mercoledì 30 dicembre 2020

All’italiano (popolo) non piace l’italiano (lingua)

 Nella definizione dell’identità di un popolo, la lingua comune è un fattore culturale di fondamentale importanza. Il popolo italiano, nella sua generalità e fatte salve lodevoli eccezioni, non ci tiene granché ad essere tale. Esso ama identificarsi piuttosto con la “sua” regione, o provincia, od addirittura con il campanile. Mai come in questi ultimi 25 anni - in cui si è moltiplicata l’esibizione del tricolore su simboli di partito, palazzi pubblici, monumenti, fontane e luoghi vari – si è assistito paradossalmente al rafforzamento di spinte centrifughe (regionalismo, autonomia differenziata). Sarà forse per questo che gli italiani - seguendo il cattivo esempio dei mezzi di comunicazione di massa, primo fra tutti la televisione - si esprimono sempre più in un italiano misto ad inopportuni inserti in inglese, lingua leader (guida) mondiale, evidentemente considerata più nobile, implicitamente accreditando una competenza linguistica che spesso non si possiede.

Tra il popolo italiano e la lingua italiana non c’è feeling (guai a dire sintonia o attrazione). Qualche esempio: amiamo fare shopping (acquisti) ai black Friday (alle promozioni speciali), a meno che non ci sia il lockdown (confinamento); il governo è alle prese con il recovery plan (piano di ripresa), coadiuvato da una task force (un gruppo di missione) di esperti; etc. (ecc.). Le parole inglesi trasferite in italiano, a volte generano effetti involontariamente comici: i tamponi, di cui purtroppo a causa della pandemia si parla di continuo, non vengono analizzati o verificati o esitati, bensì “processati” (da processing), come malfattori alla sbarra; i voli non sono realizzati o gestiti dalle compagnie aeree, bensì “operati” (da operated) e neanche i chirurghi se ne meravigliano. Ci sono poi le scimmiottature: “performante” al posto di prestazionale; “competitore” invece di concorrente. Infine, parole inglesi simili a quelle italiane, ma con diverso significato, utilizzate nel significato inglese; è il caso di “implementare” (da to implement) che significa effettuare in inglese e integrare in italiano.

L’italiano è poco amato in patria e sempre meno studiato, così si assiste all’uso errato di parole italiane ricercate o presunte tali, al posto di termini corretti di uso comune: paventare, volendo dire ipotizzare, prevedere, presumere, mentre in realtà significa temere; estrapolare, che significa estendere e non estrarre; resilienza, che indica la capacità di resistere ad un colpo o mutamento improvviso, non la resistenza in generale.

Nel 2021 ricorrono 700 anni dalla morte di Dante, speriamo che tale evento aiuti a rivalutare l’italiano agli occhi degli italiani. Happy new year !

mercoledì 23 dicembre 2020

Come investire e dove reperire 175 miliardi: intenzioni (quasi) ottime, soluzioni zoppicanti

 Sul sito di Atta Italia, il 21 dicembre, è apparso un articolo che propone degli interventi economici e sociali prioritari, a sostegno dei cittadini messi a dura prova dalla pandemia, ed indica dove reperire le necessarie risorse economiche nel nostro stesso paese (cioè a prescindere dal programma europeo Next Generation, alias Recovery Fund).

Gli interventi proposti sono: estensione dell’accesso al redito di cittadinanza (15 Mdi); sostegni per utenze, affitti, alimenti (15 Mdi); ristori alle microimprese (10 Mdi); ristori alle associazioni senza scopo di lucro (10 Mdi); blocco dei licenziamenti (senza indicazione di spesa); incremento degli investimenti nella sanità pubblica (40 Mdi); incremento degli investimenti nella scuola pubblica (30 Mdi); rinnovo e potenziamento dei trasporti pubblici (30 Mdi); potenziamento dei servizi sociali territoriali e domiciliari (25 Mdi). Il totale fa 175 Mdi.

Non entro nel merito della congruità degli investimenti proposti, perché mi mancano le informazioni per sviluppare le relative stime. Concordo con l’elenco degli interventi, fatta eccezione per l’estensione dell’accesso al reddito di cittadinanza. In molti – non solo i 5Stelle, ma anche esponenti politici variamente schierati – teorizzano che il reddito debba essere un diritto primario del cittadino, come la libertà di pensiero e di parola o il diritto alla salute ed allo studio. A mio avviso, il diritto primario è quello al lavoro – proclamato dalla Carta costituzionale, ma non pienamente realizzato – non al reddito. Il diritto al reddito è il diritto all’assistenza sociale, qualora venga a mancare il diritto al lavoro, in base al principio di solidarietà (non di carità); pertanto, i nuovi investimenti andrebbero piuttosto indirizzati alla creazione di nuovo lavoro.

