venerdì 21 giugno 2024

Il “fantastico” progetto di riuso dei terreni del Comune di Termoli

 


Le descrizioni degli interventi in corsivo e tra virgolette sono estratte dal Progetto di riuso.

Il 23 novembre 2023 la Giunta comunale di Termoli a guida Ferrazzano approva la delibera n. 322, che promuove «la progettazione di un “sistema strutturale di riuso sostenibile dei terreni di proprietà comunale”, che possa dotare la Città di “strutture e infrastrutture verdi”, che sorreggano la sostenibilità delle dinamiche e del patrimonio cittadino», e contestualmente invita il dirigente del Settore III (Territorio ed ambiente) a reperire un professionista esterno in grado di predisporre tale progettazione. Il 15 dicembre 2023 il dirigente del Settore III, con determina n. 3277, incarica del progetto, con affidamento diretto, l’«Architetto e Dottore di ricerca in Urbanistica B. Di R.», al prezzo lordo di 45.000 euro. Il professionista incaricato consegna gli elaborati progettuali il 15 ed il 17 maggio 2024 (prott. nn. 32253 e 32967) e la Giunta, con delibera n. 169 del 4 giugno 2024 prende atto della regolare esecuzione dell’incarico affidato. L’intento della Giunta di provvedere ad una ricognizione dei terreni comunali, ai fini di un loro (ri)utilizzo, mi sembra lodevolissimo; purtroppo, esaminate le carte del progetto, ne ho constatato non solo l’inutilità pratica, ma altresì il carattere “fantastico”.

Dai riscontri catastali, i terreni comunali ammontano a 381 ettari, di cui però solo 150 ettari (39%) sono liberi da vincoli, mentre gli altri sono gravati da diritti di terzi, di superficie o di enfiteusi. Sui terreni gravati da diritto di superficie sono stati realizzati degli edifici; tipicamente, prima della scadenza del vincolo, i superficiari chiedono ed ottengono da Comune la trasformazione del diritto di superficie in piena proprietà, pagando il valore dell’area, al netto di quanto già corrisposto per costituire il diritto di superficie. I terreni gravati da enfiteusi sono ceduti ad uso agricolo ed il Comune dovrebbe riscuotere un canone annuo, con facoltà dopo 20 anni per l’enfiteuta di ottenerne la piena proprietà, pagando al Comune la capitalizzazione di 20 annualità di canone. Riguardo alla riscossione dei canoni annui ho usato il condizionale, perché questi dovrebbero risultare nel rendiconto finanziario del Comune nel titolo III, entrate extratributarie, ed esattamente nel capitolo “fitti di terreni e diritti di sfruttamento di giacimenti e risorse naturali” (cod. 3.01.02.001), che nel rendiconto 2023 è valorizzato a zero entrate.

Dati i suddetti presupposti quali-quantitativi, il progetto dovrebbe riguardare esclusivamente i 150 ettari di terreni nella piena disponibilità del Comune e neanche tutti, visto che alcuni hanno già un utilizzo preciso, come ad esempio i terreni dove sorgono il cimitero e l’antistante parcheggio. Il progetto propone ben 13 diverse tipologie di interventi, tre dei quali su aree non del Comune. Esaminiamo ciascun intervento (le denominazioni sono quelle da progetto).

“Il bosco urbano”

«Il progetto prevede la piantumazione di alberi ed essenze voraci di inquinanti; una infrastruttura verde “NO smog” che funge da cerniera tra la città compatta e i gradi contenitori di naturalità territoriale presenti nel retroterra.» L’intervento è localizzato esclusivamente nel parco comunale ed è dunque lontanissimo dall’idea di una città boscata, dove gli alberi ed il costruito si intrecciano e permeano gli uni con l’altro. L’intervento, di modesta entità, è visto solo in chiave anti-inquinamento dell’aria, ed ignora i benefici estetici e da raffrescamento naturale urbano nei mesi caldi che deriverebbero se realmente l’dea fosse di boscare la città.

“L’eco museo della transumanza”

Il tratturo L’Aquila-Foggia lambisce il territorio comunale nell’angolo di nord-ovest, in Contrada Colle Scalera, zona agricola priva di terreni comunali liberi, dove dovrebbe sorgere il non meglio precisato museo, che «ha come obiettivo la valorizzazione, in termini di turismo sostenibile, […] attraverso la conservazione attiva».

