Secondo il
sistema astronomico tolemaico, la Terra è al centro dell’universo ed il Sole e
l’altre stelle le girano intorno. Questo fino al XV secolo, quando Niccolò
Copernico sostenne che il Sole stava al centro ed era la Terra a ruotargli
intorno. Fu una rivoluzione. Una rivoluzione di cui ha bisogno – cambiati i
termini del discorso – la sanità del Molise, se vuole sperare di sanarsi.
Quando nel 2007 venne sottoscritto il Piano di rientro dal disavanzo del SSR
(servizio sanitario regionale) del Molise, al centro venne posto, per
l'appunto, il risanamento economico, dunque l’efficienza; mentre i servizi
erogati, cioè l’efficacia, assunsero il valore di satelliti, monitorati con
scarsa affidabilità dai LEA (livelli essenziali di assistenza). Se si chiede ai
molisani, inclusi i politici molisani, qual è il ministero che ha in mano le
redini del Piano di rientro, la quasi totalità risponderà il Ministero della
salute. Sbagliato! Il ministero guida è quello delle finanze, con il “concorso”
del Ministero della salute. Per sanare il SSR del Molise occorre rovesciare il
paradigma e porre al centro il diritto alla salute dei molisani (efficacia),
rispetto al quale le compatibilità economiche (efficienza), pur importanti,
assumono un carattere subalterno. Insomma, è necessaria una rivoluzione
copernicana, senza la quale qualunque proposta è destinata a fallire.
Porre al
centro la salute dei molisani è un obbligo morale e sociale, ma è anche l’unico
modo per far quadrare i conti del SSR. Lo dimostrano 15 anni di Piano di
rientro, di cui 13 di commissariamenti, che hanno ridotto drasticamente la
quantità e la qualità dei servizi resi dall’ASReM, senza ottenere l’agognato recupero
economico, ma incrementando la spesa sanitaria dei molisani fuori regione e, in
regione, presso ospedali e centri diagnostici privati accreditati. La strategia
adottata da Iorio e da Frattura, con il consenso complice e colpevole dei
governi nazionali, è stata quasi soltanto quella di tagliare il personale, sia
sanitario, che tecnico, che amministrativo: i 3.997 dipendenti (712 medici) del
2007, nel 2018 erano ridotti di un terzo a 2.667 (464 medici). Negli anni
successivi ci sono stati tentativi di risalire la china, ma con risultati quasi
nulli: nel 2020 (ultimo anno di cui si hanno i dati del Ministero della salute)
i dipendenti erano 2.774 (477 i medici). La carenza di personale è particolarmente
avvertita riguardo ai medici, che scarseggiano anche a livello nazionale. Ai
bandi indetti dall’ASReM, quando non vanno deserti, rispondono per lo più degli
specializzandi, piuttosto che medici già specializzati; inoltre, medici esperti
già in organico chiedono il trasferimento presso ASL di altre regioni oppure
passano a strutture private, e naturalmente continuano le uscite per raggiunti
limiti di età. Non c’è da stupirsi della scarsa attrattività dell’ASReM: un
sistema in continuo regresso operativo ed affetto anche da gravi deficienze
organizzative, prima fra tutte la mancata nomina dei primari di gran parte dei
reparti, surrogati da facenti funzione.
C’è chi
sostiene che il disavanzo del SSR del Molise derivi semplicemente da una
ingiusta ed insufficiente ripartizione del fondo sanitario nazionale cosiddetto
indistinto, che non terrebbe conto delle specificità della regione. L’argomento
è di qualche pregio, ma non dirimente. Il fondo indistinto viene distribuito
alle regioni ed alle province autonome di Trento e Bolzano in base al numero
dei residenti, corretto da coefficienti per classi di età, che aumentano il
peso delle coorti fino ad un anno di età e da 65 anni in poi, mentre
diminuiscono quello da 1 a 44 anni e lasciano all’incirca invariato quello da 45
a 64 anni. L’esito di questo riparto pesato è per il Molise un incremento del
fondo indistinto di un modesto 0,5%, rispetto al riparto che risulterebbe dal
numero dei residenti puro e semplice (la regione più avvantaggiata è la
Liguria, con +4,2%; la più penalizzata è la Campania, con –3,5%). Il Molise è
caratterizzato da una notevole dispersione geografica della popolazione (65
ab/kmq) su 136 comuni, la gran parte piccoli e piccolissimi, su un territorio
al 45% collinare ed al 55% montuoso, con una rete di strade provinciali in gran
parte dissestate. È ovvio che
è molto più oneroso gestire un efficace ed efficiente servizio sanitario in
Molise che a Pavia od a Lecce. Se è giusto ed opportuno che i criteri di
riparto del fondo indistinto vengano rivisti (non solo per il Molise,
naturalmente), questa rivendicazione da sola non basta, per il semplice motivo
che attribuire i disavanzi soltanto ai criteri di riparto del fondo indistinto
sarebbe valido se il SSR del Molise erogasse dei servizi equiparabili a quelli
mediamente prestati in Italia. Purtroppo la sanità pubblica molisana paga anche
il prezzo di sprechi e disservizi, che si sono accentuati via via che il
personale è stato tagliato. La spesa per testa della sanità pubblica molisana
nel 2020 è stata di 2.276 euro, contro la media Italia di 2.077 euro: il 9,6%
in più a fronte di una quantità e qualità dei servizi agli ultimi posti della
classifica nazionale.
Un’altra proposta è quella di emanare per la sanità molisana un decreto sulla falsariga di quello emanato per la Calabria, allo scopo, sostengono i fautori, di dare alla Regione totale sovranità in materia sanitaria ed uscire dal commissariamento, in quanto il dissesto del SSR sarebbe la conseguenza dei fatidici lacci e lacciuoli burocratici. Il decreto Calabria, al quale essi si ispirano, è nato con uno scopo esattamente opposto a quello da essi propugnato. Occorre premettere che, secondo le norme ordinarie, il commissario alla sanità non è affatto un plenipotenziario: a lui è demandato il controllo dei conti e la firma dei contratti e degli accordi; invece il governo della struttura operativa (dell’ASReM, nel nostro caso) resta nelle mani del presidente della Regione. La grossa novità del decreto Calabria è stata l’affidamento al commissario “forestiero” del controllo dell’intero SSR e l’esautorazione del presidente della Regione, di fronte all’incapacità reiterata e manifesta del governo regionale. Questa logica è stata svuotata dopo le ultime elezioni regionali in Calabria, con la nomina a commissario del nuovo presidente regionale. Fatta la legge, trovato l’inganno. Che senso ha rivendicare per il Molise una nuova legge che non cambierebbe nulla rispetto alla situazione attuale, in cui Toma è sia presidente regionale che commissario ad acta? Un decreto Molise avrebbe senso solo con la nomina di un commissario esterno ed estraneo ai gruppi ed ai giochi politici regionali; ma questo sarebbe una iattura per i fautori di un decreto Molise in chiave autonomistica.
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