Anche a quest’ultimo scopo, ma non solo, l’elenco degli interventi avrebbe dovuto riservare un posto d’onore all’ammodernamento ed al potenziamento delle reti infrastrutturali nazionali per il trasporto dell’acqua, dell’energia (elettricità e gas), delle informazioni e comunicazioni (cavo ed etere), delle persone e delle merci; le quali devono essere o tornare ad essere controllate dallo Stato, in quanto monopoli naturali. Le ricadute sarebbero positive in termini di occupazione e al tempo stesso fornirebbero un potente volano alle attività delle imprese, degli enti locali, dei singoli cittadini.

Dove reperire i fondi? Nella proposta c’è una confusione di base tra nuove risorse economiche da maggiori entrate o minori spese, che sono quantificate in 111,8 Mdi, e prestiti che andrebbero concessi dalla Cassa depositi e prestiti, per l’ammontare di 63,5 Mdi. C’è differenza tra una provvista finanziaria da maggiori entrate o minori spese ed una da indebitamento, tanto più che la Cassa depositi e prestiti è una banca pubblica, pertanto, in termini consolidati, non esistono risorse aggiuntive, perché è lo Stato che presta allo Stato. Ho anche forti dubbi sulla possibilità della Cassa depositi e prestiti di mettere a disposizione una somma tanto ingente, visto che è già impegnata ampiamente in una miriade di impieghi decisi politicamente.

Vediamo le ipotetiche maggiori entrate: una tantum sui patrimoni immobiliari oltre 500.000 euro (25 Mdi); una tantum sui patrimoni finanziari oltre 880.000 euro (10 Mdi); web tax (8 Mdi); incremento della tassa sulle transazioni finanziarie (4 Mdi).

Nuovamente mi limito ad un discorso qualitativo, non avendo gli elementi per entrare nel merito delle stime di entrata. D’accordo con l’una tantum sui patrimoni immobiliari oltre 500.000 euro (immagino, dopo avere escluso la casa di abitazione, che è una forma di previdenza, non un investimento immobiliare); ma perché non introdurre anche una imposta annuale sui patrimoni immobiliari oltre 500.000 euro, al netto degli oneri finanziari residui ed escludendo la casa di abitazione? È la proposta presentata in sede di approvazione della legge di bilancio da alcuni parlamentari di LeU e del PD, che prevede la contemporanea cancellazione dell’IMU.

L’introduzione di una imposta progressiva sui grandi patrimoni immobiliari è una indifferibile necessità di equità fiscale. Alla fine degli anni ’70 del XX secolo nei paesi economicamente più sviluppati ha cominciato ad affermarsi la dittatura del mercato, propugnata dal neoliberismo, tuttora dominante, e con essa la progressiva demolizione dello stato sociale, che nell’Europa occidentale, finita la secondo guerra mondiale, è stato la base della rinascita economica e sociale. Di pari passo, si sono ampliate le differenze di reddito e, a caduta, di patrimonio, tra le classi, con una polarizzazione sempre più accentuata. A metà del 2019 in Italia il 20% più ricco deteneva il 70% del patrimonio, il 20% più povero solo l’1%, il 60% intermedio un modesto 29% (dati Credit Suisse).

Tra le proposte c’è anche un’una tantum sui patrimoni finanziari oltre 880.000 euro, che a me pare sì giusta, ma non applicabile, pena la fuga dal nostro paese di un’ingente massa di investimenti finanziari, che, a differenza di quelli immobiliari, possono essere trasferiti ovunque in una frazione di secondo. Per lo stesso motivo, non credo praticabile l’incremento dell’attuale tassazione sulle transazioni finanziarie (Tobin Tax), a meno che non si tratti di un provvedimento concordato quantomeno nell’ambito dell’Unione europea. D’accordo anche sulla web tax, ma si tratta di un provvedimento di non facile né immediata applicazione, da prendere anch’esso a livello dell’Unione europea.

