lunedì 23 giugno 2025

Il Figlio del Grande Scempio, alias rigenerazione urbana

 


La Giunta Balice ha definitivamente chiuso con il Grande Scempio - sia nella versione della Giunta Sbrocca, con tunnel, che in quella della Giunta Roberti, senza tunnel – e lo ha sostituito con il Figlio del Grande Scempio, una variante molto meno disastrosa del suo progenitore, ma comunque peggiorativa dell’attuale pur deprecabile stato del Piano di Sant’Antonio e del Pozzo Dolce. Il nome ufficiale del Figlio del Grande Scempio è “progetto di rigenerazione urbana dell’area del Pozzo Dolce e di Piazza Sant’Antonio”, per il quale la Giunta Roberti ha chiesto (il 04/06/2021) ed ottenuto (il 30/12/2021) un finanziamento di 5 milioni dal Ministero degli Affari interni, nell’ambito dei fondi PNRR. Il progetto presentato dalla Giunta Roberti altro non era che quello della Giunta Sbrocca senza il tunnel, e prevedeva di realizzare l’intervento in finanza di progetto, dove il promotore privato avrebbe investito 9,6 milioni, in aggiunta ai 5 milioni pubblici.

La rigenerazione urbana è rimasta al palo sia durante la sindacatura Roberti che all’inizio di quella Balice (subentrata un anno fa), perché l’amministrazione comunale non sapeva come sbrogliare la matassa delle pretese risarcitorie dei fratelli De Francesco, promotori del Grande Scempio iniziale. A furia di temporeggiare, il finanziamento da PNRR è andato perso, perché il contratto di appalto per i lavori andava firmato entro il 31 marzo 2025. Per fortuna, è intervenuta una proroga di tre mesi (DL n. 25 del 14/03/2025, convertito dalla legge n. 69 del 09/05/2025) e l’amministrazione comunale il 22 maggio ha chiesto al Ministero degli Affari interni una “rimodulazione e variazione progettuale”, ridimensionando l’investimento ai soli 5 milioni pubblici. Così è nato il Figlio del Grande Scempio ed è iniziata la corsa a rotta di collo per non perdere di nuovo il finanziamento: 5 giugno determina di autorizzazione ad indire la gara; 9 giugno avvio della gara ad inviti per un appalto integrato, con presentazione delle offerte entro le ore 12 del 24 giugno. L’appalto si chiama integrato quando la stazione appaltante (nel nostro caso il Comune di Termoli) non mette a gara come di norma il progetto definitivo, ma presenta solo un esile progetto di fattibilità tecnico-economica, chiedendo alle ditte concorrenti di presentare insieme all’offerta il progetto definitivo. Cosa riusciranno ad imbastire in soli 15 giorni le imprese invitate? Questo procedimento ultraveloce è anche illegittimo sotto vari profili: 1°) è mancata qualunque considerazione sulla VAS (valutazione ambientale strategica) e sulla VIA (valutazione di impatto ambientale); 2°) non si è tenuta la conferenza di servizi decisoria.

Veniamo ai contenuti del progetto di fattibilità. La scelta di ridimensionare l’intervento utilizzando il solo contributo pubblico di 5 milioni è a mio avviso condivisibile e sufficiente per realizzare una reale “rigenerazione” del Piano di Sant’Antonio e del Pozzo Dolce. Purtroppo, l’intervento prospettato dall’amministrazione - per quello che è filtrato, visto che è avvolto da un velo di segretezza - è deleterio e finanche assurdo, sia sotto il profilo paesaggistico che funzionale.

Sotto Piazza Sant’Antonio verrebbe scavato un parcheggio di un piano, della capienza di 96 auto, approssimativamente lungo 90 metri e largo 30 metri, che va da qualche metro prima del bordo del costone fin quasi alla scalinata del municipio. L’estradosso del solaio del parcheggio sotterraneo verrebbe pavimentato e sarebbe praticabile; una fila di alberi verrebbe collocata a lato del solaio lungo Via Regina Margherita e qualche albero verrebbe piantumato vicino alla Galleria civica. Addio alla speranza di ricostituire la villa comunale, di antica memoria. La cosa più incredibile è che il solaio non rispetterebbe la pendenza naturale del Piano di Sant’Antonio del 2,3% (cioè scende di 2,3 metri ogni 100 metri di lunghezza), ma dal lato del Municipio (alto) partirebbe dal piano stradale, per rimanere orizzontale ed emergere mano a mano dal piano stradale, fino a sporgere di circa 2 metri dal lato mare (basta fare la proporzione tra la lunghezza del solaio ed il dislivello). La fontana del Nettuno giovane dove andrebbe ricollocata? Il risultato complessivo sarebbe una assurda, piatta e greve alterazione del paesaggio, di cui non si vede la ragione. Dal lato funzionale, nell’area dove verrebbe scavato il parcheggio esistono attualmente 51 stalli a raso, che si perderebbero; pertanto, l’incremento dei parcheggi sarebbe di sole 45 unità. Il verde del costone, oggi in condizioni penose, verrebbe “riqualificato”; però non sarebbe previsto nessun intervento di risanamento del sottostante contrafforte murario lungo le vie Colombo ed Oliviero, che mostra segni evidenti di ammaloramento e in alcuni tratti pende in avanti.

