Altra legislatura, altra legge elettorale. La giostra
è iniziata nel 1993, con l’approvazione del Mattarellum, utilizzato nelle
politiche del 1994, 1996 e 2001; nel 2005 è arrivato il Porcellum, messo in
pratica nel 2006, 2008 e 2013; nel 2015 ci ha provato il governo Renzi con
l’Italicum, bocciato sia dal referendum costituzionale che dalla Corte
costituzionale; nel 2017 è stato emanato il Rosatellum, applicato nel 2018 e nel
2022. Il governo Meloni, per non essere da meno, ha appena depositato in
parlamento l’ennesimo progetto di riforma della legge elettorale.
Che in 33 anni si siano avvicendate tre leggi
elettorali, più una abortita, è un pessimo segno per la democrazia. La legge
elettorale è un cardine del sistema democratico e, nell’impianto della
costituzione del 1948, mirava a garantire la rappresentatività del Parlamento,
espressione del popolo sovrano. Evidentemente questo è visto come un disturbo
da un ceto politico che, specialmente dopo Tangentopoli e la crisi della Prima
Repubblica, scivola sempre più verso una casta autoreferenziale. Si è così
messa in ombra la rappresentatività del Parlamento, che ostacolerebbe la
governabilità. Il nuovo mantra è
stato ed è: governi “blindati”, che durino per l’intera legislatura. Che essi
deformino la volontà popolare, è solo un trascurabile dettaglio. Fino alle
politiche del 1976 si sono recati a votare il 92-93% degli aventi diritto;
praticamente “tutti”, considerando fisiologico un non voto del 7-8%, dovuto in molti
casi ad impedimenti personali (malattia, lutto, soggiorno all’estero). Il calo
dell’affluenza è iniziato dalle politiche del 1979 - dopo il rapimento e
l’assassinio di Moro, l’evaporazione del “compromesso storico”, l’avvio della
rimonta neoliberista - fino a sprofondare al 64% nelle elezioni del 2022.
La nuova proposta di legge elettorale in apparenza vorrebbe
recuperare le rappresentatività del Parlamento, ma poi si smentisce,
introducendo un gigantesco “premio di governabilità” ed elementi di
“premierato”, ispirati all’attuale legge per l’elezione dei sindaci e dei
Consigli comunali. Verrebbero eliminati la componente maggioritaria ed i
collegi uninominali (fatta eccezione per la Valle d’Aosta e per le province
autonome di Trento e Bolzano), ripristinando il proporzionale, mantenendo le
attuali soglie di sbarramento (3% per le singole liste e 10% per le
coalizioni).
Se la riforma Meloni si fermasse qui, ne sarei un
fervente sostenitore; ma, continuando a leggere la proposta, emerge un ma
grosso come una montagna. Verrebbe introdotto un “premio di governabilità” alla
lista o coalizione che superi il 40% dei voti validi, pari a 70 parlamentari in
più alla Camera e 35 in più al Senato, su un totale rispettivamente di 400 e
200 parlamentari. Il “premio” vale dunque ben il 17,5% dei seggi. Una
percentuale talmente esagerata che il Governo stesso prevede di moderarla,
fissando al 60% il numero dei seggi occupati dalla lista o coalizione che ottiene
il premio di governabilità, come si fa nelle elezioni comunali. In numeri, con
il 40% dei voti validi si ottiene il 57,5% dei seggi, dal 42,5% in su il
Governo può contare su un 60% tondo tondo: maggioranza ultra tranquilla, al
riparo anche da eventuali cambi di casacca. La rappresentatività, il
proporzionale, un voto vale uno? Clamorosamente smentiti.
Che succede se nessuno supera il 40% dei voti validi?
Qui la proposta si fa un po’ macchinosa. Se due liste o coalizioni si piazzano
tra il 35% ed il 40%, si prevede un ulteriore turno di ballottaggio, per
assegnare il premio di governabilità; se invece una sola lista o coalizione
conseguisse tra il 35% ed il 40% i seggi verrebbero ripartiti tutti con il
sistema proporzionale.
La svolta autocratica non finisce qui. Le liste sarebbero
bloccate, come ora, affinché i parlamentari non si mettano in testa di essere
eletti dal popolo, invece che nominati dalle segreterie di partito. C’è di più:
si insinua un anticipo di “premierato” (che Meloni vorrebbe introdurre con una
futura legge costituzionale), in quanto le liste o loro coalizioni sarebbero
obbligate ad indicare il loro candidato presidente del Consiglio dei ministri,
come si fa nelle elezioni dei sindaci. In pratica si tratta di una forma
camuffata di elezione diretta del primo ministro. La proposta di legge
elettorale si preoccupa di precisare che tale designazione non sarebbe
vincolante per il presidente della Repubblica, al quale la nostra Costituzione,
per il momento, demanda il potere di nominare il premier, dopo avere consultato tutte le forze politiche presenti in
Parlamento. Però - nuovamente un però grande come una montagna - come potrebbe
discostarsi il presidente della Repubblica da una designazione pseudo-popolare,
accompagnata ad una maggioranza premiale del 60%, mentre egli è stato eletto “solo”
dal Parlamento? In pratica, il presidente della Repubblica svolgerebbe un
compito di semplice notaio. Un uomo od una donna soli al comando!