domenica 31 ottobre 2021

Ristobucchi alla molisana

 

Un anno fa, esattamente l’11 novembre 2020, il Consiglio regionale ha approvato la legge n. 12, intitolata “Disposizioni in materia di valorizzazione e utilizzazione commerciale e turistica del trabucco molisano”, che però ha fatto pochissima strada, in quanto è stata impugnata il 30 dicembre 2020 dal Governo (Conte 2), su iniziativa dell’allora Ministro degli affari regionali Francesco Boccia, per violazione degli artt. 1, 2 e 5 del Codice dei beni e delle attività culturali e degli artt. 9 e 117, comma 2, lettera s) della Costituzione. Di conseguenza, la legittimità della legge regionale 12/2020 è stata rimessa al giudizio della Corte costituzionale. Scopo di questo articolo non è analizzare le questioni di diritto, sulle quali mi limito a dire che si incardinano su due rilievi: 1°) la mancata tutela del trabucco come bene culturale; 2°) l’incompetenza della regione a legiferare in materia di «tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali» (Cost., art. 117, comma 2, lettera s). Intendo invece esaminare le conseguenze pratiche delle disposizioni della LR 12/2020, ora sospesa, e della recente proposta di variazioni «i cui contenuti sono finalizzati al superamento dei rilievi enunciati dal Governo» (verbale III Commissione n. 79 del 7 ottobre 2021), presentata dalla consigliera regionale Aida Romagnuolo.

Nonostante le affermazioni di principio enunciate all’art. 1, comma 1, della LR 12/2020, le finalità d’uso e la conformazione edilizia previste ai successivi artt. 3, 4 e 5 non hanno nulla a che vedere con i trabucchi, si può parlare piuttosto di ristobucchi alla molisana. Riguardo all’uso, la legge è prodiga di contorsioni logico-lessicali. Il 1° comma dell’art. 3 recita: «I trabucchi devono conservare la finalità di pesca per diletto e luogo di incontro.» È falso che i trabucchi avessero come finalità la pesca per diletto; al contrario, essi erano degli impianti per la pesca professionale. E non erano neanche “luogo di incontro”, nel senso di esercizi pubblici come bar, ristoranti, trattorie, cantine. Invece i ristobucchi alla molisana possono essere usati «per tutto l'anno anche per eventi culturali, manifestazioni promozionali dei prodotti tipici locali, ristorazione e somministrazione di alimenti e bevande con uso di prodotto ittico pescato dalla struttura stessa ovvero di prodotti ittici locali e delle zone limitrofe e comunque del mar Adriatico.» (art. 3, comma 2) Non solo si tratta in realtà di ristoranti, ma viene a cadere anche la finalità della pesca, in quanto si possono servire prodotti pescati da chiunque ed ovunque, purché in Adriatico (valla a dimostrare la provenienza!). Per togliere ogni dubbio in merito si dice: «[…] Il trabucco può essere dotato di una rete di arredo, simbolica, fissa e non fruibile per la pesca […]» (art. 5, comma 1, lettera c). Visto che non è contemplato alcun divieto, si presume che il ristobucco possa servire anche prodotti non ittici.

Riguardo alle caratteristiche costruttive, l’art. 5, comma 1, lettera e) precisa che i materiali devono essere legno massello e metallo, con facoltà di usare il cemento armato per le fondazioni, purché non sporga dal fondo. Sempre l’art. 5 ci spiega che la sala del ristorante può avere una superficie fino a 180 mq calpestabili; cucina, deposito e servizi igienici non devono superare 60 mq calpestabili; la passerella di accesso deve avere una larghezza compresa tra 2 m e 2,30 m, così come le passerelle che possono bordare la struttura. Il ristobucco di 240-250 mq, formato da strutture rigide e pesanti, non ha niente a che vedere con il trabucco di 25-30 mq, che ha strutture elastiche e leggere, per resistere al mare assecondandolo.

