martedì 28 dicembre 2021

Disinnescati i decreti Calabria sulla sanità

 


Attualmente le regioni in piano di rientro del disavanzo del servizio sanitario regionale (SSR) sono sette: Lazio, Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Calabria e Sicilia. Di queste, sono commissariate, perché non progrediscono, solo il Molise (dal luglio 2009) e la Calabria (dal luglio 2010). In confronto al Molise, il caso della Calabria si presenta ben più spinoso, sia per le maggiori dimensioni della popolazione (più di 1,8 milioni in Calabria, contro 300.000 in Molise), sia per l’onnipresenza della Ndrangheta, tanto che il Governo (Conte I) ha emanato il decreto legge 35/2019 e successivamente (Conte II) il decreto legge 150/2020, che affidano al commissario ad acta del SSR non solo il potere di firma dei contratti, ma anche il controllo della struttura operativa, togliendo al presidente della regione il potere di nomina dei direttori delle ASL.

Il primo commissario ad acta “plenipotenziario” e “forestiero” nominato dal governo nazionale in Calabria si è rivelato inadeguato ed il 27 novembre 2020, dopo affannose ricerche di un sostituto, è stato nominato il dottor Guido Longo, ex prefetto, che è durato in carica poco meno di un anno, perché il 4 novembre 2021 il Governo Draghi ha nominato al suo posto il dottor Roberto Occhiuto, neoeletto presidente della Giunta regionale calabra, a seguito delle elezioni tenute il 3 e 4 ottobre 2021. Così facendo è stato di fatto annullato lo scopo dei due “decreti Calabria”, che era quello di consentire al Governo centrale di esercitare il potere sostitutivo del Governo locale, quando questo si dimostra reiteratamente ed ampiamente incapace di gestire il servizio sanitario regionale.

Si dirà che Occhiuto è nuovo come presidente della regione, ma la compagine politica che lo ha espresso è uguale alla precedente, così come sono immutate le relazioni di potere sottostanti. Si è detto che Longo non avrebbe inciso più di tanto sul funzionamento del SSR e che avrebbe “soltanto” messo ordine nei bilanci della sanità regionale (scusate se è poco). La questione non sta nelle qualità e nelle intenzioni personali di Occhiuto, di Longo o di chicchessia. La questione è istituzionale e concerne il ruolo che lo Stato centrale deve rivestire di fronte alle autonomie regionali, in campo sanitario e non, quando queste esercitano malamente le funzioni loro delegate. Oggi non abbiamo più il servizio sanitario nazionale, ma 21 servizi sanitari locali (in 19 regioni e due province autonome), con livelli di prestazioni e di efficienza estremamente differenziati, mentre la tutela della salute dovrebbe essere universale, gratuita ed uniforme in tutta Italia.

Atti come il disinnesco dei decreti Calabria sono sintomatici della tendenza politica oggi prevalente di ampliare l’autonomia delle regioni e delle province autonome. Invece di ribilanciare verso il centro il governo della sanità, si vuole estendere il suo meccanismo ad altri servizi e funzioni, in primo luogo alla scuola ed al fisco. La chiamano “autonomia differenziata”, perché ogni regione e provincia autonoma può chiedere quello che più le interessa, come in un mercato istituzionale. Per soddisfare le ambizioni di potere dei “governatori”, come ormai si usano chiamare i presidenti di regione, e dei loro entourage, si sfalda con disinvoltura lo Stato unitario, per tornare alla frammentata italietta preunitaria. Paradossalmente ciò avviene proprio quando la tendenza secolare è verso una globalizzazione sempre più marcata delle società, delle economie e delle culture; quando la dimensione territoriale delle istituzioni che possono esercitare un ruolo è quantomeno subcontinentale.

martedì 14 dicembre 2021

Consiglieri regionali unanimi nel proporre soluzioni impossibili alla crisi della sanità del Molise

È di Albert Camus la bellissima frase: «Siate realisti: chiedete l’impossibile.» (Caligola), dove l’ossimoro tra “realisti” ed “impossibile” esprime efficacemente l’esigenza di un rovesciamento rivoluzionario del modo di pensare e di vivere i rapporti sociali e la società nel suo insieme. I consiglieri regionali del Molise il 7 dicembre hanno votato all’unanimità una mozione contenente quattro proposte per risolvere la crisi endemica del sistema sanitario regionale (SSR), mozione nella quale hanno chiesto l’impossibile, ma senza alcun afflato rivoluzionario, anzi.