Quanto al Pozzo Dolce, si vorrebbe recuperare strutturalmente e funzionalmente il manufatto esistente, inaugurato nel 1982 ed abbandonato dopo pochi anni, perché – a prescindere dall’orripilante aspetto estetico - l’opera è stata mal progettata, sia per quanto riguarda le misure (inadeguate) di quello che doveva essere un parcheggio multipiano, sia per avere ignorato la falda freatica (si dovettero installate delle pompe per sgottare l’acqua che risaliva dal pavimento). Un obbrobrio di tale fatta è irrecuperabile e va demolito, per fare posto ad un intervento finalmente adeguato, sia sul piano estetico che funzionale.

mercoledì 18 giugno 2025

La Giunta Balice ha il popolo «in gran dispitto».

 


Il riassetto del Piano di Sant’Antonio e del Pozzo Dolce si sta avvicinando ad una fase conclusiva, ammantata di una scandalosa segretezza. Prima di entrare nel merito, è necessario un excursus degli atti compiuti dalle tre sindacature che si sono occupate del riassetto.

Excursus degli atti della Giunta Sbrocca

La Giunta Sbrocca ha promosso la realizzazione in finanza di progetto (cioè con prevalenti capitali privati) di un tunnel dal porto al litorale nord e di un complesso immobiliare, per metà parcheggio pubblico a rotazione e per metà dato al privato, da realizzare sbancando il colle del Piano di Sant’Antonio e demolendo il fabbricato in disuso alla base del Pozzo Dolce. Il costo del progetto (che d’ora in avanti chiamo Grande Scempio) doveva essere di quasi 20 milioni, di cui 5 pubblici (fondi europei) ed il resto a carico del promotore privato De Francesco Costruzioni. La finanza di progetto è arrivata ad un passo dalla firma del contratto, che non c’è stata, in conseguenza dell’accoglimento da parte del TAR del Molise del ricorso proposto dal Comitato No Tunnel.

Excursus degli atti della Giunta Roberti

Contro la sentenza del TAR del Molise ha presentato appello al Consiglio di Stato De Francesco Costruzioni, ma non il Comune di Termoli, dove è subentrata la Giunta Roberti, favorevole alla realizzazione del Grande Scempio senza il tunnel. Il Consiglio di Stato ha annullato la sentenza del TAR del Molise, non nel merito, ma in quanto il Comitato No Tunnel non era legittimato a ricorrere alla magistratura amministrativa. A seguito di ciò, De Francesco Costruzioni ha chiesto all’amministrazione comunale di firmare il contratto e di dare avvio al Grande Scempio (tunnel incluso), minacciando in caso contrario pesanti azioni legali. Nel frattempo la Giunta Roberti ha partecipato al bando PNRR “rigenerazione urbana”, presentando un progetto di fattibilità uguale al Grande Scempio senza il tunnel, per un importo totale di 14,6 milioni, di cui 5 da ottenere dallo Stato e gli altri da un privato in finanza di progetto. Il Ministero degli Interni, competente per la rigenerazione urbana, ha accordato il finanziamento di 5 milioni.