Cosa mai propone di sostanziale Aida Romagnuolo, per superare i rilievi sollevati dal Conte 2 ed evitare la bocciatura della Corte costituzionale? Alcuni interventi agli artt. 1 e 2, volti a disinnescare l’obiezione di “invasione” delle prerogative del Governo nazionale. Nessuna modifica agli artt. 3, che definisce e istituisce il ristobucco, e 4. All’art. 5 le uniche modifiche riguardano la riduzione della superficie calpestabile della sala ristorante da 180 mq a 120 mq e quella dei servizi accessori da 60 mq a 50 mq. Non ci si crede! La riduzione di 70 mq della superficie calpestabile complessiva del ristobucco non ne cambia affatto la sostanza. Come può pensare l’attuale maggioranza regionale di “farla franca” approvando le non modifiche presentate dalla Romagnuolo? Forse contano sul fatto che l’attuale Ministro degli affari regionali è Mariastella Gelmini e che il Presidente del CdM è Mario Draghi? Perché infine tanta determinazione nel volere salvare la legge istitutiva dei ristobucchi alla molisana?

sabato 30 ottobre 2021

Nazismo = comunismo? La storia insegna se si è disposti ad imparare.

 Il 29 ottobre 2021 è stata presentata nel Consiglio comunale di Termoli la mozione, a firma dei consiglieri di maggioranza Di Brino e Montano, per la condivisione della risoluzione del Parlamento europeo del 19/09/2019 sulla “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa” (2019/2819/RSP), che equipara nazismo e comunismo. La mozione, riporta il testo della risoluzione del Parlamento europeo, ma prima insiste ripetutamente sulla necessità di superare ogni faziosità, per riconoscere, «a prescindere da qualunque ideologia», la condanna dei regimi totalitari ed autoritari, identificati nel nazismo e nel comunismo. In aula la mozione Di Brino-Montano è stata criticata da tutte le opposizioni. Al momento del voto, ha ottenuto il consenso della maggioranza, il PD non ha partecipato al voto, il M5S si è astenuto ed ha votato contro solo la consigliera di Termoli Bene Comune – Rete della Sinistra.

Due anni fa al Parlamento europeo votarono a favore della risoluzione che equipara nazismo e comunismo quasi tutti i rappresentanti italiani, dal PD a Fratelli d’Italia, con l’eccezione del M5S, che si astenne, e della Sinistra europea, che votò contro. Questa risoluzione – checché ne dicano i consiglieri Di Brino e Montano – è un esempio di decostruzione e ricostruzione della realtà storica secondo gli interessi di parte odierni, ignorando o travisando la storia europea ed italiana del XX secolo.

La rivoluzione sovietica è interpretata come un regime monolitico e monocorde, che ha preso il potere nel 1917 ed è crollato nel 1991, decretando la sconfitta storica del “socialismo reale”. Lettura tutt’affatto semplicistica. La rivoluzione guidata nel 1917 dal Partito operaio socialdemocratico russo è stata sì sconfitta, ma non nel 1991, bensì molto prima, nel 1924, quando, morto Lenin, si è affermato lo stalinismo. Con Stalin la dittatura del proletariato si è trasformata in dittatura dell’apparato di partito, violentemente epurato di migliaia di oppositori, che erano comunisti, non liberali o reazionari. Nella risoluzione del Parlamento europeo si attribuisce valore di prova dell’identità tra nazismo e comunismo al patto Molotov-Ribbentrop, non avvedendosi che proprio questo patto scellerato, che contraddice platealmente i principi dell’internazionalismo, sta a significare che la Rivoluzione d’ottobre aveva cambiato radicalmente pelle. La storia è piena di esempi simili. Basti pensare alla Rivoluzione francese, iniziata nel 1789 con il motto “libertà, uguaglianza e fraternità”, trasformata in pochi anni nel regime imperiale napoleonico.

L’identità tra nazismo e comunismo è poi del tutto stridente nel caso italiano. Il Partito comunista italiano è stato quello che più di tutti ha lottato contro il fascismo durante il Ventennio e nella Resistenza, pagando prezzi altissimi. Veramente si vuole sovrapporre alla figura di Gramsci quella di Mussolini? Nel secondo dopoguerra il Partito comunista italiano ha dato prova di impegno democratico e di convinto rispetto della Costituzione, che ha contribuito a scrivere, collaborando lealmente con gli altri partiti politici risorti dopo la dittatura fascista. Tutto ciò mentre gli USA organizzavano in segreto la struttura paramilitare Gladio, infarcita di neofascisti.

