venerdì 30 luglio 2021

Il rendiconto 2020 del Comune di Termoli spiegato ai laici

 


Oggi, 30 luglio 2021, il Consiglio comunale di Termoli approverà il rendiconto 2020. Il quadro finanziario, economico e patrimoniale che emerge dal rendiconto 2020 non è allarmante nel breve periodo, mostra tuttavia criticità strutturali, irrisolte da anni, che nel medio-lungo periodo metteranno in crisi i conti, se non si interverrà per eliminarle o minimizzarle.

Il bilancio finanziario di competenza – che deve dare un risultato non negativo, altrimenti scattano delle sanzioni – si è chiuso con un avanzo di 6,5 milioni, eppure contemporaneamente il cosiddetto risultato di amministrazione ha fatto registrare un disavanzo di 6,4 milioni. Il risultato di amministrazione misura le disponibilità finanziarie a fine esercizio a copertura dei fondi prudenziali accantonati per legge e si ottiene sommando i valori finali della cassa (per competenza), dei residui attivi/passivi, cioè delle entrate/spese non riscosse/pagate, e dei fondi pluriennali vincolati (FPV), che raccolgono finanziamenti già in possesso dell’ente, ma riservati ad esercizi futuri. Se il risultato di amministrazione è in disavanzo, come nel nostro caso, significa che le risorse finanziarie sono insufficienti a coprire gli impegni assunti dall’ente.

Com’è possibile che risulti contemporaneamente un avanzo di competenza di 6,5 milioni ed un disavanzo di amministrazione di 6,4 milioni? Sembra una contraddizione, ma non lo è. Il “trucco” sta nel fondo crediti di dubbia esigibilità (FCDE), che è di gran lunga il più “corposo” dei fondi prudenziali di legge, nel quale si computa la quota dei residui attivi con scarse speranze di recupero. A fine 2020 il FCDE del Comune di Termoli ha raggiunto il valore di 34,3 milioni, di cui 33,9 milioni derivanti da imposte comunali non pagate.

Le imposte “accertate” (messe a ruolo) di competenza di un esercizio alimentano il bilancio finanziario per competenza di quell’esercizio indipendentemente dal fatto che vengano riscosse o meno; quello che non si riscuote passa ai residui attivi, che in parte, a seconda della stima di esigibilità, alimentano il FCDE. Nel caso di Termoli – non da oggi, ma da anni – esistono gravi problemi con l’IMU+TASI (imposta sugli immobili) e con la TARI (imposta sui rifiuti urbani), che rappresentano il grosso delle entrate tributarie di competenza, ammontate nel 2020 a 19,4 milioni, di cui 11,0 milioni di IMU+TASI e 6,4 milioni di TARI; ma le riscossioni di competenza sono state pari solo ad 8,0 milioni, per l’IMU+TASI, ed a 4,4 milioni, per la TARI. I 4,9 milioni che mancano all’appello sono finiti nei residui attivi, pur restando conteggiati nelle entrate di competenza. Poco male se gran parte dei residui attivi derivanti da queste imposte venissero riscossi successivamente; purtroppo nel 2020 è stato riscosso solo il 3,6% dei residui IMU+TASI e il 6,1% di quelli TARI.

Per l’IMU+TASI il problema riguarda gli accertamenti da recupero evasione, che rappresentano circa un quarto del totale: mentre gli accertamenti ordinari 2020 si sono riscossi al 97,4% già nel corso dell’esercizio, quelli da recupero evasione hanno reso solo 417 euro. Nel caso della TARI, invece, è praticamente assente il recupero evasione, ma nel 2020 si è riscosso solo il 69,4% degli accertamenti di competenza. Questi fenomeni devono essere indagati, per capirne le cause ed intervenire per rimuoverle, cosa che non sembra interessare l’Amministrazione Roberti, come non ha interessato quella Sbrocca. Così ogni anno si continuano a contabilizzare 3-4 milioni di entrate finanziarie “fantasma”, accrescendo la zavorra del FCDE, che nel medio-lungo termine manderà a fondo gli equilibri finanziari del Comune, se non si interviene.

