giovedì 17 agosto 2023

Lottare uniti per il salario minimo

 


Anche in Italia – archiviato il decennio rosso 1968-1977 – la reazione capitalista ha ripreso mano a mano le posizioni di potere perdute, armata dell’ideologia neoliberista, secondo la quale compito dello Stato è difendere la proprietà privata e la libertà dei mercati, dove il sostantivo “mercati” maschera i gruppi di potere ristretti che operano in regime di oligopolio se non di monopolio. Una componente essenziale dell’ideologia neoliberista è quella di eliminare le tutele ed i vincoli riguardanti quello che chiamano il “mercato” del lavoro, come se si trattasse di una merce qualsiasi. In questo modo è svilito il potere contrattuale del lavoro rispetto al capitale ed il “mercato” non è equo, ma dominato dalla parte imprenditoriale. Questo processo storico, avviato più di 40 anni fa, ha raggiunto la sua “perfezione”, emblematica e sostanziale, con il Jobs Act – opera di un governo sedicente di centro-sinistra – che ha completato lo smantellamento dello Statuto dei lavoratori (legge 300/1970).

La conseguenza economica e sociale dell’abbattimento delle tutele e dei diritti dei lavoratori è la riduzione complessiva dei salari reali e la diffusione del lavoro povero, che oggi in Italia – secondo dati INPS – riguarda 2.840.893 lavoratori. La risposta neoliberista non è rivalutare il lavoro ponendo dei vincoli al suo sfruttamento, ma ridurre il “cuneo fiscale”, che in realtà significa ridurre il costo del lavoro per le imprese, scaricando sulla fiscalità generale i “bonus” graziosamente concessi ai lavoratori che, pur lavorando, versano in miseria.

In questo quadro politico, economico e sociale occorre far ripartire il processo inverso, di tutela e valorizzazione del lavoro, in cui la rivendicazione del salario minimo si pone come un tassello importante. Si tratta di una rivendicazione “di minima”, ma non per questo poco importante; anzi, partire dagli ultimi è il modo più giusto che ci sia. D’altra parte il salario minimo fissato per legge non è una rivendicazione massimalista o sovversiva, esso è previsto in 21 dei 27 paesi dell’Unione europea; mancano all’appello solo Danimarca, Svezia, Finlandia ed Austria (paesi dove non esiste il fenomeno del lavoro povero), poi Cipro e l’Italia.

In questa legislatura sono state presentate da esponenti delle opposizioni ben sei proposte di legge per il salario minimo: il 13 ottobre 2022 da Fratoianni (SI), Serracchiani (PD), Laus (PD) e Conte (M5S); il 24 ottobre 2022 da Orlando (PD); il 28 marzo 2023 da Richetti (Azione). Decisamente troppe, specialmente le tre provenienti da uno stesso partito, il PD, evidentemente poco unito al suo interno. Per fortuna, è intervenuta una resipiscenza e le sei proposte sono confluite in una unitaria, presentata il 4 luglio 2023.

Nel frattempo - esattamente il 13 aprile 2023 - anche Unione Popolare ha promosso una legge di iniziativa popolare (non essendo rappresentata in Parlamento) riguardante il salario minimo. Ci si poteva attendere una successiva convergenza politica anche di Unione Popolare sulla proposta di legge unitaria delle opposizioni, ma questa ha invece formulato le seguenti critiche: il salario minimo deve essere di 10 euro, non di 9; esso deve essere adeguato automaticamente ogni sei mesi all’indice IPCA, non ridefinito annualmente da una commissione composta da istituzioni pubbliche e parti sociali; gli aumenti retributivi devono essere a totale carico delle imprese, non in parte scaricati sullo Stato.