Il PCI ha commesso importanti errori strategici. Nel 1956 non ha saputo dissociarsi dalla repressione sovietica della rivolta ungherese; né può valere come giustificazione il fatto che all’epoca vigeva una rigida separazione del mondo in due blocchi. Anche nel 1968 il PCI diffidò dell’ondata rivoluzionaria che montava in Europa: non appoggiò la “Primavera di Praga”, espulse il gruppo del Manifesto ed andò al traino delle spinte sociali in atto con il freno a mano tirato, perdendo l’occasione di un riesame critico delle vicende storiche del movimento proletario e dei partiti che esso ha espresso. Ciò detto, bisogna dare atto al PCI di non avere fatto o detto mai nulla contro l’assetto democratico della Repubblica. Ricordo a chi propone ricostruzioni antistoriche che nel 1978 Moro fu rapito dalle Brigate Rosse il giorno in cui egli avrebbe annunciato in Parlamento la formazione di un governo insieme al PCI. Con il rapimento ed il successivo assassinio di Moro furono in molti a tirare un respiro di sollievo a Washington, a Mosca ed anche a Roma.

Infine lascia pensare la tempistica con cui Di Brino e Montano hanno proposto la loro mozione: a due anni dalla risoluzione del Parlamento europeo, nel momento in cui da molti si chiede lo scioglimento di Forza Nuova, organizzazione platealmente neofascista, autrice di ripetuti assalti squadristici, ultimo dei quali alla sede nazionale della CGIL.

lunedì 18 ottobre 2021

Gemelli Molise alla Regione? No grazie.

 Mentre non si placano le iniziative - sociali, politiche e giudiziarie - contro il programma operativo (PO) 2019-2021 del servizio sanitario regionale (SSR) del Molise, adottato dal presidente della Giunta regionale, dottor Donato Toma, questi rilancia, proponendo l’acquisizione da parte della Regione del 90% delle azioni Gemelli Molise SpA, al posto della finanziaria svizzera Responsible Capital, con la quale il Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCSS, che detiene Gemelli Molise, ha firmato un preliminare di vendita, al prezzo di 33 milioni. Il comunicato stampa di Gemelli Molise del 5 ottobre 2021 precisa che «L’operazione prevede significativi elementi di continuità, in relazione alla proprietà dell’immobile, che resta in capo all’Università Cattolica del Sacro Cuore, e al concorso della Fondazione e della Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli” di Roma alle attività cliniche, didattiche e di ricerca della struttura ospedaliera molisana.»

Riguardo all’acquisizione proposta da Toma sorgono tre domande: 1°) se è consentita dalla legge; 2°) se è opportuna per il SSR; 3°) chi la finanzia.

Sul piano normativo l’operazione è fattibile. Lo Stato e gli enti pubblici possono acquisire partecipazioni - di controllo, se superiori al 50% - in società, anche consortili, di diritto privato (SpA ed srl), con il vincolo che «non possono costituire […] società aventi per oggetto attività di produzione di beni e di servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società» (DLgs 175/2016, artt. 3 e 4). Nel caso specifico, l’acquisizione del controllo di una struttura ospedaliera da parte della Regione è senz’altro coerente con la finalità istituzionale di gestire il SSR. Si tenga presente che la società a controllo pubblico è soggetta alle norme privatistiche, in quanto, come ribadito più volte dalla Cassazione, «la società per azioni non muta la sua natura di soggetto di diritto privato solo perché l’Ente pubblico ne possegga in tutto o in parte le azioni».

Riguardo all’opportunità di una tale operazione, gli argomenti contrari mi sembrano tanti e robusti.

Il DLgs 118/2011 ha conferito alle regioni la possibilità di istituire, oltre alle aziende sanitarie, la cosiddetta Gestione Sanitaria Accentrata (GSA) per «gestire direttamente presso la regione una quota del finanziamento del proprio servizio sanitario» (art. 19, comma 2, lettera b), punto 1°). La Regione Molise si è avvalsa di questa facoltà con il decreto del commissario ad acta e presidente regionale, dottor Michele Iorio, n. 96 del 7 novembre 2011. La “nostra” GSA ha gestito e gestisce i rapporti con i due principali operatori privati accreditati nei servizi ospedalieri e specialistici: Neuromed e Gemelli Molise (ex Cattolica). A mio avviso, nel caso del Molise la GSA costituisce un appesantimento burocratico, che genera duplicazioni di costi e di centri di responsabilità rispetto all’attività che già svolge l’ASReM verso i privati accreditati “minori”, senza che ne derivi alcun vantaggio operativo. Non solo non si pensa di razionalizzare l’organizzazione ed i costi del SSR del Molise abolendo la GSA e riconducendo tutta l’operatività nell’ambito dell’ASReM, ma con la trasformazione di Gemelli Molise in controllata della Regione, la struttura operativa del SSR diventerebbe ancora più complessa, aggiungendo ai due soggetti pubblici attuali (ASReM e GSA) un terzo soggetto privato, che si relaziona con la GSA, pur essendone indipendente in quanto società di diritto privato, con potenziali conflitti di interesse.