Quattro tipi di orti

Il progetto ipotizza ben quattro tipi diversi di orti.

Gli “orti urbani”, con i quali si «Propone la diffusione dell’agricoltura urbana quale strumento di riqualificazione della periferia termolese, al fine di migliorarne il paesaggio e i luoghi della vita sociale.» I quartieri dove è prevista la loro ubicazione sono Porticone, Airino e Colle Macchiuzzo. Di tutti gli interventi del progetto, questo è l’unico che potrebbe avere un’attuazione concreta, anche perché nei tre quartieri menzionati esistono ampie estensioni di terreni comunali liberi da vincoli.

Con gli “orti polifunzionali”, da ubicare in Contrada Colle della Torre, «Il progetto di paesaggio viene declinato quale processo di rivalutazione delle qualità storiche e naturali in territori semi-rurali appartenenti alla città contemporanea.» Di quali qualità storiche e naturali si parla? In cosa differirebbero gli orti polifunzionali da quelli urbani?

Gli “orti terapeutici”, anch’essi da collocare in Contrada Colle della Torre, hanno «come obiettivo il reinserimento, nell’ambito sociale, delle fasce deboli o emarginate, di diversa natura, quali, ad esempio, disabili o malati di Alzheimer: terapia complementare che può affiancare le terapie ufficiali.» Orbene, se l’obiettivo è il reinserimento sociale ed il contrasto all’emarginazione, i soggetti destinatari dell’intervento non dovrebbero essere ghettizzati in orti separati dagli ordinari orti urbani. La contraddizione è stridente.

Infine gli “orti interculturali”, con «lo scopo di promuovere relazioni sociali tra diverse culture, aiutandoli (sic) a diventare attivi e a partecipare alla cultura cittadina.», da collocare a Difesa Grande. Perché collocare gli “orti interculturali” a Difesa Grande, il più periferico dei quartieri? È forse un quartiere multietnico? Tra quali culture andrebbe favorita la coesione? Chi svolgerebbe questo ruolo di mediazione interculturale? Nel quartiere esiste un corridoio di terreni contigui di proprietà comunale, di circa sei ettari, che lo attraversa nel mezzo e che invece potrebbe diventare un parco ricco di alberi e di verde.

“I tetti viventi”

«L’azione prevede la copertura dei capannoni industriali con uno strato di terra e piantati di sedium, una graminacea [in realtà è una grassulacea, ndr] che assorbe e filtra le acque piovane, orientando il paesaggio verso la sostenibilità della città produttiva e diffusa. Completa il progetto la collocazione di pannelli fotovoltaici e solari.» L’intervento dovrebbe riguardare le imprese localizzate nel nucleo industriale, dove non esiste nessun terreno del Comune. Chi sosterrebbe le spese di impianto e manutenzione dei “tetti viventi”? Che interesse avrebbero le imprese a realizzarlo?

“La ri-connessione ecologica”

«L’azione, utilizza le fasce ripariali quali corridoi ecologici di collegamento tra contenitori di naturalità, aree di rinaturazione e stepping stones.» Non si dice che tipo di interventi verrebbero messi in atto e, comunque, l’azione non riguarda affatto terreni comunali, ma, per l’appunto, le fasce ripariali del reticolo di fossi e canaloni che attraversano il territorio termolese.

“L’agricoltura urbana”

«L’azione prevede, anche, la De C O.; certificazione finalizzata all’attestazione della filiera colturale, secondo disciplinari tradizionali. L’azione utilizza le proprietà comunali ancora gravate da diritti reali minori.» La DeC.O. (Denominazione Comunale di Origine) ha lo scopo di valorizzare una particolare produzione agricola o artigianale, tipica di un comune. L’area individuata è una zona agricola dove esistono ampi terreni comunali dati in enfiteusi, sita sul fianco del colle affacciato sul nucleo industriale, pertanto con importanti problemi di inquinamento dell’aria; peraltro non esiste nessuna produzione o lavorazione agricola tipica del territorio di Termoli.