Se le entrate piangono, le spese non ridono, specialmente quelle correnti, ammontate a 32,5 milioni, equivalenti a 981 euro per testa. Confrontando la spesa per testa nel 2019 del Comune di Termoli con quella nei comuni con 20.001-60.000 abitanti (i dati 2020 di tutti i comuni non sono ancora disponibili), risultano per Termoli 1.004 euro per testa e per i comuni di pari classe demografica 771 euro per testa. La differenza di 233 euro per testa è notevole e non è spiegata da un’offerta di servizi pubblici da parte del Comune di Termoli marcatamente più ampia e migliore di quella erogata dagli altri comuni di pari classe demografica. Si tratta dunque per lo più di sprechi ed inefficienze, specialmente nell’acquisto di beni e servizi. Il recupero dell’intero divario di 233 euro per testa vorrebbe dire, per Termoli, 7,7 milioni di spese correnti in meno; non si pretende tanto, ma che almeno si inizi un processo di migliore controllo quali-quantitativo delle spese correnti. Le spese in conto capitale sono state pari a 3,2 milioni, corrispondenti a 95 euro per testa, allineate con quelle dei comuni di pari classe demografica verificate dal 2015 al 2019.

Quanto visto fin qui esaminando il bilancio finanziario per competenza trova conferma nel conto economico, che si è chiuso con una perdita di 2,2 milioni, dovuta per 2,0 milioni all’eccesso dei costi sui ricavi. La voce di costo più “pesante” del conto economico è stata “Prestazioni di servizi” – appalti, convenzioni, contratti in genere per la gestione di servizi – pari a 19,0 milioni (51,4% dei componenti negativi della gestione).

Infine i debiti. Quelli finanziari ammontano a 12,3 milioni (circa un terzo delle entrate correnti), ma sono ampiamente sostenibili, considerato che si tratta di debiti a lunghissimo termine; non così i debiti commerciali, che hanno raggiunto 10,3 milioni e sono invece a brevissimo termine. Sono in peggioramento anche i giorni medi di pagamento delle fatture, che nel 2018 erano scesi a 64 giorni dalla data della fattura, per poi salire a 87 giorni nel 2019 ed a 94 giorni nel 2020.

 

PS – Chi è interessato a leggere la “Relazione sul rendiconto 2020 del Comune di Termoli” può richiederla tramite e-mail all’indirizzo: pino.derminio@gmail.com .


giovedì 22 luglio 2021

Il sindaco di Termoli e lo striscione involato

 


Il giorno 21 luglio 2021, alle ore 11, lo striscione “Verità per Giulio Regeni” è affisso per la terza volta su una balconata del palazzo comunale di Termoli, anche se non su Piazza Sant’Antonio, come le prime due, ma sul lato di Via Regina Margherita di Savoia (sopra l’anagrafe).

Excursus delle puntate precedenti.

Il 26 febbraio 2020 i consiglieri comunali di minoranza depositano una mozione in cui si chiede al sindaco ed alla giunta: 1°) di aderire alla campagna “Verità per Giulio Regeni”; 2°) di esporre al balcone del palazzo comunale uno striscione con la scritta “Verità per Giulio Regeni”; 3°) di esortare il governo nazionale a ritirare per consultazioni l’ambasciatore al Cairo, come forma di pressione per ottenere fattiva collaborazione nelle indagini dalle autorità egiziane e per rivendicare la liberazione di Patrick Zaky. Il 6 luglio 2020 la mozione approda in Consiglio comunale e viene approvata all’unanimità dei presenti, incluso il sindaco, Francesco Roberti.

Una volta tanto tutti d’accordo! D’altra parte, la libertà di pensiero e di parola, il rifiuto dell’esercizio del potere con la violenza, sono sanciti dalla Costituzione e sono (dovrebbero essere) patrimonio comune del nostro vivere civile. Ma già da subito qualcosa scricchiola. Il sindaco sostiene che lo striscione debba essere realizzato a cura e spese di chi ha proposto la mozione. Interpretazione invero peregrina, nel panorama della dottrina amministrativa, in quanto i deliberati del Consiglio impegnano il Comune come istituzione, indipendentemente da chi li abbia proposti. Se un consigliere propone di costruire una scuola e la proposta è approvata, nessuno si sogna che l’edificio venga edificato a spese del consigliere proponente. Tuttavia, per evitare di avvitarsi in una diatriba d’infima lega e considerato il costo non esorbitante dello striscione, i volontari del progetto “La città invisibile” decidono di farne dono al Comune; così lo striscione viene collocato sulla balconata sovrastante l’ingresso di Piazza Sant’Antonio, dove, ahi lui, incontra repentina e drammatica fine. Almeno così racconta il sindaco, che sostiene (anche per iscritto) che lo striscione sia stato strappato dal vento di maestrale, che, come ogn’un sa, sferza sovente Termoli e in particolare Piazza Sant’Antonio. L’impeto del turbine che ha ghermito lo striscione è stato tale, che non solo lo ha divelto dagli ancoraggi, ma addirittura l’ha trascinato con sé chissà dove, visto che dello striscione non è stata trovata traccia alcuna.

