Anche in Italia – archiviato il decennio
rosso 1968-1977 – la reazione capitalista ha ripreso mano a mano le posizioni
di potere perdute, armata dell’ideologia neoliberista, secondo la quale compito
dello Stato è difendere la proprietà privata e la libertà dei mercati, dove il
sostantivo “mercati” maschera i gruppi di potere ristretti che operano in
regime di oligopolio se non di monopolio. Una componente essenziale dell’ideologia
neoliberista è quella di eliminare le tutele ed i vincoli riguardanti quello
che chiamano il “mercato” del lavoro, come se si trattasse di una merce
qualsiasi. In questo modo è svilito il potere contrattuale del lavoro rispetto
al capitale ed il “mercato” non è equo, ma dominato dalla parte
imprenditoriale. Questo processo storico, avviato più di 40 anni fa, ha
raggiunto la sua “perfezione”, emblematica e sostanziale, con il Jobs Act – opera di un governo sedicente
di centro-sinistra – che ha completato lo smantellamento dello Statuto dei
lavoratori (legge 300/1970).
La conseguenza economica e sociale dell’abbattimento
delle tutele e dei diritti dei lavoratori è la riduzione complessiva dei salari
reali e la diffusione del lavoro povero, che oggi in Italia – secondo dati INPS
– riguarda 2.840.893 lavoratori. La risposta neoliberista non è rivalutare il
lavoro ponendo dei vincoli al suo sfruttamento, ma ridurre il “cuneo fiscale”,
che in realtà significa ridurre il costo del lavoro per le imprese, scaricando
sulla fiscalità generale i “bonus” graziosamente concessi ai lavoratori che,
pur lavorando, versano in miseria.
In questo quadro politico, economico e
sociale occorre far ripartire il processo inverso, di tutela e valorizzazione
del lavoro, in cui la rivendicazione del salario minimo si pone come un
tassello importante. Si tratta di una rivendicazione “di minima”, ma non per
questo poco importante; anzi, partire dagli ultimi è il modo più giusto che ci
sia. D’altra parte il salario minimo fissato per legge non è una rivendicazione
massimalista o sovversiva, esso è previsto in 21 dei 27 paesi dell’Unione
europea; mancano all’appello solo Danimarca, Svezia, Finlandia ed Austria (paesi dove
non esiste il fenomeno del lavoro povero), poi Cipro e l’Italia.
In questa legislatura sono state presentate
da esponenti delle opposizioni ben sei proposte di legge per il salario minimo:
il 13 ottobre 2022 da Fratoianni (SI), Serracchiani (PD), Laus (PD) e Conte
(M5S); il 24 ottobre 2022 da Orlando (PD); il 28 marzo 2023 da Richetti
(Azione). Decisamente troppe, specialmente le tre provenienti da uno stesso
partito, il PD, evidentemente poco unito al suo interno. Per fortuna, è
intervenuta una resipiscenza e le sei proposte sono confluite in una unitaria,
presentata il 4 luglio 2023.
Nel frattempo - esattamente il 13 aprile 2023
- anche Unione Popolare ha promosso una legge di iniziativa popolare (non
essendo rappresentata in Parlamento) riguardante il salario minimo. Ci si
poteva attendere una successiva convergenza politica anche di Unione Popolare sulla
proposta di legge unitaria delle opposizioni, ma questa ha invece formulato le
seguenti critiche: il salario minimo deve essere di 10 euro, non di 9; esso deve
essere adeguato automaticamente ogni sei mesi all’indice IPCA, non ridefinito
annualmente da una commissione composta da istituzioni pubbliche e parti
sociali; gli aumenti retributivi devono essere a totale carico delle imprese,
non in parte scaricati sullo Stato.
Tali distinzioni a me sembrano insufficienti
a giustificare la scelta di mantenere una posizione separata rispetto alla
proposta, una volta tanto, unitaria delle opposizioni parlamentari. La
differenza tra i due importi iniziali – 10 euro contro 9 – non mi pare
decisiva, con tutto il rispetto anche per un euro in più, visto che entrambe le
proposte prevedono che, oltre alla paga base, vadano considerate le mensilità
aggiuntive e le indennità di anzianità od altro. Quanto all’adeguamento
all’inflazione, il principio è previsto dalla proposta di legge unitaria, anche
se non mediante un automatismo; inoltre la commissione ha anche altri compiti: «monitora
il rispetto della retribuzione complessiva sufficiente e proporzionata alla
quantità e alla qualità del lavoro prestato»; «raccoglie informazioni e cura l’elaborazione
di specifici rapporti o studi periodici sull’applicazione dei contratti
collettivi nei vari settori.» Infine, chi paga gli aumenti salariali? Anche la
proposta unitaria prevede che siano le imprese a sostenere i costi, fatta
eccezione per un periodo iniziale di introduzione della legge, in cui può
esserci un contributo pubblico «in favore dei datori di lavoro, per un periodo
di tempo definito e in misura progressivamente decrescente, proporzionale agli
incrementi retributivi corrisposti ai prestatori di lavoro al fine di adeguare
il trattamento economico minimo orario all’importo di 9 euro […].»
Credo che la presa di posizione separata
della dirigenza di Unione Popolare sia sbagliata strategicamente ed anche
tatticamente, perché conduce all’autoisolamento. Spero che intervenga un
ripensamento, che consenta di formare un fronte di lotta compatto, senza la
minima incrinatura.