Gli ultimi tre lustri del SSR del Molise

Il SSR del Molise è in piano di rientro del disavanzo dal marzo 2007. Commissariato dal luglio 2009, il ruolo commissariale è stato affidato ai presidenti di regione, tranne che per 32 mesi - dal dicembre 2018 al luglio 2021 - in cui si sono avvicendati due commissari governativi. Dal 2007 in poi la spesa di conto economico non è affatto diminuita e dal 2009 si è stabilizzata intorno a 660 milioni l’anno (il dato 2019 è alterato da almeno 40 milioni di ingiustificati accantonamenti per rischi, perché riferiti a penali per un debito verso l’INPS della Regione, non del SSR).


Il finanziamento effettivo, che nel 2007 è stato di 551 milioni, dal 2011 si è anch’esso stabilizzato intorno a 610 milioni, fatta eccezione per il 2016 ed il 2017, anni in cui il SSR del Molise ha ottenuto dallo Stato degli extrafondi. In conclusione, il deficit strutturale del SSR del Molise è di circa 50 milioni l’anno (nel 2016 e 2017 ha raggiunto il minimo, con 11 milioni). Desta meraviglia che la spesa risulti incomprimibile, nonostante i pesanti tagli praticati alle strutture e specialmente al personale, la cui incidenza sulla spesa è scesa dal 34% del 2007 (media Italia 33%) al 23% (media Italia 30%). Il SSR del Molise “vanta” anche il personale più anziano in assoluto, con il 73% di ultra 49-enni (media Italia 57%). Invece di indire i concorsi pubblici per le posizioni di primario, è comune la nomina di facenti funzione. Questa pratica apre il varco a nomine non sempre allineate al merito professionale e indebolisce la figura del facente funzione, verso i suoi collaboratori e verso i superiori gerarchici, che possono sostituirlo ad nutum. Lo smantellamento progressivo della sanità molisana non ha affatto ripianato il disavanzo, ma ha peggiorato i servizi erogati, determinando un altro primato negativo: l’indice di fuga (molisani che si curano fuori regione) più alto in assoluto, in crescita dal 23% del 2013 (Italia 8%) al 30% nel 2019 (Italia 9%).

Le quattro proposte impossibili dei consiglieri regionali del Molise

La prima proposta è l’azzeramento del debito e la copertura dell’ultimo disavanzo del SSR. Non so se tutti i consiglieri regionali, che pure l’hanno votata, hanno chiara la portata economica della loro proposta. Lo stato patrimoniale del 2020 indica debiti per 313 milioni, ma anche crediti per 262 milioni (differenza 51 milioni); la perdita di conto economico del 2020 è di 23 milioni. I consiglieri regionali sembra chiedano allo Stato centrale 336 milioni; se invece per “azzeramento del debito” intendessero del saldo tra debiti e crediti, l’extrafondo richiesto scenderebbe a 74 milioni. Che si tratti di 336 o di 74 milioni, perché il Governo dovrebbe erogare questi fondi? Non certo per premiare i risultati conseguiti dalla regione Molise, decisamente fallimentari. Ma tali finanziamenti straordinari non sarebbero neanche finalizzati alla riorganizzazione del SSR, picconato da quasi 15 anni di cattiva gestione. Il debito non è la causa, ma la conseguenza del disavanzo economico, che a sua volta è conseguenza della cattiva gestione. Nel programma operativo 2022-2024, ancora da definire, bisogna sì chiedere fondi straordinari (150-200 milioni nel triennio), in aggiunta al finanziamento ordinario, ma per finanziare un programma di investimenti, necessari alla ricostruzione di quanto è stato demolito, e solo marginalmente per alleggerire il debito pregresso.

I soldi sono importanti, ma da soli non bastano, se non si interviene anche sulla governance del SSR. Qui veniamo ad un’altra delle proposte del Consiglio regionale: la potestà deve essere affidata al presidente della regione (che ce l’ha già, in quanto anche commissario ad acta), affiancato – chissà perché – dal presidente del Consiglio regionale. Il SSR del Molise ha conosciuto più di nove anni di commissari-presidenti e quasi tre anni di commissari governativi (con poteri sulla spesa) in coabitazione con i presidenti di regione (con poteri sulla struttura operativa del SSR). L’esperienza è stata fallimentare. Per la ricostruzione del SSR del Molise è ora di cambiare registro e di emanare un decreto-legge, sulla falsariga di quelli adottati per la Calabria, che affidi l’intero controllo del SSR (di spesa ed operativo) ad una struttura commissariale indipendente e competente.

