I gruppi ed i comitati orientati a sinistra, che si
battono per la ricostruzione del servizio sanitario regionale (SSR) del Molise,
affermano da anni che la radice del problema sta nell’eccessivo spazio lasciato
ai privati accreditati, a svantaggio della sanità pubblica diretta. In effetti,
esiste un’anomalia molisana in tal senso. Nel 2019 la spesa sanitaria pubblica
(diretta ed accreditata) sia a livello nazionale che in Molise è stata
assorbita per il 72% dai servizi ospedalieri e dalla specialistica (visite ed
esami); tuttavia, mentre nella media Italia la suddetta percentuale è
costituita dal 59% di assistenza pubblica diretta e dal 13% di assistenza da
privati accreditati, in Molise il pubblico diretto ha contato per il 50% ed il
privato accreditato per il 22% (elaborazioni su dati Università cattolica,
Osservasalute 2020). Si aggiunga che i privati accreditati nel 2018 hanno
raccolto il 63% del loro fatturato da servizi ospedalieri e specialistici
erogati a non residenti (Verbale Tavolo tecnico & Comitato LEA 11/04/2019),
tanto che a loro si deve la quasi totalità della mobilità attiva. Nel 2019 sono
stati attribuiti 90 milioni da mobilità attiva ai privati accreditati e solo
6,5 milioni al pubblico diretto (SSR del Molise, Relazione bilancio consolidato
2019).
Quanto ora esposto ha comportato e comporta
tendenzialmente per il SSR del Molise un peggioramento del risultato economico,
stimabile in 6-7 milioni/anno, in conseguenza, da un lato, di una perdita di
margine economico sulle prestazioni erogate dai privati accreditati, che sono
in genere quelle più lucrose, e dall’altro dal costo opportunità finanziario
dovuto all’anticipazione al privato degli importi della mobilità attiva, che il
pubblico recupera dagli altri SSR dopo quasi due anni. La conclusione è che nei
servizi ospedalieri e nella specialistica il privato accreditato contribuisce
ad appesantire il disavanzo economico del SSR del Molise, ma non è la causa
principale, né tantomeno unica, del suo disastro.
Una interpretazione fondata prevalentemente od
esclusivamente sulla dicotomia pubblico-privato è semplicistica e non dà conto
del grave fenomeno della mobilità passiva. Nel 2019 la mobilità passiva
regionale (molisani che si curano fuori regione) ha raggiunto il 30%, contro la
media nazionale del 9%. Si tratta del valore più elevato tra tutte le regioni,
che è anche in continua crescita, visto che nel 2013 la mobilità passiva molisana
era al 23%, su una media Italia dell’8%. Questo si spiega con l’antagonismo
pubblico-privato? La “concorrenza” al pubblico diretto non viene tanto dal
privato accreditato regionale, quanto da strutture extraregionali. I molisani
hanno il primato dell’emigrazione (temporanea) per motivi di salute. Perché lo
fanno? Dall’ormai lontano 2007, quando siamo entrati in piano di rientro del
disavanzo sanitario, l’offerta di servizi sanitari da parte del pubblico
diretto è andata via via peggiorando, anche in quelle prestazioni dove non c’è
alcuna offerta alternativa da parte del privato accreditato autoctono.
Un esempio lampante è fornito dalle dolenti note del
“percorso nascita”, nel quale i privati accreditati non hanno avuto fino ad ora
alcun ruolo. Nel 2010 il numero dei parti per ciascuno dei tre distretti
sanitari del Molise è stato di 1.002 a Campobasso, 593 ad Isernia e 663 a
Termoli, per un totale di 2.258 parti. Nel 2017, a fronte di 2.120 parti di
donne residenti in Molise, i nati in regione sono stati solo 1.774, con una
mobilità passiva di 346 casi (16,3%); nel dettaglio dei singoli distretti
sanitari: a Campobasso si sono avuti 880 parti su 842 residenti che hanno
partorito (+ 4,5%), ad Isernia 461 parti su 599 partorienti (- 23,0%) ed a
Termoli 433 parti su 679 partorienti (- 36,2%). L’anno successivo, Campobasso è
scesa a 818 parti, Isernia è risalita a 530 e Termoli è precipitata a 353. Invocando
il limite minimo di 500 parti/anno, indicato nell’allegato A1 dell’Accordo
Stato-regioni del 16 dicembre 2010, la “soluzione” disposta dal SSR è stata di
mantenere, per il momento, il punto nascita di Isernia e, per Termoli, prima la
chiusura e poi la sospensione, provvedimenti entrambi bloccati per il momento
dal TAR Molise. È evidente che è in atto una crescente sfiducia delle molisane
incinte nei confronti dei reparti regionali di ostetricia e ginecologia;
sfiducia che si manifesta più pesantemente nel distretto sanitario di Termoli,
dove è disponibile l’alternativa del vicino ospedale pubblico di Vasto. Naturalmente
la soluzione non è chiudere ma potenziare, avendo analizzato le cause del
peggioramento dei servizi di ostetricia e ginecologia offerti dal SSR del Molise.
Per le strutture pubbliche dirette molisane le cause del disastro – che prima che economico consiste nell’indebolimento dell’offerta di servizi – sono riconducibili ai pesanti tagli di medici, infermieri, tecnici, ma anche, forse principalmente, a fattori di tipo organizzativo e di (mal)governo del sistema. Alla base del fallimento del SSR del Molise sta l’inadeguatezza della gran parte del ceto politico molisano, nelle competenze e più ancora nella volontà di ricostruire, cioè di superare le esistenti reti di potere, formali ed informali, che avviluppano il SSR del Molise. La ricostruzione del SSR del Molise non può essere affidata a chi è in larga misura interno o corrivo agli interessi ed alle logiche di funzionamento attuali del SSR. Per questa ragione, per ricostruire la sanità molisana è indispensabile la promulgazione di un “Decreto Molise”, analogo a quello adottato per la Calabria, e la nomina di una struttura commissariale governativa di alto profilo, tecnico ed etico, libera dalla ragnatela dei condizionamenti locali. Restare ancorati alla semplicistica tesi che il disastro della sanità regionale sia da attribuire, in gran parte se non del tutto, al privato accreditato, significa portare fuori strada il movimento per la ricostruzione del SSR del Molise e votarlo al fallimento.

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