Excursus degli atti della Giunta Balice

Con le comunali del giugno 2024 è entrata in carica la Giunta Balice, che inizialmente ha seguito la traccia segnata da Roberti, ma ai primi di febbraio 2025 il nuovo sindaco ha contestato via stampa le pretese di De Francesco Costruzioni ed il Grande Scempio, affermando che l’amministrazione non è ostaggio di nessun progetto e non intende stravolgere i luoghi. Il contenzioso con De Francesco Costruzioni è precipitato il 19/03/2025, quando il Comune ha ricevuto la diffida a sottoscrivere entro 30 giorni il contratto di appalto. Gli uffici tecnici e legali del Comune hanno chiesto il supporto di un legale esterno particolarmente esperto, che il 3 aprile è stato individuato nell’avv. Gianluca Piccinni, amministrativista con studio a Roma. Il 5 giugno, con la pubblicazione della determina dirigenziale n. 1305, si scopre che l’amministrazione comunale ha presentato (quando?) al Ministero degli Interni un nuovo progetto di fattibilità della rigenerazione urbana, non più in finanza di progetto, finanziato esclusivamente con i 5 milioni del PNRR. Con la medesima determina si è data notizia che sarebbe stata indetta una gara ad inviti (senza bando) per un appalto integrato, sulla base del «progetto di fattibilità redatto dall’ufficio tecnico che prevede un parcheggio interrato e la razionalizzazione e riqualificazione degli spazi esistenti, mediante la sostituzione della pavimentazione, realizzazione di verde attrezzato e installazione di arredi urbani sia per piazza Sant’Antonio che per l’area di Pozzo Dolce», per un importo lavori di 4 milioni, iva esclusa (l’altro milione copre iva e spese tecniche). La gara è stata pubblicata il 9 giugno e gli invitati devono presentare le offerte entro le ore 12 del 24 giugno, cioè entro appena 15 giorni, che è un tempo stringatissimo, anche perché l’appalto integrato implica che l’impresa concorrente rediga il progetto definitivo, mentre nell’appalto ordinario il progetto definitivo è fornito dalla stazione appaltante. L’aggiudicazione e la firma del contratto d’appalto sono previsti entro il 30 giugno.

Elogi alla Giunta Balice

Da “sempre” ho criticato, insieme a molti altri cittadini, il Grande Scempio, con o senza tunnel, ed i progetti faraonici e speculativi in una delle aree più rappresentative di Termoli; proponendo in alternativa il rinverdimento del costone del Piano di Sant’Antonio, la trasformazione della piazza in un giardino (senza auto in sosta, tranne eventualmente sul lato di Via Regina Margherita) e la demolizione dell’obbrobrio in disuso al piede del Pozzo Dolce, che potrebbe essere sostituito da un parcheggio su due livelli, più il lastrico solare, dove troverebbero posto circa 60 auto. Quindi elogi alla Giunta Balice per avere affossato definitivamente il Grande Scempio e per avere rivisto il progetto di fattibilità della rigenerazione urbana in chiave, forse, di rispetto e valorizzazione dei luoghi. Non si possono tuttavia tacere critiche severe all’attuale amministrazione.

Critiche alla Giunta Balice

La prima riguarda la carenza di programmazione ed il ritardo nelle decisioni. Nella citata determina dirigenziale 1305 si adombra come giustificazione l’emanazione del decreto-legge n. 25 del 14/03/2025, convertito dalla legge n. 69 del 09/05/2025, che ha modificato l’art. 1, comma 42-quater, della legge 160/2019, fissando nel 30 giugno 2025 la data ultima per sottoscrivere i contratti di appalto relativi ai progetti di rigenerazione urbana, pena la perdita del finanziamento. Il lettore è portato a credere che l’indizione della gara a rotta di collo sia dovuta ad una anticipazione per legge dei tempi di avvio degli appalti, invece è vero il contrario: il termine originale era il 31 marzo 2025 ed il differimento di tre mesi non era neanche nel DL 25/2025, ma è stato inserito nella legge 69/2025 di conversione. La realtà è che il Comune di Termoli aveva perso il finanziamento di 5 milioni, riacciuffato fortunosamente grazie alla legge 69/2025, che comunque è stata pubblicata il 9 maggio, mentre la gara è stata avviata soltanto un mese dopo. Per non tacere che la Giunta Balice è entrata in carica un anno fa e dunque avrebbe avuto tempo e modo di gestire la rigenerazione urbana senza urgenza. Forse è una coincidenza, ma il 24 aprile 2025 il dirigente dell’urbanistica, che era anche responsabile del progetto di rigenerazione urbana, è stato trasferito a dirigere la protezione civile, i servizi cimiteriali ed il mercato ittico.

La seconda critica, a mio avviso più pesante della prima, è la segretezza con cui la Giunta Balice ha gestito e sta gestendo l’intervento di rigenerazione urbana. Non solo non c’è stata alcuna informazione ai cittadini sul progetto di fattibilità adottato, ma questo è stato tenuto nascosto addirittura ai consiglieri comunali, sia di maggioranza che di minoranza, e non è stato esaminato dalla commissione comunale urbanistica. Pur tenendo conto dell’urgenza - dovuta ad esclusiva responsabilità dell’amministrazione - la pubblicità del progetto di fattibilità avrebbe potuto produrre utili contributi e proposte dai consiglieri, dai portatori di interessi e dai comuni cittadini. Averci rinunciato per la “fretta”, è un comportamento che offende le istituzioni democratiche e denota una mentalità accentratrice, che ha il popolo «in gran dispitto».

giovedì 12 giugno 2025

Nel nome della CER

 