Tali distinzioni a me sembrano insufficienti a giustificare la scelta di mantenere una posizione separata rispetto alla proposta, una volta tanto, unitaria delle opposizioni parlamentari. La differenza tra i due importi iniziali – 10 euro contro 9 – non mi pare decisiva, con tutto il rispetto anche per un euro in più, visto che entrambe le proposte prevedono che, oltre alla paga base, vadano considerate le mensilità aggiuntive e le indennità di anzianità od altro. Quanto all’adeguamento all’inflazione, il principio è previsto dalla proposta di legge unitaria, anche se non mediante un automatismo; inoltre la commissione ha anche altri compiti: «monitora il rispetto della retribuzione complessiva sufficiente e proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro prestato»; «raccoglie informazioni e cura l’elaborazione di specifici rapporti o studi periodici sull’applicazione dei contratti collettivi nei vari settori.» Infine, chi paga gli aumenti salariali? Anche la proposta unitaria prevede che siano le imprese a sostenere i costi, fatta eccezione per un periodo iniziale di introduzione della legge, in cui può esserci un contributo pubblico «in favore dei datori di lavoro, per un periodo di tempo definito e in misura progressivamente decrescente, proporzionale agli incrementi retributivi corrisposti ai prestatori di lavoro al fine di adeguare il trattamento economico minimo orario all’importo di 9 euro […].»

Credo che la presa di posizione separata della dirigenza di Unione Popolare sia sbagliata strategicamente ed anche tatticamente, perché conduce all’autoisolamento. Spero che intervenga un ripensamento, che consenta di formare un fronte di lotta compatto, senza la minima incrinatura.

martedì 15 agosto 2023

La Corte costituzionale ha (finalmente) abrogato il “piano casa Molise”

 


Le notizie politiche ed istituzionali riguardanti il Molise sono in genere cattive. Finalmente è arrivata una buona notizia: la Corte costituzionale, con la sentenza 163/2023, ha abrogato la legge regionale 30/2009 (cosiddetto “piano casa Molise”). La sentenza è stata decisa il 19 aprile, ma la pubblicazione è avvenuta il 27 luglio. Sarà stato il caldo eccezionale di fine luglio o la disattenzione selettiva della stampa e degli esponenti politici regionali, la notizia è passata sotto silenzio, benché abbia un impatto enorme sulla gestione dell’urbanistica e del territorio. Per essere esatti, la Corte costituzionale – su ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri (all’epoca Draghi) - ha abrogato tutta una serie di norme contenute nella legge regionale 7/2022, ma qui tratterò soltanto quelle che si riflettono sulla legge regionale 30/2009.

I “piani casa” regionali hanno preso le mosse dall’art. 11 del decreto-legge 112/2008 (Governo Berlusconi), avente lo scopo di ampliare e migliorare il patrimonio immobiliare, nonché di incentivare il settore edile (“primo amore” del Berlusconi imprenditore), con misure straordinarie e temporanee. In Molise il “piano casa” è stato varato con la LR n. 30, dell’11 dicembre 2009 (Giunta Iorio). La legge – essendo straordinaria e temporanea - doveva valere per due anni, dal 1° gennaio 2010 al 31 dicembre 2011; ma è stata prorogata al 31/12/2013 (LR 21/2011 - Giunta Iorio), poi ancora al 31/12/2015 (LR 24/2013 – Giunta Frattura), al 31/12/2017 (LR 7/2015 – Giunta Frattura), al 31/12/2020 (LR 24/2017 – Giunta Frattura), al 31/12/2022 (LR 1/2020 – Giunta Toma), al 31/12/2024 (LR 7/2022 – Giunta Toma). Un bel record, per una legge che doveva durare solo due anni.

Perché il piano casa Molise è una legge nefanda? In poche parole, perché ha consentito incrementi delle metrature fino al 90% e, peggio ancora, di ignorare la destinazione d’uso da piano regolatore, che diventa carta straccia, nonché minori oneri per i costruttori, come l’abbattimento fino all’80% del costo di costruzione (da pagare al Comune) e la possibilità di eludere gli obblighi relativi alla cessione di aree “standard” per il verde, i parcheggi, i servizi, stabiliti dal DM 1444/1968, monetizzandoli oppure cedendo al Comune (se questo accetta) un’area “idonea” in qualunque altro posto nel territorio comunale.