Terza proposta: un altro “supporto finanziario” dallo Stato, per offrire incentivi economici ai medici che accettassero di lavorare in Molise. La carenza di medici è un problema nazionale, che nel Molise è un vero macigno: i concorsi che vengono banditi vanno deserti, oppure i vincitori rinunciano, presumibilmente dopo essersi informati meglio sullo stato della sanità nel Molise. L’incentivo economico ci può anche stare, ma senza un credibile programma di ricostruzione del SSR non c’è incentivo economico che tenga ed i professionisti validi si terranno alla larga.

Con la quarta proposta si raggiungono le vette dell’assurdo. In Molise esistono due ospedali pubblici di base, a Termoli e ad Isernia, ed uno di primo livello a Campobasso, conformemente agli standard definiti dal DM 70/2015, che prevedono un bacino di utenza di 100.000 abitanti per gli ospedali di base e di 300.000 abitanti per quelli di primo livello (l’intera regione conta 300.000 abitanti). In realtà questi ospedali, a causa dello smantellamento di cui si è detto, erogano servizi al di sotto di quello che competerebbe alla loro classificazione. Sembra logico rivendicare che – grazie al programma di ricostruzione – tali ospedali recuperino in pieno le funzioni che loro spettano. Non così per i consiglieri regionali molisani, che “rilanciano”, rivendicando la “promozione” degli ospedali di Termoli e di Isernia al primo livello e di quello di Campobasso al secondo, che è il massimo e richiederebbe un bacino di utenza di almeno 600.000 abitanti. Che senso ha? I tanti, troppi molisani che per i servizi ospedalieri e per la specialistica si rivolgono fuori regione oppure in regione a strutture private accreditate non lo fanno perché necessitano tutti o quasi di servizi rari e sofisticati, ma perché negli ospedali e nei poliambulatori pubblici regionali faticano a trovare i servizi sanitari ordinari (altra piaga è quella della lunghezza delle liste d’attesa).

I consiglieri regionali del Molise non sono rivoluzionari

Le quattro proposte rivolte al Governo dai consiglieri regionali del Molise non hanno alcuna possibilità di essere accolte, poiché ingiustificate prima ancora che eccessive dal lato economico. Allora a che servono? Qui si possono ipotizzare due tipi di consiglieri: quelli sprovveduti e disinformati, che sinceramente ritengono plausibili le quattro proposte; quelli avveduti e navigati, che sanno benissimo che le proposte non verranno accolte, anzi, vogliono proprio che vengano respinte, per poter dire al popola molisano: «Vedete. È tutta colpa di Roma.».



domenica 5 dicembre 2021

La gara per il raddoppio ferroviario Termoli-Ripalta non scioglie il “Nodo Termoli”.

 

Il 3 dicembre - a 21 anni esatti da quando il CIPE ha approvato il Programma Infrastrutture Strategiche, che prevede il completamento del raddoppio della ferrovia adriatica - è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il bando per la progettazione esecutiva e la realizzazione della tratta Termoli–Ripalta, lunga circa 18 km, ultima rimasta per completare l’opera. Le offerte dovranno pervenire entro le ore 12 del 31 gennaio 2022 ed i lavori dovrebbero essere completati entro il 2028.

Il Progetto è stato approvato il 24 giugno 2021, con l’ordinanza n. 3 del Commissario straordinario per il raddoppio Pescara–Bari. L’investimento complessivo è di 594 milioni, IVA esclusa (700 milioni con IVA), di cui un milione per lo studio di fattibilità della sistemazione del Nodo (ferroviario) Termoli, che – per l’appunto – è tutto da sciogliere. Dal progetto andato a gara è stata stralciata l’installazione delle barriere antirumore, da inglobare nella progettazione del Nodo Termoli.

Oggetto di critiche da parte delle amministrazioni regionali e comunali è stata in particolare l’altezza delle barriere (più di 7 metri), che – dichiara la Giunta regionale – avrebbe «ricadute negative anche sulla attrattiva turistica della città, sull’indotto economico collegato al settore terziario e sul valore del complessivo patrimonio immobiliare; [inoltre] comporterebbe possibile pregiudizio per la salubrità dell’aria» (delibera 461/2019).

Il parere 73/2021 della Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale sostiene che «occorrerà rivedere il dimensionamento delle barriere progettate in questo primo tratto, prevedendo, per i tre interventi indicati in questo primo tratto, tipologici di barriere o accorgimenti mitigativi, quali piantumazioni vegetali o barriere vegetali acusticamente assorbenti, idonei ad evitare le riflessioni del rumore prodotto delle infrastrutture stradali da parte della superficie esterna delle barriere stesse, effetto questo potenzialmente impattante per i ricettori posti tra le infrastrutture stradali e la linea ferroviaria.» (pag. 69).