“La cerniera città/campagna”

«Piccoli lotti, anche in affitto, per la produzione personale di frutta, verdura e fiori, coltivati sotto la direzione del Comune o di associazioni appositamente costituite; luoghi dove si discute e si sperimentano nuovi processi produttivi di sviluppo sostenibile e di colture biologiche, favorendo un rinnovato rapporto sociale tra i cittadini.» L’area individuata copre i quartieri semicentrali e contigui di Sant’Alfonso (alias Crocifisso) e della Madonna delle Grazie. Sia Sant’Alfonso che Madonna delle Grazie sono quasi del tutto urbanizzati. Nell’area esiste un importante lacerto comunale di 12.755 mq, dove sorgono i resti della masseria della contessa Petti, che potrebbe essere valorizzata come piccolo parco di quartiere, anche restaurando gli edifici agricoli ora cadenti, ove collocare un museo del mondo agricolo. Contigui a tale area esistono altri 7.550 mq - ceduti dal Comune alla TUA e travolti dal fallimento della società – che potrebbero essere riacquistati, ampliando l’intera area a circa 20.300 mq.

“La rigenerazione urbana/recupero sociale”

«Il progetto promuove un programma condiviso con la società civile, per la valorizzazione degli spazi vuoti, attraverso la coltivazione di prodotti freschi, unitamente ad un museo del gusto dell’intero territorio comunale, dove poter acquistare i prodotti ma, anche degustarli o imparando (sic) a prepararli.» L’intervento è previsto in Contrada Casa la Croce, compresa tra la ferrovia, la Bifernina, l’A14 ed il Fosso La Gatta. Gran parte della contrada è racchiusa tra le trafficatissime Via Corsica e Via delle Acacie. La contrada è la più caotica di Termoli, dove si mischiano insediamenti artigianali, commerciali, residenziali, ricettivi ed agricoli; dove manca una qualunque area adibita a verde pubblico e non esistono nemmeno le alberature stradali. Terreni comunali sono presenti specialmente lungo Via del Pino che prosegue in Via dei Roveri, le quali tagliano dorsalmente il quartiere, dove potrebbe essere creato del verde pubblico, invece dell’ipotetica coltivazione di prodotti freschi e del museo del gusto.

“Il recupero [del] rapporto tra ambito urbano e rurale”

«Il progetto ha l’obiettivo di proteggere e valorizzare l’ambiente naturale, il paesaggio e le attività agricole della pianura di Marinelle. […] il progetto permetterà la conservazione dei biotopi, attraverso la ripiantumazione di specie autoctone.» Proposta del tutto generica, che non dà conto del principale problema di Marinelle, costituito dall’elevata pericolosità alluvionale, aggravata dall’incuria in cui versano i canali di drenaggio, realizzati dall’Ente Riforma Agraria dopo la Seconda Guerra Mondiale. Andrebbe approvata una variante al PRG che blocchi qualunque nuovo insediamento edilizio nella contrada ed andrebbe attuata una manutenzione straordinaria dei canali di bonifica.

“La ricomposizione delle relazioni tra ambiente urbano e fluviale”

«Nell’area, a rischio idrogeologico, il progetto ne valorizzerà gli elementi naturali e costruttivi, creando relazioni fra città e fiume.» L’area di cui si parla è quella di Pantano, compresa tra la foce del Biferno ed un grande canale di bonifica, la cui foce è seminterrata, che lo separa da Marinelle. A Pantano c’è un terreno comunale occupato dalla ex discarica. Per il resto, su terreni privati, esistono un campo volo, terreni agricoli ed alcuni insediamenti abitativi. Come e più che nel caso di Marinelle, Pantano necessita di interventi manutentivi straordinari dei canali di bonifica e del divieto di nuove edificazioni residenziali. Inoltre il progetto non fornisce alcuna indicazione specifica su quanto andrebbe fatto.

Il progetto è in realtà una sequela di interventi più o meno fantasiosi, pomposamente denominati e sommariamente descritti. Un “menu” troppo ricco, dove si è infilato di tutto e di cui sembrano realizzabili soltanto gli orti urbani; ma forse non si faranno neanche quelli ed il progetto si ridurrà ad una iniziativa propagandistica dell’amministrazione di destra-destra, per accreditarsi a buon mercato (45.000 euro dei termolesi) come attenta e sensibile all’urbanistica verde e sociale.

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