Perito uno striscione se ne fa un altro. Così ragionano i consiglieri di minoranza, che il 12 dicembre 2020 inviano al sindaco una lettera aperta, in cui chiedono «che si provveda immediatamente ad attuare quanto votato dai rappresentanti tutti dei cittadini termolesi», e concludono: «Signor Sindaco, Le chiediamo di attivarsi perché già da domani lo striscione giallo sia ben visibile sulla facciata del Comune. È un suo preciso dovere istituzionale, e non c’è tempo da perdere.»

Il sindaco invece è di altro parere e, tetragono come non mai, dichiara alla stampa «Siamo certi (plurale maiestatis, ndr) che i consiglieri di opposizione si attiveranno per fornirci un nuovo striscione». Di nuovo pro bono pacis, alcuni cittadini si autotassano e viene realizzato un secondo striscione, ricollocato il 22 dicembre 2020 per mano di cittadini e consiglieri di minoranza.

Trascorrono cinque mesi e a metà maggio 2021 si verificano due eventi la cui connessione sfugge al pensiero logico: 1°) il Giro d’Italia fa tappa a Termoli; 2°) dalla balconata del Municipio sparisce nuovamente lo striscione “Verità per Giulio Regeni”, che viene ammucchiato in un angolo, dove giace in compagnia di un pallone da calcio.


Di nuovo i consiglieri di minoranza scrivono sconcertati al sindaco, rivendicando la ricollocazione dello striscione. Ma Roberti non se ne dà per inteso. Così il 19 luglio i consiglieri di minoranza gli annunciano per iscritto che il giorno 21 avrebbero provveduto al recupero dello striscione, ribadendo che la delibera consiliare deve essere rispettata. Il giorno dopo Roberti invia una lettera alle minoranze, spiegando che in occasione del passaggio del Giro d’Italia «si è reso necessario rimuovere il detto striscione nell’intento di riposizionarlo subito dopo», ma che in quegli stessi giorni il Tribunale di Roma ha rinviato a giudizio i quattro (presunti) responsabili delle sevizie e dell’assassinio di Regeni; «Pertanto, avendo massima fiducia nei magistrati, attendiamo l’esito del Giudizio (forse quello universale, vista la “g” maiuscola, ndr) ritenendo che la verità, grazie a loro, verrà alla luce.» Sul piano strettamente logico, l’argomentazione del sindaco si contraddice quando giudica ormai superfluo rivendicare la verità, che «verrà alla luce», e che dunque non è ancora acquisita. Ma c’è un altro piano, ben più importante, che il sindaco ha completamente trascurato, quello politico, di difesa dei diritti civili fondamentali. Lo striscione “Verità per Giulio Regeni” è un messaggio politico contro le dittature, non una forma di pressione nei confronti dei giudici che si occupano del caso e men che meno un segno di sfiducia nei loro confronti, come immagina Roberti. Le minoranze rispondono per iscritto al sindaco lo stesso giorno, ribadendo l’iniziativa fissata per il giorno successivo e l’obbligo dell’ente di esporre lo striscione, avvertendo che «Agire diversamente e rifiutare di riesporlo sarebbe un abuso di potere

Conclusione (almeno per ora): il giorno 21 luglio i consiglieri comunali Marcella Stumpo e Antonio Bovio, contornati da alcuni cittadini, recuperato lo striscione, incontrano in Comune il presidente del Consiglio comunale, Annibale Ciarniello, che si rende disponibile alla sua immediata ricollocazione, proponendo di utilizzare la balconata su Via Regina Margherita di Savoia, per evitare future eventuali “interferenze” con altri striscioni. La proposta è accolta favorevolmente e lo striscione torna alla luce del sole. È finita qui? Spero proprio di sì, perché dopo il grottesco viene il ridicolo.

domenica 11 luglio 2021

Cose da MACTE

 


Non finiscono di stupire le vicende che riguardano il MACTE (Museo di arte contemporanea di Termoli), anzi, più precisamente, la Fondazione MACTE. Voluta dall’amministrazione Sbrocca, la fondazione ha come scopo primario la conservazione, la valorizzazione e l’arricchimento della collezione di opere d’arte acquisite dal Comune di Termoli ad ogni edizione del Premio Termoli di arte contemporanea, grazie alla oculata curatela di Achille Pace. Un patrimonio artistico di prim’ordine - prevalentemente pittorico, ma anche scultoreo - valutato nel 2016 da Open Care SpA 2.332.700 euro. Oltre alle opere, il Comune mette a disposizione della fondazione gratuitamente l’immobile museale di Via Giappone, il cui valore è stimabile in 1.148.490 euro; inoltre, sono a totale carico comunale le spese di manutenzione (ordinaria e straordinaria), le utenze (elettricità, telefono, internet, acqua, metano), le pulizie e la sistemazione delle aree esterne. Il cofondatore privato, EMI Holding SpA (Larivera), ha assunto l’impegno di versare alla fondazione 10.000 euro al mese per 36 mesi, a partire dal 1° febbraio 2019, data di “nascita” della fondazione.