Sia il parere tecnico 73/2021 che l’ordinanza commissariale 3/2021 citati, dichiarano che la tratta ferroviaria dovrà essere classificata come “quieter routers”, cioè meno rumorosa, secondo quanto dispone il Regolamento UE 2019/774. Tale regolamento non fornisce prescrizioni sull’infrastruttura ferroviaria, ma sui ceppi dei freni dei carri merci, da realizzare in materiale composito e non in ghisa, il che «riduce il rumore ferroviario fino a un massimo di 10 dB, che rappresenta una riduzione del 50 % del rumore udibile dagli esseri umani.» (considerato 5).

Un vero busillis resta però il Nodo Termoli, se non altro perché la Giunta regionale e quella comunale hanno espresso posizioni opposte.

La Regione sostiene «la indiscussa necessità di evitare la divisione della città ad opera del tracciato ferroviario, provvedere alla ricollocazione e riqualificazione della stazione di Termoli al di fuori del nucleo cittadino, […] favorendo lo sviluppo un sistema intermodale di trasporti in ambito regionale ed interregionale per lo scambio e il transito delle merci sia dalla zona industriale di Termoli che dal porto di Termoli» (DGR 461/2019). Un profilo disegnato a pennello per lo spostamento della stazione di Termoli a Pantano Basso, nell’area ad alto rischio alluvionale di proprietà della Regione medesima. Ma non basta. Per la Regione occorre altresì «eliminare la pericolosità del tratto interessato dal movimento franoso insistente nel comune di Petacciato - ivi incluso un eventuale spostamento del tracciato» (DGR 461/2019). Il Molise abbonda di frane, dovute non solo alle caratteristiche geologiche, ma anche al disboscamento ed alla mancata manutenzione dei crinali e dei regimi idrici. Nonostante ciò, la ferrovia adriatica attraversa il Molise nel suo attuale tracciato ormai da 140 anni senza avere lamentato particolari problemi franosi. Certo che “liberare” dalla ferrovia il tratto costiero da Termoli a Petacciato offrirebbe ricche possibilità di sfruttamento immobiliare della fascia litoranea.

Il Comune di Termoli, al contario, con le delibere di Giunta 280/2019 e di Consiglio 68/2019, rivendica la copertura della stazione attuale, al fine di contenere l’impatto acustico del traffico ferroviario. Una soluzione a mio avviso auspicabile, se realizzata con strutture luminose e semiaperte, come quelle adottate in molte stazioni con esiti funzionali ed estetici encomiabili (si veda ad esempio la copertura a vele della stazione di Lovanio).

Non mi sembra invece condivisibile l’auspicio dell’Amministrazione comunale di «ridurre l’effetto cesura della ferrovia», perché tale cesura è più apparente che reale. Il centro di Termoli è racchiuso in un triangolo rettangolo, con i cateti, a nord e ad est, disegnati dal mare e l’ipotenusa dalla ferrovia. L’impianto ferroviario è scavalcato da due sovrappassi viari; dalla costa est c’è un doppio accesso (via Rio Vivo e via Marinai d’Italia), mentre dalla costa nord si accede da via Colombo; infine esiste un centralissimo sottopasso pedonale. Considerata la modesta dimensione dell’area (circa 28 ettari) e la maglia viaria stretta, ereditata dall’impostazione urbanistica degli anni ’30 del XX secolo, altre connessioni viarie non solo sarebbero inutili, ma addirittura dannose. L’intasamento veicolare che si registra nel centro può essere superato solo trasformandolo in una zona a traffico limitato, ammesso per i veicoli di servizio, tecnici, commerciali, dei residenti in centro e dei clienti delle strutture ricettive che esibiscano la prenotazione.

A questo proposito, tra le compensazioni richieste dal Comune di Termoli ad RFI, torna estremamente utile, anzi indispensabile, la cessione gratuita di piazza Donatori di Sangue e delle aree lungo viale Trieste (ulteriormente ampliabili con la prevista eliminazione di due binari), da adibire a parcheggi immediatamente a ridosso del centro. A piazza Donatori di Sangue in particolare, che ora ospita un parcheggio a raso con circa 120 stalli, potrebbe essere realizzato un parcheggio multipiano (due interrati e tre fuori terra) che triplicherebbe l’attuale capienza.

giovedì 2 dicembre 2021

Il Distretto sanitario di Termoli è quello più in sofferenza

 All’interno della crisi conclamata del servizio sanitario del Molise, dei tre distretti in cui è articolata l’ASReM (Campobasso, Isernia e Termoli) quello più in sofferenza è il Distretto di Termoli, che copre il Basso Molise, dove risiedono 102.000 abitanti, in 33 comuni.