Le minori spese suggerite sono: riduzione delle spese militari (10,8 Mdi); abrogazione dei sussidi alle fonti energetiche fossili e bio ed alle produzioni inquinanti (23,5 Mdi); cancellazione delle opere clima-alteranti e che danneggiano la salute e l’ambiente (30 Mdi); cancellazione dei fondi devoluti alle fazioni armate libiche per trattenere i migranti (0,5 Mdi).

Queste proposte, qualora accolte, richiederebbero un’applicazione graduale; pertanto, i risparmi ipotizzati non sarebbero immediati. Inoltre, gli interventi ecologici sono evocati in modo decisamente generico e semplicistico. La questione ambientale non si risolve con gordiani tagli di sussidi o di opere, non meglio specificate. Essa richiede un piano integrato di lungo periodo, che affianchi alla riduzione delle emissioni inquinanti un incremento dei disinquinanti tale da azzerare i danni ambientali.

lunedì 21 dicembre 2020

Cosa pensavano della vendita del Nautico e della Schweitzer in viale Trieste gli esponenti di spicco dell’attuale maggioranza, quando erano nella minoranza

L’inserimento del terreno e degli edifici del Nautico e della Schweitzer in viale Trieste tra i beni comunali da “alienare” (vendere) risale al piano delle alienazioni e valorizzazioni (PAV) del triennio 2014-2016, predisposto ed approvato dall’amministrazione Sbrocca, che ha messo in vendita i due beni al prezzo base di 11.634.000 euro. Il PAV 2015-2017 sembra che non sia stato predisposto o, quantomeno, non risulta caricato sull’archivio informatico pubblico del Comune. L’offerta di vendita a 11.634.000 euro è stata riproposta nei PAV 2016-2018, 2017-2019 e 2018-2020; mentre nel PAV 2019-2021 l’amministrazione Sbrocca ha abbassato il prezzo base di vendita a 5.886.250 euro. La subentrata amministrazione Roberti ha riproposto la medesima offerta nel PAV 2020-2022 e, in vista del PAV 2021-2023, ha preannunciato l’intenzione di incentivare ulteriormente la vendita dei due beni, offrendoli in permuta (parziale o totale) alla ditta che conseguirà l’appalto dei lavori da effettuare sugli edifici di altre scuole comunali (circa 6,2 milioni).

Nel passaggio dall’amministrazione Sbrocca a quella Roberti, si è verificata una oggettiva identità di vedute sulla vendita del Nautico e della Schweitzer in viale Trieste; anzi, la nuova amministrazione, con l’incentivo della permuta abbinata all’appalto, sembra ancor più determinata della precedente. Se però andiamo a vedere cosa pensavano di questa operazione quando erano nella minoranza esponenti di spicco dell’attuale maggioranza, abbiamo delle sorprese.

Nel 2014 hanno votano contro: Di Brino (ex sindaco ed attuale presidente della commissione Programmazione finanziaria dello sviluppo economico e del turismo), Ciarniello (dal 19 novembre presidente del consiglio comunale) e Marone (precedente presidente del consiglio comunale, dimessosi dalla carica dopo la cooptazione nella giunta regionale); Roberti (attuale sindaco) non ha partecipato al voto. Di Brino non si è limitato a votare contro, ha presenta anche un esposto (inascoltato) alla Corte dei conti (Sezione controllo e Procura) ed al collegio dei revisori dei conti. In tale esposto ha ravvisato due profili di illegittimità: (1) le aree dove sono siti i due beni sono assegnate dal piano regolatore all’edilizia scolastica ed al verde pubblico, mentre sono poste in vendita come aree residenziali, senza che sia stata approvata in precedenza la relativa variante al PRG; (2) è falsamente rappresentato il presupposto che considera i «due immobili […] non più strumentali all’esercizio delle loro funzioni istituzionali […] quando in realtà la scuola media Schweitzer è tuttora in funzione».

Di Brino ha continuato a votare contro nel 2016 e nel 2017, mentre nel 2018 e nel 2019 non ha partecipato al voto. Anche Ciarniello ha votato contro nel 2016 e nel 2017, nel 2018 era assente, nel 2019 non ha partecipato al voto. Marone era assente nel 2016 e nel 2018, nel 2017 si è astenuto e nel 2019 non ha partecipa al voto. Molto più defilato Roberti, che nel 2017 si è astenuto, mentre negli altri anni era assente.