Il DM 1444/1968 è importantissimo per garantire uno sviluppo equilibrato degli insediamenti urbani e dunque una migliore vivibilità. All’art. 3 esso prevede che «[…] per ogni abitante - insediato o da insediare - la dotazione minima, inderogabile, [è] di mq. 18 per spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggio, con esclusione degli spazi destinati alle sedi viarie.» Per convenzione, al medesimo articolo si precisa che, per le abitazioni, si calcola un abitante ogni 25 mq di superficie lorda abitabile, per i servizi (negozi, uffici, bar e ristoranti, ecc.), si conta un abitante ogni 30 mq. Sono esentati i centri storici, quando vi sia comprovata impossibilità materiale di reperire le aree “standard”. Grazie al “piano casa Molise” si poteva derogare ovunque, con il concorso di quelle amministrazioni comunali “sensibili” agli interessi dei costruttori, più che a quelli dei cittadini. Ad esempio, le amministrazioni comunali di Termoli (sia di destra-destra, che sedicenti di centro-sinistra), quando richieste, dal 2010 hanno accettato tranquillamente la monetizzazione delle aree “standard” all’irrisorio prezzo di 40 euro al mq; oppure hanno accettato aree ubicate in zone lontane da quelle di lottizzazione, di dubbia od inesistente utilità per la comunità cittadina (per esempio, costruisco in Contrada Mucchietti e cedo al Comune aree “standard” a Marinelle od a Colle della Torre).

La sentenza della Corte costituzionale ha censurato tre disposizioni contenute, nell’art. 6, comma 6, lettera b) e lettera d), numeri 1) e 2), della LR 7/2022, ultima variazione e proroga del “piano casa”. Il numero 1), lettera d), proroga il “piano casa” dal 31/12/2022 al 31/12/2024; il numero 2), lettera d) proroga dal 30/04/2022 al 30/04/2023 la possibilità di effettuare «interventi comportanti modifiche all’aspetto esteriore degli edifici, anche nei territori assoggettati a tutela paesaggistica sulla base di decreti ministeriali ove vigenti»; la lettera b) prevede l’ampliamento fino al 20% degli immobili residenziali ubicati nei centri storici, esistenti alla data del 31 dicembre 2014.

La Corte costituzionale impernia l’esame giuridico sul fatto che il Codice dei beni culturali e del paesaggio (DLgs 42/2004) prevede che i piani paesaggistici regionali vadano codecisi con lo Stato, mentre quello del Molise è stato promulgato senza alcuna condivisione con il Ministero della cultura. Dice la sentenza: «Ne risulta un quadro normativo regionale in cui l’ampliamento oggettivo degli interventi edilizi in deroga, assentibili secondo la legge sul “Piano casa” (a notevole distanza di tempo dall’approvazione di quest’ultima), non è assistito da adeguate clausole di salvaguardia paesaggistica, in un contesto che tuttora vede inattuate le norme del cod. beni culturali sulla pianificazione paesaggistica condivisa. Tutte e tre le disposizioni impugnate sono, pertanto, costituzionalmente illegittime per violazione della competenza esclusiva del legislatore statale – che, nella materia della tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, ha codificato il principio della pianificazione paesaggistica congiunta agli artt. 135 e 145 cod. beni culturali – e per il conseguente abbassamento del livello di tutela ambientale (art. 9 Cost.).»