Il 7 giugno, su un giornale locale online, è apparso un articolo pomposamente titolato “Nasce la CER Kemarincer, comunità energetica che finanzia sociale, ambiente e futuro”, dove l’acronimo “CER” sta per “comunità di energia rinnovabile”. Una CER è un accordo contrattuale tra soggetti (persone singole, condomini, associazioni, imprese, enti) che producono e scambiano tra di loro energia da fonti rinnovabili; essi sono pertanto dei “prosumer”, sostantivo nato dall’intreccio di producer e consumer. L’energia, tipicamente elettrica, in eccesso rispetto ai consumi istantanei degli associati può essere immagazzinata o venduta alla rete elettrica nazionale; naturalmente, i soggetti partecipanti sono anche collegati alla rete, per soddisfare la domanda in eccesso rispetto all’autoproduzione. Gli impianti di produzione che si possono aggregare in una CER devono dipendere dalla medesima cabina primaria della rete elettrica. Per l’elettricità ceduta, gli impianti ottengono tariffe incentivate, purché il singolo impianto non superi la potenza installata di 1 MW (megawatt); inoltre, i partecipanti ad una CER non possono avere come attività economica principale la vendita di elettricità.

Veniamo a Kemarincer. Al momento dispone di un solo impianto di pannelli solari, con potenza installata appena inferiore ad 1 MW, per l’esattezza 997,2 kW (chilowatt). Dalle foto a corredo dell’articolo, si vede che una parte dei pannelli è collocate su un capannone, ma che la maggior parte dell’impianto è a terra, su suolo potenzialmente agricolo, il che contravviene al principio ambientalista secondo il quale i terreni agricoli non vanno coperti da pannelli solari. L’impianto si trova nell’agro di San Martino in Pensilis, servito dalla cabina primaria alla quale sono collegati anche i comuni di Campomarino, Chieuti, Guglionesi, Larino, Portocannone, Serracapriola ed Ururi.

I soci fondatori di Kemarincer sono Fausto, Raffaele e Samuele Di Stefano, più altre 7 persone fisiche e la società E-Gestioni srl, detenuta al 100% da Ke Holding srl, di proprietà al 10% di Fausto Di Stefano ed al 45% ciascuno di Raffaele e Samuele Di Stefano. Fausto Di Stefano è il presidente di Kemarincer, oltre che amministratore unico sia di E-Gestioni srl che di Ke Holding srl. Egli è anche impegnato nella politica locale (alle comunali di Campomarino del 2024 si è candidato nella lista “Campomarino che vorrei”, capitanata dall’avv. Giuseppe Di Carlo). E-Gestioni srl esercita a Campomarino un’attività di gastronomia, ristorazione e panetteria, due bed and breakfast ed un bar; a Termoli gestisce un centro estetico che, in via secondaria, eroga prestazioni mediche ambulatoriali di endoscopia, cardiologia, ginecologia ed oculistica.

L’impianto energetico è stato realizzato completamente a spese di Comunità Energetiche spa, che si fa carico altresì della gestione dell’impianto per i 20 anni della sua vita utile; Kemarincer si è limitata a fornire il luogo dove l’impianto è stato installato. Comunità Energetiche spa è detenuta al 100% dalla società di gestione del risparmio FIEE (Fondo italiano per l’efficienza energetica) spa.

L’articolo citato all’inizio riferisce che, a detta di Fausto Di Stefano, «il 40% degli introiti [di Kemarincer] sarà destinato all’ente religioso locale per il finanziamento della festa patronale e di altre iniziative culturali; il restante 60% sarà investito in progetti a forte componente ambientale e sociale, come un parco giochi inclusivo, una colonnina per la ricarica elettrica o un’aula multimediale sulle energie rinnovabili.» Prendiamo atto che i Di Stefano ed i loro soci vogliano impegnare i ricavi che gli spettano in atti filantropici, ma non sarà altrettanto per i ricavi che andranno a Comunità Energetiche spa e da lì al fondo di investimento FIEE spa, che deve remunerare gli investitori che acquistano quote del fondo, oltre che se stesso. Di questo l’articolo non fa parola.

Se spogliamo l’intervento delle sovrastrutture formali, emerge un’iniziativa finanziario-industriale di FIEE spa, tramite la controllata al 100% Comunità Energetiche spa, volta a sfruttare le tariffe incentivate per l’elettricità venduta dalle CER; quanto a Kemarincer, oltre all’autoconsumo energetico, otterrà un compenso, a mo’ di canone, per l’uso del luogo dove sorge l’impianto. Tutto ciò non ha nulla a che fare con gli scopi e lo spirito delle comunità di energia rinnovabile; se poi l’intervento si possa definire una CER sul piano legale è materia non mia, ma eventualmente d’interesse della Guardia di Finanza.