Lascia perplessi anche il fatto che l’immobile ospedaliero (finanziato dalla Cassa per il Mezzogiorno con 14 miliardi lire) ed il relativo terreno (donato dalla Città di Campobasso) restino di proprietà dell’Università Cattolica. Questo comporta il pagamento di un canone di locazione, la possibilità di sfratto e la limitazione nella facoltà di disporre interventi modificativi della struttura edilizia, senza il consenso preventivo dell’Università Cattolica.

Il citato comunicato stampa parla inoltre di continuità clinica, didattica e di ricerca rispetto all’attuale gestione. Che significa? Bisognerebbe conoscere i patti parasociali (che di norma sono riservati), per capire se e in che misura il socio minoritario conserverebbe il potere gestionale sul complesso ospedaliero.

Infine quello che a me sembra l’aspetto più negativo è il carattere privatistico del nuovo soggetto, che sarebbe svincolato dagli obblighi di pubblicità e trasparenza, nonché dalle regole di reclutamento ed amministrazione del personale, proprie degli enti pubblici.

La risposta al quesito riguardo a chi dovrebbe tirare fuori i soldi è scontata: non può che essere lo Stato centrale, considerato che il SSR del Molise patisce un disavanzo economico strutturale di 20-30 milioni all’anno e non è in grado di finanziare autonomamente alcunché. Come può pensare Toma di ottenere dal Governo i 33 milioni per acquistare il 90% del Gemelli Molise, quando la Regione Molise è in piano di rientro del disavanzo da 14 anni, senza che ci sia stato alcun progresso verso il pareggio dei conti, nonostante lo smantellamento progressivo di servizi, strutture, personale?

sabato 9 ottobre 2021

Conferenza dei sindaci molisani sulla sanità: tutto fumo e niente arrosto.


 La mattina dell’8 ottobre 2021, presso la Sala della Costituzione della Provincia di Campobasso, si è tenuta la Conferenza dei sindaci del Molise incentrata sulla sanità regionale, presenti anche il presidente della regione e commissario ad acta Donato Toma e, per parte dell’incontro, il direttore generale dell’ASReM Oreste Florenzano. Poteva essere una buona occasione per progredire sul piano delle analisi e delle proposte per affrontare la crisi, sempre più grave ed evidente, del servizio sanitario regionale (SSR). Così non è stato. Il mood dell’assemblea è stato che i responsabili della necrosi della sanità molisana stanno a Roma, che il commissariamento deve essere annullato e che la resurrezione del SSR dipende dalla disapplicazione del DM 70/2015, che fissa gli standard relativi all’assistenza ospedaliera, e dalla “promozione” dei nosocomi di Termoli e di Isernia da ospedali di base a ospedali di 1° livello e di quello di Campobasso da 1° a 2° livello (che è il massimo). Queste proposte saranno formalizzate in un documento da presentare al Governo nazionale. È risultata invece minoritaria la proposta del M5S e del PD di ricorrere al TAR Molise per l’annullamento del programma operativo 2019-2021, adottato il 9 settembre da Toma commissario.

A 14 anni dall’avvio del piano di rientro del disavanzo del SSR, nonostante la riduzione quantitativa e qualitativa dei servizi ospedalieri e specialistici erogati - resa evidente dalla crescente incidenza della mobilità passiva, che nel 2019 ha raggiunto il 30%, la percentuale più alta in assoluto in Italia - ciò nonostante, dalla Conferenza dei sindaci non è emersa la benché minima analisi del perché tutto ciò sia accaduto, senza peraltro recuperare il disavanzo economico. Nonostante i tagli alle strutture, al personale, agli investimenti, la spesa annua strutturale del SSR dl Molise dal 2007 in poi ha oscillato intorno ai 650 milioni (tranne nel 2013 e nel 2019, quando ha sfiorato 700 milioni, ma con discutibili valorizzazioni contabili), eppure i sindaci non se lo spiegano e neanche sembrano interessati a trovare delle spiegazioni, che invece dovrebbero essere il punto di partenza per qualunque proposta di rilancio della sanità regionale. Non li sfiora il sospetto che sono stati tagliati i servizi ma non i disservizi, le inefficienze, gli sprechi. D’altra parte perché lambiccarsi il cervello, quando sono stati già individuati dei comodi colpevoli “alieni”: lo Stato centrale, l’Agenas, il DM 70/2015. Un decreto ministeriale quest’ultimo demonizzato da molti che con tutta probabilità non l’hanno neanche letto, visto che si ostinano a chiamarlo “decreto Balduzzi”, quando invece porta la firma dell’allora ministro della salute Lorenzin, di concerto con quello del MEF Padoan.