Se la vicenda del “piano casa Molise” può dirsi chiusa, non lo è quella della tutela del paesaggio e del rispetto delle regole urbanistiche. In primo luogo la nuova Giunta regionale deve affrettarsi a riscrivere il Piano paesaggistico, questa volta in accordo con il Ministero della cultura; in secondo luogo occorre vigilare che, morto il “piano casa” del 2009, non se ne faccia un altro, più o meno camuffato.

lunedì 7 agosto 2023

Roberti, Iorio ed i fondi europei 2021-2027

 


Il 5 agosto Francesco Roberti e Michele Iorio – rispettivamente presidente ed assessore della nuova Giunta della Regione Molise – hanno emanato un comunicato congiunto, a commento del provvedimento assunto il 3 agosto dal CIPESS (Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) relativo alla ripartizione del FSC (Fondo sviluppo e coesione) 2021-2027, che ha assegnato al Molise 445 milioni di euro. Il tono del comunicato è decisamente entusiastico e ringrazia apertamente il governo Meloni, lasciando intendere che il finanziamento ottenuto sia qualcosa di eccezionale, foriero di grandi opportunità per il Molise. In realtà il provvedimento del CIPESS è del tutto ordinario e non ha particolarmente privilegiato il Molise, rispetto alle altre regioni del Sud; inoltre, l’esperienza mostra che in passato è stata sprecata una quota importante dei fondi “targati” Unione Europea. Un esempio che Roberti conosce bene è quello dei cinque milioni del FSC 2007-2013 assegnati al cosiddetto “Tunnel”, che sono andati perduti allo scadere del 2022 (DL 34/2019, art. art. 44, commi 7, lettera b, e 7-bis), per responsabilità prima della Giunta comunale Sbrocca e poi di quella presieduta dallo stesso Roberti.

Per raccapezzarsi, è necessario un feed-back sui fondi europei in generale ed in particolare su quelli 2014-2020. Esistono due grandi categorie di fondi europei, quelli strutturali (in sigla SIE: strutturali e di investimento europei) e quelli di sviluppo e coesione (FSC); la principale differenza tra le due categorie è che i FSC sono a totale carico dell’UE, mentre i fondi strutturali sono cofinanziati in parte dall’UE e in parte dallo Stato centrale o dalle regioni e province autonome, a seconda del soggetto attuatore.

Per l’Italia gli stanziamenti di fondi SIE 2014-2020 sono ammontati a 94.715 milioni, di cui 63.617 milioni (67,2%) a carico UE, ai quali si sono aggiunti 16.973 milioni di programmi complementari finanziati dallo Stato. I fondi SIE effettivamente impegnati sono stati 77.655 milioni (82,0%). Il Molise ha ottenuto finanziamenti SIE per 411 milioni, di cui 218 milioni (53,0%) a carico UE, più 62 milioni di programmi complementari. Dei 411 milioni di fondi SIE il Molise ha impegnato 341 milioni (83,1%); dei programmi complementari sono stati impegnati appena 7,1 milioni (11,5%). È da rimarcare che il contributo europeo per il Molise è stato inferiore alla media generale, perché la quota UE cambia a seconda del programma e specialmente a seconda del rapporto percentuale tra il reddito per testa regionale e quello medio dell’UE. Nel periodo 2014-2020 il Molise era nella fascia intermedia, detta “in transizione” (reddito per testa tra il 75% ed il 90% della media UE), che beneficiava di un cofinanziamento UE più alto delle regioni “più sviluppate” e più basso delle regioni “meno sviluppate”.

Il FSC 2014-2020 ha avuto dalla UE la disponibilità di 84.330 milioni, di cui 1.965 milioni (2,3%) assegnati al Molise. A livello nazionale sono stati impegnati 41.945 milioni (49,7%); in Molise sono stati impegnati 1.402 milioni (71,4%).

