venerdì 27 febbraio 2026

Le destre vogliono il sindaco d’Italia

 

Altra legislatura, altra legge elettorale. La giostra è iniziata nel 1993, con l’approvazione del Mattarellum, utilizzato nelle politiche del 1994, 1996 e 2001; nel 2005 è arrivato il Porcellum, messo in pratica nel 2006, 2008 e 2013; nel 2015 ci ha provato il governo Renzi con l’Italicum, bocciato sia dal referendum costituzionale che dalla Corte costituzionale; nel 2017 è stato emanato il Rosatellum, applicato nel 2018 e nel 2022. Il governo Meloni, per non essere da meno, ha appena depositato in parlamento l’ennesimo progetto di riforma della legge elettorale.

Che in 33 anni si siano avvicendate tre leggi elettorali, più una abortita, è un pessimo segno per la democrazia. La legge elettorale è un cardine del sistema democratico e, nell’impianto della costituzione del 1948, mirava a garantire la rappresentatività del Parlamento, espressione del popolo sovrano. Evidentemente questo è visto come un disturbo da un ceto politico che, specialmente dopo Tangentopoli e la crisi della Prima Repubblica, scivola sempre più verso una casta autoreferenziale. Si è così messa in ombra la rappresentatività del Parlamento, che ostacolerebbe la governabilità. Il nuovo mantra è stato ed è: governi “blindati”, che durino per l’intera legislatura. Che essi deformino la volontà popolare, è solo un trascurabile dettaglio. Fino alle politiche del 1976 si sono recati a votare il 92-93% degli aventi diritto; praticamente “tutti”, considerando fisiologico un non voto del 7-8%, dovuto in molti casi ad impedimenti personali (malattia, lutto, soggiorno all’estero). Il calo dell’affluenza è iniziato dalle politiche del 1979 - dopo il rapimento e l’assassinio di Moro, l’evaporazione del “compromesso storico”, l’avvio della rimonta neoliberista - fino a sprofondare al 64% nelle elezioni del 2022.

La nuova proposta di legge elettorale in apparenza vorrebbe recuperare le rappresentatività del Parlamento, ma poi si smentisce, introducendo un gigantesco “premio di governabilità” ed elementi di “premierato”, ispirati all’attuale legge per l’elezione dei sindaci e dei Consigli comunali. Verrebbero eliminati la componente maggioritaria ed i collegi uninominali (fatta eccezione per la Valle d’Aosta e per le province autonome di Trento e Bolzano), ripristinando il proporzionale, mantenendo le attuali soglie di sbarramento (3% per le singole liste e 10% per le coalizioni).

Se la riforma Meloni si fermasse qui, ne sarei un fervente sostenitore; ma, continuando a leggere la proposta, emerge un ma grosso come una montagna. Verrebbe introdotto un “premio di governabilità” alla lista o coalizione che superi il 40% dei voti validi, pari a 70 parlamentari in più alla Camera e 35 in più al Senato, su un totale rispettivamente di 400 e 200 parlamentari. Il “premio” vale dunque ben il 17,5% dei seggi. Una percentuale talmente esagerata che il Governo stesso prevede di moderarla, fissando al 60% il numero dei seggi occupati dalla lista o coalizione che ottiene il premio di governabilità, come si fa nelle elezioni comunali. In numeri, con il 40% dei voti validi si ottiene il 57,5% dei seggi, dal 42,5% in su il Governo può contare su un 60% tondo tondo: maggioranza ultra tranquilla, al riparo anche da eventuali cambi di casacca. La rappresentatività, il proporzionale, un voto vale uno? Clamorosamente smentiti.

Che succede se nessuno supera il 40% dei voti validi? Qui la proposta si fa un po’ macchinosa. Se due liste o coalizioni si piazzano tra il 35% ed il 40%, si prevede un ulteriore turno di ballottaggio, per assegnare il premio di governabilità; se invece una sola lista o coalizione conseguisse tra il 35% ed il 40% i seggi verrebbero ripartiti tutti con il sistema proporzionale.

La svolta autocratica non finisce qui. Le liste sarebbero bloccate, come ora, affinché i parlamentari non si mettano in testa di essere eletti dal popolo, invece che nominati dalle segreterie di partito. C’è di più: si insinua un anticipo di “premierato” (che Meloni vorrebbe introdurre con una futura legge costituzionale), in quanto le liste o loro coalizioni sarebbero obbligate ad indicare il loro candidato presidente del Consiglio dei ministri, come si fa nelle elezioni dei sindaci. In pratica si tratta di una forma camuffata di elezione diretta del primo ministro. La proposta di legge elettorale si preoccupa di precisare che tale designazione non sarebbe vincolante per il presidente della Repubblica, al quale la nostra Costituzione, per il momento, demanda il potere di nominare il premier, dopo avere consultato tutte le forze politiche presenti in Parlamento. Però - nuovamente un però grande come una montagna - come potrebbe discostarsi il presidente della Repubblica da una designazione pseudo-popolare, accompagnata ad una maggioranza premiale del 60%, mentre egli è stato eletto “solo” dal Parlamento? In pratica, il presidente della Repubblica svolgerebbe un compito di semplice notaio. Un uomo od una donna soli al comando!


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