AGGREDITO ED AGGRESSORE
Sono
convinto che con l’invasione russa dell’Ucraina in molti abbiano brindato a Washington
ed a Londra, perché la Russia si è infilata in un tunnel che la conduce a
pesanti conseguenze politiche, militari ed economiche; conseguenze che si
riverberano anche sulla Cina e sull’Unione europea, le quali hanno estremo
bisogno degli idrocarburi russi. I comportamenti di tutti gli attori, sfociati nell’invasione,
sono e saranno oggetto di analisi; ma, indipendentemente da tali analisi, per quante ragioni possa avere l’aggressore
e per quanti torti l’aggredito, tra i due non ci può essere equidistanza, ma ferma
condanna del primo e sostegno del secondo. «L'Italia
ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e
come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.» (Cost.,
art. 11)
SANZIONI
In quali
forme deve concretizzarsi il sostegno dell’aggredito? Sulle sanzioni economiche
credo che ci sia un consenso ampio, benché comportino dei costi economici e
sociali anche a chi le applica, in modo particolare all’Europa. Passando dalle
enunciazioni di principio ai fatti, come si distribuiranno in Italia i costi
della guerra economica, chi li pagherà? Per
sterilizzare almeno in parte l’impatto delle sanzioni economiche alla Russia
sull’economia e sul livello di vita, occorre sostenere con contributi pubblici
i settori più colpiti. Per farlo, o si incrementa il debito pubblico oppure
il prelievo fiscale.
Nella
condizione dell’Italia, credo che la prima strada sia da escludere: il 2021 si
è chiuso con un debito pubblico di 2.679 miliardi di euro, un PIL di 1.781
miliardi di euro ed un rapporto debito/PIL del 150,4%; inoltre, con il PNRR
abbiamo già impegnato 143 miliardi di euro di nuovo debito. Un ulteriore
incremento del debito pubblico rappresenterebbe un pesante onere finanziario,
scaricato sulle generazioni future.
Non resta
che incrementare il prelievo fiscale, ma come e su chi? A partire dagli anni
’80, sono state ridotte la progressività delle imposte sui redditi e le già
modeste imposte sui patrimoni. Attualmente il 10% degli italiani più ricchi detiene
il 44% del patrimonio privato, al netto dei debiti. Per finanziare la spesa pubblica necessaria a contenere i riflessi
negativi sulla nostra economia delle sanzioni comminate alla Russia, occorre
applicare al 10% dei più ricchi un’imposta sui patrimoni immobiliari (quelli
finanziari sono praticamente intoccabili a livello di un solo Stato). Rivendicare
la tassa sui grandi patrimoni immobiliari non sarebbe solo una contingente
“tassa di guerra”, ma un provvedimento macroeconomico necessario per
contrastare la crescente polarizzazione della ricchezza.
Sull’opportunità
di fornire all’Ucraina armamenti, nel movimento pacifista c’è una divisione di
opinioni. A mio avviso, fornire armi ad un Paese aggredito per difendersi dall’aggressore
non contraddice in sé il principio pacifista “non aggredire”. Naturalmente le
sanzioni militari rappresentano un salto di qualità rispetto a quelle
economiche e possono comportare conseguenze incontrollabili ed estreme, come
l’ampliamento del conflitto.
Gli Stati
dell’Unione europea hanno appena stanziato un miliardo di euro per la fornitura
all’Ucraina di armi antiaeree, anticarro e “leggere”, con relative munizioni.
Si tratta di una fornitura enorme, che dovrebbero filtrare dalla Polonia. Come
può passare inosservate all’aviazione russa, che controlla lo spazio aereo
ucraino? Se queste armi - non intercettate dai russi, né sparite in canali
opachi - raggiungessero i combattenti ucraini inciderebbero poco sull’esito
delle operazioni militari, in mancanza di forza aerea dalla parte ucraina. Non
a caso il presidente ucraino chiede pressantemente che la NATO contenda alla Russia
lo spazio aereo dell’Ucraina; ma è una richiesta irresponsabile: lanciare da
basi NATO attacchi aerei contro le forze russe equivarrebbe a scatenare la
terza guerra mondiale, che sarebbe anche l’ultima dell’umanità, perché dopo non
ci sarebbe più l’umanità.
RIFUGIATI
Dal XX
secolo un “classico” delle guerre è che le vittime si contano più tra i civili
che tra i militari, per non parlare delle sofferenze dovute a carenza di cibo,
acqua, riscaldamento, cure mediche, alloggi decenti. Ci sono poi i Paesi in
continua guerra civile o afflitti da estrema miseria e violenza endemica (Haiti
in testa). Nell’uno e nell’altro caso, milioni di persone ogni anno cercano di
mettersi in salvo, fuggendo verso Stati più sicuri e più ricchi dei loro Paesi
di origine.
La crisi
ucraina non è da meno e in poco più di due settimane ha prodotto già due milioni
e mezzo di profughi, riparati nell’UE. La disponibilità ad accoglierli è
unanime, almeno nelle dichiarazioni. Per coerenza, la stessa disponibilità va indirizzata
verso i profughi siriani, afgani, yemeniti, ecc. L’UE paga miliardi al governo
turco ed alle bande armate libiche per bloccare chi fugge dalla violenza e
dalla miseria. Il Mediterraneo è diventato la tomba di non si sa più quante decine
di migliaia di disperati, del cui salvataggio si occupano quasi soltanto
organizzazioni umanitarie.
La drammatica situazione che sta vivendo il popolo ucraino deve indurre a rivendicare la revisione delle normative e l’incremento degli investimenti per l’accoglienza e l’integrazione, non per il contenimento ed il respingimento. Coloro che fuggono dalla violenza e dalla miseria, chiunque essi siano, non possono essere ignorati o addirittura criminalizzati. Si tratta di un fenomeno sociale ed umano epocale, che segnerà pesantemente il XXI secolo ed i cui esiti cambieranno il corso della storia.