Fine del feed-back, torniamo al settennato 2021-2027. Lo stanziamento per i fondi strutturali è pari a 75.055 milioni, di cui 42.698 milioni (56,9%) cofinanziati dall’UE. I fondi strutturali a gestione nazionale ammontano a 26.563 milioni (15.282 milioni a carico UE), quelli a gestione regionale a 48.492 milioni (27.416 milioni coperti dall’UE); di questi, al Molise sono riservati 402 milioni, con cofinanziamento UE di 282 milioni, pari al 70% del totale. La quota UE è cresciuta perché il Molise da regione “in transizione” è passato a regione “meno sviluppata” (reddito per testa minore del 75% della media UE). In media le regioni meno sviluppate (tutto il Sud, meno l’Abruzzo) hanno ottenuto 1.446 euro/abitante; il Molise si colloca sotto la media con 1.389 euro/abitante, il massimo lo ha ottenuto la Basilicata, con 1.832 euro/abitante. Ai fondi strutturali si aggiungono altri fondi, gestiti a livello centrale, che portano le risorse per il complesso delle politiche di coesione a 78.186 milioni, di cui 44.698 milioni coperti dall’UE. Una novità importante è che le regioni meno sviluppate, di volta in volta, possono chiedere di elevare la quota UE fino all’85%, previa delibera CIPESS, su proposta del Ministero per il Sud e di concerto con il MEF (DL 152/2021, art. 23, comma 1-ter).

Se confrontiamo il settennato 2014-2020 con quello 2021-2027, i fondi strutturali complessivi sono calati di 19.990 milioni, con una riduzione del cofinanziamento UE di 20.919 milioni; quelli per il Molise si sono ridotti di soli 9 milioni, ma con un incremento di 64 milioni della quota a carico dell’UE, in conseguenza del declassamento del Molise da regione in transizione a regione meno sviluppata.

Al momento per il FSC 2021-2027 è prevista una dotazione complessiva di 73.500 milioni, di cui 53.943 milioni gestiti regionalmente; riguardo a questi c’è stata una prima anticipazione di 3.053 milioni, portata a 32.366 milioni dalla delibera CIPESS del 3 agosto 2023. In forza di tale delibera, per il Molise sono diventati disponibili i 445 milioni, una parte dei quali, esattamente 18 milioni, si possono utilizzare per il cofinanziamento regionale dei fondi strutturali. Proprio questo dettaglio ha scatenato l’entusiasmato degli esponenti regionali di destra-destra, perché la situazione finanziaria, economica e patrimoniale della Regione Molise è prossima al dissesto, con il rendiconto 2022 ancora da approvare e quello 2021 bocciato dalla Corte dei conti. In “soldoni” la Regione Molise non ha i soldi per attivare i 402 milioni di fondi strutturali, che dovrebbe cofinanziare con 120 milioni; se – caso limite – il CIPESS dovesse approvare la riduzione al 15% del cofinanziamento regionale su tutti i progetti molisani, fermi restando i 282 milioni UE, il Molise dovrebbe sborsare 50 milioni per avvalersi di 332 milioni di fondi strutturali (70 milioni in meno).

I FSC 2021-2027 attualmente assegnati al Molise sono pari a 1.535 euro/abitante, un valore più alto di quello medio delle regioni del Sud, che è di 1.313 euro/abitante; in questa classifica primeggia ancora la Basilicata, che ha ottenuto 1.761 euro/abitante.

Nel confronto tra il FSC del 2014-2020 e quello programmato del 2021-2027, a livello nazionale troviamo 10.830 milioni in meno (da 84.330 milioni a 73.500 milioni), a livello del Molise la riduzione è di 1.223 milioni (da 1.965 milioni a 742 milioni), il 62% in meno.

I FSC 2021-2027 assegnati finora alle regioni rappresentano il 60% di quanto programmato; pertanto il Molise dovrà ancora ricevere i 297 milioni che mancano per raggiungere i 742 milioni previsti. Quando saranno assegnati anche questi fondi c’è da giurare che i governanti locali se ne attribuiranno il merito, mentre è stato tutto già deciso con le leggi di bilancio 2021 (Governo Conte 2) e 2022 (Governo Draghi).

 

NOTA – Fonte dei dati: Ragioneria Generale dello Stato, Monitoraggio politiche di coesione 2023 (dati aggiornati al 30 aprile 2023).