A fronte dei menzionati impegni assunti dal fondatore pubblico e da quello privato, chi detiene il comando della fondazione? Incredibile a dirsi, il fondatore privato: «Il Presidente [della Fondazione MACTE] è nominato dai fondatori nell’ambito di una rosa di nomi indicata dalla società “EMI HOLDING S.P.A.”» (Statuto, art. 12, comma 1); «La Fondazione è amministrata da un Consiglio di Amministrazione composto da sei componenti, di cui: a) il Presidente; b) due componenti designati dal Comune di Termoli; c) due componenti in rappresentanza della società “EMI HOLDING S.P.A.”; d) un componente nominato dai fondatori nell’ambito di una rosa di nomi indicata dal Gruppo di Partecipazione, qualora questo sia costituito.» (Statuto, art. 13, comma 1).

Il CdA è nominato a partire dal momento in cui la fondazione è riconosciuta come persona giuridica (Atto costitutivo, art. 17), cosa che sarebbe dovuta accadere quasi un anno fa, subito dopo il 27 luglio 2020, data in cui la Prefettura di Campobasso ha iscritto la Fondazione MACTE nel registro provinciale delle persone giuridiche. Larivera e l’amministrazione Roberti – subentrata a quella Sbrocca in perfetta continuità di intenti – hanno adempiuto agli obblighi statutari relativi alla nomina del presidente e del CdA della Fondazione MACTE? Non risultando alcun segnale in tal senso, il giorno 8 luglio 2021 la consigliera comunale di Termoli Bene Comune ed i quattro consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle hanno depositato una interpellanza urgente al sindaco, Francesco Roberti, ed all’assessore competente, Michele Barile, per sapere quale terna di nomi avrebbe proposto Larivera, tra i quali scegliere il presidente della fondazione, in accordo con il Comune; su quale dei tre nominativi sarebbe caduta la scelta condivisa dei fondatori; quali sarebbero i due consiglieri di amministrazione di nomina comunale e quali i due nominati dal privato (non si parla dell’eventuale sesto consigliere espressione del Gruppo di partecipazione, perché tale organo non è stato costituito).

Guarda caso, il giorno 9 luglio 2021 sull’albo pretorio del Comune di Termoli appare il decreto sindacale n. 9 di pari data, con il quale Roberti nomina i due rappresentanti del Comune nel CdA della Fondazione MACTE, nelle persone di Oreste Campopiano e di Gervasio (Nino) Barone, entrambi esponenti “storici” della sinistra termolese. Quando la pezza è peggio del buco! Staremo a sentire cosa risponderanno Roberti e Barile all’interpellanza, anche perché resta da sapere se e chi sarebbero il presidente della fondazione ed i due consiglieri di amministrazione indicati da Larivera, ma la fresca nomina dei due rappresentanti del Comune nel CdA è l’ammissione patente che il presidente ed CdA della Fondazione MACTE non esistono, almeno secondo i criteri stabiliti dal suo Statuto.

Se ciò sarà confermato e non si vede come possa essere smentito, saremmo di fronte ad un grave inadempimento non solo dell’amministrazione comunale, ma anche del cofondatore privato. Chi ha guidato la Fondazione MACTE nell’ultimo anno? In base a quale autorità e mandato? Si ricorda che il CdA, tra le altre cose, predispone il programma annuale ed il budget d’esercizio, approva il bilancio, nomina il direttore della fondazione (Statuto, art. 14), anzi, i direttori possono essere due, uno gestionale e l’altro artistico (Statuto, art. 19).

È sconfortante che l’amministrazione Roberti mostri tanto disinteresse per il MACTE, non solo e non tanto per il suo valore economico (3,5 milioni tra opere ed immobile), quanto per il valore culturale della raccolta. Che se ne occupi il privato! Roberti ha ben altro da fare e indica a rappresentare il Comune nella fondazione due persone avversarie della sua amministrazione, tanto non conterebbero nulla in un CdA controllato dal privato. Forse la designazione di Campopiano e Barone sarà sembrata al sindaco una trovata divertente ed politicamente abile (coinvolgere gli oppositori, così la smettono di rompere). Mi auguro che Campopiano e Barone rifiutino il ruolo di valletti portastrascico di Larivera e rispediscano al mittente le loro nomine.