Nei quattro capoluoghi provinciali in cui si sono appena
tenute le elezioni comunali, il “campo largo” ha ottenuto la vittoria al primo
turno a Genova ed a Ravenna; a Taranto ed a Matera sono risultati in testa i
candidati del quasi centro-sinistra, che hanno raggiunto rispettivamente il 37%
ed il 42%, mentre il M5S si è presentato da solo, ottenendo rispettivamente l’11%
e l’8%. Questi risultati - direi specialmente quello di Genova, che si
presentava come il più incerto - sono stati salutati dalla segretaria del PD al
grido di «Uniti si vince».
Uniti si vince è un motto nato e propugnato in campo
sindacale nel decennio 1968-1977, quando si è arrivati ad un passo dal
ricomporre l’unità sindacale, rotta nel 1950 dalla CISL, e con le due
principali categorie dell’industria, metalmeccanici e chimici, che l’unità
l’avevano già realizzata. Se il motto è lo stesso, la sua odierna trasposizione
politica ha un significato ben diverso. Con gli anni ’90 e la cosiddetta
Seconda repubblica si è assistito alla deideologizzazione della politica, tanto
che ormai quasi tutti i “comunicatori di massa”, politici e giornalisti, usano
il sostantivo “ideologia” come sinonimo di astratto, dottrinario, dogmatico,
demagogico e addirittura fasullo. Al contrario, l’ideologia è l’ossatura della
politica, essa è il sistema di valori che sostiene una data concezione dei
rapporti sociali e con l’ambiente, è pertanto inscindibile dalla politica. In
realtà la presunta deideologizzazione della politica è consistita nell’accettazione
largamente maggioritaria dell’ideologia neoliberista da parte del ceto politico.
Il trionfo del pensiero unico neoliberista ha reso
sempre più sfumate ed evanescenti le differenze tra le forze politiche.
Sinistra e destra hanno perso il loro significato antinomico e sono scadute a denominazioni
di schieramento elettorale, accompagnate entrambe dall’appellativo “centro”.
Centro-destra e centro-sinistra si toccano, si intrecciano e si confondono in
un ecumenico indistinto centro. In conseguenza di ciò, dagli anni ’90 del XX
secolo è andata crescendo la disaffezione elettorale dei cittadini che ritengono
indifferente e dunque inutile votare per gli uni o per gli altri. Alle
politiche del 2022 ha votato il 64% degli aventi diritto, mentre alle politiche
del 1992 l’affluenza è stata dell’87%. Ancora peggio alle comunali, dove in
questa tornata parziale l’affluenza si è fermata al 54%.
Uniti si vince, ma uniti con chi e per fare cosa?
Uniti su un programma politico condiviso, guidato da esponenti che vivono la
politica come impegno civile, oppure uniti con logiche di schieramento ed
alleanza tra capibastone, detentori di pacchetti di voti? Si possono includere
nel campo progressista Calenda e Renzi, che invitano a boicottare i 5 referendum
dell’8 e 9 giugno? Se pur si vincesse imbarcando chiunque porti voti, poi come
si governerebbe? Uniti non con chi ci sta per calcolo elettoralistico, ma con
chi condivide un progetto di paese, regione, comune, che recuperi gli ideali –
e sì, sdoganiamo quest’altra parola quasi desueta – di giustizia sociale e di
rispetto dell’ambiente che erano l’abito e la forza della sinistra.
Ottima analisi che dati i tempi, purtroppo, non appare scontata
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