Il progressivo soffocamento del Distretto di Termoli ha avuto la sua manifestazione più eclatante e dolorosa con lo svuotamento e la successiva chiusura del punto nascita dal 1° luglio 2019, bocciata dal TAR, riproposta come «immediata sospensione» il 17 luglio 2021, ora congelata da nuovi ricorsi al TAR. Lo smantellamento dei servizi del Distretto di Termoli non riguarda solo il reparto di ostetricia e ginecologia, ma l’insieme delle strutture, ospedaliere e territoriali.

Da giugno 2021 all’ospedale San Timoteo di Termoli l’emodinamica funziona a singhiozzo. Nei “giorni no”, l’infartuato che giunge a Termoli deve essere trasferito a Campobasso, ritardando i trattamenti di almeno un’ora ed aggravando il rischio di morte del malcapitato. La prassi è ormai quella di comunicare mensilmente i turni di emodinamica soppressi; per questo dicembre possiamo dirci quasi contenti, visto che salterebbero “solo” cinque turni.

Per avere un’idea di quanto sia carente al San Timoteo il personale medico, basta vedere quante ore di prestazioni aggiuntive, cioè di straordinari, vengono praticate tutti i mesi da anni. A settembre 2021 (sono questi gli ultimi dati disponibili) sono state praticate 927 ore e tre quarti di prestazioni aggiuntive, con un sovracosto di 55.665 euro. I medici più torchiati sono stati sei anestesisti e rianimatori, che hanno totalizzato 336 ore in più, dunque una media di 56 ore aggiuntive a testa: in pratica – considerato che la settimana lavorativa ordinaria è di 38 ore - a settembre gli anestesisti non hanno riposato quasi mai. Nella graduatoria seguono: ostetricia e ginecologia, con 197 ore e mezza su sei medici (media a testa 33 ore); pronto soccorso, con 158 ore su quattro medici (media a testa 39 ore); pediatria, con 84 ore su due medici (media a testa 42 ore); cardiologia, con 70 ore su tre medici (media a testa 23 ore); dialisi, con 47 ore e tre quarti su quattro medici (media a testa 12 ore); laboratorio di analisi, con 34 ore e mezza su cinque biologi (media a testa 7 ore). E dire che settembre scorso è stato un mese senza particolari emergenze. Sottoporre i medici ospedalieri a numerosi sovraturni per anni comporta problemi di rispetto del contratto di lavoro, di maggiori costi, di sfinimento fisico e psichico del personale e dunque di rischi per gli assistiti.

Un altro servizio di estrema importanza in affanno nel Distretto sanitario di Termoli è quello di continuità assistenziale (ex guardia medica). Per questo dicembre è stata annunciata la sospensione di 14 turni diurni e 18 notturni, che interessano complessivamente 17.314 abitanti. Per Campomarino (7.757 ab.) e Portocannone (2.369 ab.) “saltano” sei turni diurni e cinque notturni, con sostituzione affidata alla guardia medica di Petacciato. Per Sam Martino in Pensilis (4.669 ab.) ed Ururi (2.519 ab.) ci saranno otto sospensioni diurne, con appoggio sostitutivo a Palata (?!), e tredici notturne, “girate” su Guglionesi.

Al momento c’è un gran parlare del Programma operativo 2019-2021, che è una scatola vuota, ma non si parla affatto del Programma operativo 2022-2024, che invece dovrebbe essere il centro del dibattito e delle proposte per ricostruire il servizio sanitario regionale ed in particolare quello del Basso Molise. Perché? Temo che dipenda dall’incapacità del ceto politico regionale di pensare e proporre un effettivo e radicale programma di ricostruzione, che metta di fronte alle sue responsabilità anche il Governo nazionale, sia per quanto riguarda l’erogazione dei fondi eccezionali necessari per la ricostruzione (150-200 milioni in tre anni) in aggiunta a quelli del riparto nazionale (circa 580 milioni all'anno), sia dal lato della gestione del processo di ricostruzione, promulgando un decreto Molise che lo affidi ad una task force di alto profilo professionale e morale, slegata dalle pastoie locali.