Tirando le somme, quando erano all’opposizione, il giudizio nei confronti della vendita dei due beni da parte di Di Brino e Ciarniello era decisamente critico, mentre Marone e Roberti sembrano meno negativi, se non possibilisti. Sia come sia, nel 2020, divenuti maggioranza, tutti costoro hanno votato a favore della vendita. Modificare i propri convincimenti non è necessariamente segno di incoerenza, anzi, può essere un pregio, quando è frutto di un atteggiamento aperto e critico nei confronti anche del proprio pensiero. In questi casi, tuttavia, mi sembra doveroso argomentare il proprio mutamento di idee, sia per dissipare l’ombra dell’incoerenza, sia per contribuire ad arricchire il dibattito. Fino ad ora questo è mancato; ma non è mai troppo tardi. 

mercoledì 2 dicembre 2020

Stazione di Termoli: né spostata, né tombata

Nel dibattito politico e sociale ci sono argomenti carsici, in grande evidenza per un po’, che improvvisamente spariscono e non si sa se e quando torneranno alla superficie. Questo è il caso della sistemazione futura della stazione ferroviaria di Termoli, specialmente in relazione alla questione dell’abbattimento dell’inquinamento acustico, destinato ad incrementare a seguito del raddoppio della linea adriatica e del relativo traffico.

Nel Piano urbano della mobilità sostenibile (PUMS) dell’Area urbana di Termoli (costituita da Termoli, Campomarino, San Giacomo e Guglionesi) si ipotizzano tre soluzioni: spostare la stazione (proposta Toma-Niro); interrare la stazione al di sotto dell’attuale livello dei binari (proposta Sbrocca); chiudere la stazione in uno scatolare di cemento, lasciando i binari al livello attuale (proposta Roberti). Secondo il PUMS, spostare la stazione penalizzerebbe la sua accessibilità; realizzarla in sotterranea permetterebbe di “ricucire” il centro ai quartieri limitrofi e di realizzare in superficie un grande parcheggio, ma comporterebbe costi di realizzazione molto elevati; chiudere la stazione in uno scatolare con l’estradosso all’altezza di Viale Trieste, sormontato da un grande parcheggio con circa 1.000 posti auto – soluzione per la quale propende l’estensore del PUMS – è sostanzialmente simile all’interramento, ma con costi di realizzazione molto più contenuti.

In effetti la soluzione Sbrocca e quella Roberti sottendono il medesimo concetto: tombare la stazione e sovrapporvi un grande parcheggio. La variante Sbrocca è più costosa e visivamente meno impattante, quella Roberti più economica e decisamente greve a vedersi. Tombare la stazione comporta tuttavia conseguenze negative, come il ricorso costante all’illuminazione artificiale ed al ricambio meccanico dell’aria, che determinano un notevole dispendio energetico e minore salubrità dell’aria. Il problema di contenere l’inquinamento acustico delle stazioni in ambienti urbani è stato già affrontato in numerose città e risolto in ben altro modo, più sano, più ecocompatibile (risparmio energetico) ed esteticamente gradevole.

Un esempio è quello della copertura a vele della stazione di Lovanio.



Un altro esempio è quello della luminosa Stazione Centrale di Rotterdam.



L’inquinamento acustico – in prevalenza rumore da rotolamento – può essere ulteriormente mitigato montando le rotaie su piattaforme molto rigide, con costi di esercizio maggiori, dovuti ad un tasso di usura dei binari più alto, ma con minori vibrazioni e dunque minore rumore.

Si dirà che con una copertura “aperta” si risolve il problema dell’inquinamento acustico e si ottiene un risultato estetico gradevole, ma si perde la possibilità di realizzare un grande parcheggio in centro. Questa obiezione trascura soluzioni alternative, in primo luogo un migliore utilizzo di Piazza Donatori di sangue, attualmente adibita a parcheggio di superficie con 120 stalli. Su tale area – di proprietà di RFI (Rete ferroviaria italiana) che dovrebbe essere ceduta al Comune – è possibile realizzare già da ora un parcheggio multipiano con due piani interrati e tre fuori terra, che incrementerebbe di almeno 300 posti l’attuale disponibilità di parcheggi. Un altro parcheggio multipiano potrà essere realizzato in futuro su Viale Trieste, di fronte all’ex Nautico ed alla Schweitzer, sfruttando l’area dove si trovano gli ultimi due binari della stazione, dei quali è prevista la dismissione.

In conclusione, la stazione non va né spostata né tombata, ma coperta con una struttura che, oltre a presentare vantaggi funzionali, diventi un elemento di valorizzazione architettonica del centro di Termoli.