La “soluzione” caldeggiata dai sindaci e da Toma è di rivendicare la salita di un livello dei tre ospedali regionali, argomentando che già per la Basilicata è stata applicata tale deroga, autorizzando l’istituzione a Potenza di un ospedale di 2° livello. Ricordo che il DM 70/2015 (Lorenzin) stabilisce che gli ospedali di 2° livello devono avere un bacino d’utenza di almeno 600.000 persone. È stata autorizzata una deroga per la Basilicata? Sì, in quanto al 1° gennaio 2021 questa regione contava solo 547.579 abitanti. La deroga che vorrebbero i sindaci molisani, e Toma con loro, sarebbe molto, ma molto, più estesa, visto che il Molise al 1° gennaio 2021 di abitanti ne aveva 296.547, il che – a stretto rigore – non consentirebbe neanche la permanenza a Campobasso di un ospedale di 1° livello, per il quale il decreto Lorenzin fissa un bacino di utenza minimo di 300.000 abitanti.

Prescindendo dai vincoli del decreto Lorenzin, per quale magico motivo la salita di un livello dei tre nosocomi molisani dovrebbe garantire il risanamento economico e funzionale del SSR del Molise? Il 30% di molisani che si ricovera fuori regione non lo fa perché in Molise non è possibile accedere a servizi ospedalieri e specialistici particolarmente sofisticati; la gran parte di queste “emigrazioni sanitarie” origina da esigenze di cura che dovrebbero essere tranquillamente soddisfatte in un ospedale di base, come sono nominalmente quelli di Termoli e di Isernia, o in un ospedale di 1° livello, come sarebbe in teoria quello di Campobasso. A pagina 20 del Programma operativo 2019-2021 firmato da Toma si legge: «Negli ultimi anni, le discipline che hanno generato maggiore mobilità passiva sono: Ortopedia e Traumatologia, Chirurgia Generale, Ostetricia e Ginecologia, Urologia e Medicina Generale.» Sono tutte discipline contemplate in un ospedale di base. La triste realtà è che l’assistenza ospedaliera e specialistica diretta del SSR è stata via via demolita e che le strutture attuali non sono in grado di offrire adeguatamente tutti i servizi che in teoria dovrebbero fornire in base alla loro denominazione formale. A titolo esemplificativo, a pag. 69 del Monitoraggio LEA 2019 del Ministero della salute, troviamo che le fratture di femore operate entro 48 ore in Molise sono state solo il 28%, contro il 64% in Abruzzo e il 62% in Puglia, per non parlare del 76% in Emilia-Romagna. Se i tre ospedali regionali non sono in grado di fornire tutti i servizi che nominalmente dovrebbero fornire al loro livello gerarchico attuale, saranno ancora meno attrezzati a fornire i servizi del livello superiore. Agli ospedali molisani non serve appuntare una stelletta in più sulle spalline; piuttosto si mettano in grado di fornire effettivamente quei servizi che a loro già competono, grazie ad un investimento straordinario di alcune centinaia di milioni da prevedere nel Programma operativo 2022-2024. Purché sia un investimento, che presuppone un progetto di ricostruzione organizzativa e del sistema decisionale e delle responsabilità, prima ancora che degli organici e delle dotazioni tecniche, senza il quale gli extrafondi verrebbero semplicemente ingoiati dall’attuale macchina sprecasoldi. Ne abbiamo già fatto esperienza negli anni passati: Iorio ha ottenuto 55 milioni di exrtafondi e Frattura 40 (erogati 32), più altri 73; Toma adesso ne vorrebbe 30. Per finire sul tema economico, i fautori della promozione gerarchica dei nostri ospedali si sono chiesti come farebbero a coprire i maggiori costi che ne deriverebbero, se non si riesce a coprire neanche quelli ai livelli nominali attuali?

Nel suo intervento alla Conferenza dei sindaci il governatore-commissario Toma ha dichiarato in modo accorato che lui proprio non voleva assumere la carica di commissario, ma che il Governo l’ha costretto, perché non ha trovato nessuno disposto ad assumersi tale responsabilità. Come non credergli!