambiano le
date) gli italiani sono chiamati al referendum confermativo della legge
costituzionale di separazione delle carriere della magistratura giudicante da
quella requirente. La gran parte del dibattito si è sviluppata appunto su tale
separazione, che i fautori del “no” stigmatizzano come passo preliminare ad un
successivo intervento legislativo, che assoggetti le Procure della Repubblica
ed i pubblici ministeri al Ministero della giustizia, dunque all’esecutivo. Se
ci fermiamo a questo aspetto, pur presente ed importante, tale riforma
costituzionale parrebbe non apportare nell’immediato modifiche sostanziali
all’attuale ordinamento della giustizia e potrebbe considerarsi innocua, dato
che la separazione delle funzioni requirente e giudicante esiste già ed è
possibile passare dall’una all’altra solo una volta nella carriera, cosa che
interessa ogni anno appena l’uno per cento dei magistrati. Purtroppo non è
affatto così, la riforma – se prevarranno i “si” – sarà già eversiva dell’autonomia
del potere giudiziario, che in una democrazia liberale dovrebbe dipende solo
dalle leggi e non dagli altri due poteri: legislativo ed esecutivo.
La riforma prevede lo sdoppiamento del
CSM (Consiglio superiore della magistratura) e modifiche sostanziali al
meccanismo di formazione dell’organo di autogoverno. Attualmente fanno parte di
diritto del CSM il Presidente della Repubblica, il Primo Presidente della
Cassazione ed il Procuratore Generale della Cassazione; ad essi si aggiungono
16 componenti “togati”, eletti dai magistrati ordinari, penali e civili, ed 8
"laici", eletti dal Parlamento in seduta comune, tra professori
universitari di materie giuridiche e avvocati con almeno 15 anni di esercizio della
professione. Il CSM è presieduto dal Presidente della Repubblica, che in realtà
interviene in casi eccezionali; la presidenza di fatto è gestita dal Vice
Presidente, eletto dai componenti del CSM obbligatoriamente tra i “laici”.
Con il nuovo assetto, i due distinti
CSM (dei magistrati giudicanti, penali e civili, e di quelli requirenti, penali)
vedono entrambi ancora la presenza di diritto del Presidente della Repubblica,
del Primo Presidente della Cassazione e del Procuratore Generale della
Cassazione. Le cose cambiano radicalmente riguardo alla designazione degli
altri componenti. I 16 “togati” non sono più eletti, ma estratti a sorte tra i
magistrati, rispettivamente giudicanti e requirenti. Gli 8 “laici” vengono
estratti a sorte, ma in «un elenco di
professori ordinari di università in materie giuridiche e di avvocati con
almeno quindici anni di esercizio» scelto dal Parlamento in seduta
congiunta; pertanto, i “laici” papabili sono selezionati da accordi politici,
mentre i “togati” sono scelti a caso.
Il Governo sostiene che nominare a
caso i “togati” servirebbe a “spoliticizzare” la magistratura, dove lo “stigma”
politico risulterebbe dal fatto che all’elezione del Comitato direttivo
dell’Associazione nazionale magistrati (ANM), che è l’associazione sindacale
delle toghe, concorrono varie liste. Alle ultime elezioni dell’ANM, tenute il
28 gennaio 2025, hanno votato 6.855 magistrati su un totale di 8.404
(partecipazione 81,6%), e sono state presentate cinque liste, che hanno ottenuto
le seguenti percentuali sui voti espressi: Magistratura indipendente 30,1%; Area
democratica per la giustizia 26,3%; Unità per la Costituzione 22,8%; Magistratura
democratica 15,8%; Articolo Centouno 4,4%. Come si vede gli orientamenti sindacali
della magistratura presentano un panorama variegato, non sovrapponibile
meccanicamente ai partiti politici presenti in Parlamento e forse è proprio
questo che dispiace al Governo Meloni.
Con l’estrazione a sorte dei
componenti “togati” dei due CSM gli orientamenti dei giudici non spariscono, ma
la rappresentanza e la rappresentatività delle varie posizioni è affidata al
caso. L’estrazione casuale di appena 16 persone sui quasi 2.000 pubblici
ministeri ed, ancora peggio, sui circa 6.500 magistrati giudicanti, non genera
un campione rappresentativo dei componenti delle due categorie di giudici;
infine, i 16 “togati” sorteggiati rappresentano solo se stessi, non avendo
ricevuto alcun mandato dalla categoria dalla quale sono stati estratti. Ne
consegue una grave perdita di autorevolezza, responsabilità, rappresentatività
e motivazione della componente “togata”, rispetto a quella “laica”, che invece
è selezionata dal Parlamento.
Una modifica ancora più pesante
riguarda la giurisdizione disciplinare sui magistrati, che ora è esercitata
dalla Sezione disciplinare del CSM, composta da 6 membri: il Vice Presidente
CSM (che è un “laico”), 4 “togati”, 1 “laico”. L’azione disciplinare può essere
promossa dal Ministro della Giustizia o dal Procuratore Generale della
Cassazione. Le decisioni della Sezione disciplinare possono essere impugnate di
fronte alle Sezioni Unite della Cassazione.
La nuova legge prevede invece la
costituzione di una Alta Corte disciplinare, unica per giudicanti e requirenti,
«composta da quindici giudici, tre dei
quali nominati dal Presidente della Repubblica tra professori ordinari di università
in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio e tre
estratti a sorte da un elenco di soggetti in possesso dei medesimi requisiti,
che il Parlamento in seduta comune, […] compila
mediante elezione, nonché da sei magistrati giudicanti e tre requirenti,
estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno
venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano
svolto funzioni di legittimità». Riepilogando, sei componenti sono di
nomina politica e nove estratti a caso tra i magistrati. Si aggiunga che il
Presidente dell’Alta Corte disciplinare è eletto obbligatoriamente tra i
componenti di nomina politica. Non dovrebbe essere difficile trovare un paio di
“togati” disponibili ad allinearsi con i “laici”. Le decisioni dell’Alta Corte
possono essere appellate, ma di nuovo presso l’Alta Corte, benché con un
diverso collegio giudicante.
La democrazia liberale non è piena
democrazia, perché manca delle componenti sociali della democrazia: diritto al
sapere, alla salute, alla casa, al lavoro sicuro ed adeguatamente retribuito,
all’arte. In Italia da quasi mezzo secolo scontiamo un arretramento sempre più
incalzante della democrazia, sia sociale che liberale. È ora di dire NO e di
cominciare ad invertire le tendenze accentratrici ed autoritarie.
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