giovedì 29 maggio 2025

Criticità del tracciato termolese della Ciclovia adriatica

 

Il tracciato termolese della Ciclovia adriatica è stato parzialmente realizzato dallo svincolo al confine con Petacciato alla Torretta, tra il rilevato della ferrovia e la ex SS 16, ora Via Vespucci, con un costo consuntivo di 4.605.207 euro, di cui 3.478.562 euro per i lavori. Resta da realizzare la parte più lunga, fino a Campomarino, appaltata di recente, del costo stimato di 24.075.606 euro, di cui per lavori 17.206.229 euro; da ultimare entro 30/06/2026, pena la perdita dei finanziamenti. Il progetto definitivo riguarda 6,709 km, di cui sarebbero da realizzare ex novo solo 3,690 km, da adeguare 0,630 km, mentre sarebbero già esistenti 2,389 km. Il condizionale è d’obbligo, perché in realtà il progetto presenta numerosi aspetti carenti o problematici.

Secondo il progetto, dalla Torretta la ciclovia prosegue sul lungomare ed anzi è data per già realizzata fino al Panfilo e bisognosa solo di sistemazione della segnaletica. In effetti, con il rifacimento del lungomare, a suo tempo è stata predisposta una pista ciclabile al livello del marciapiede, che va dalla Torretta alla rotatoria dove si incrociano le vie Magellano e Colombo, che presenta tuttavia due criticità: I) è larga 2 metri, mentre le specifiche della Ciclovia adriatica prevedono che la pista sia larga 3 metri, divisa in due corsie di 1,5 metri per i due sensi; II) manca un cordolo che separi la pista dal marciapiede (salvo prevedere varchi per l’attraversamento dei pedoni), per cui i pedoni finiscono per utilizzare la pista come parte del marciapiede, con i rischi che ne conseguono per l’incolumità di ciclisti e pedoni. Nel progetto definitivo la prima criticità è risolta ammettendo, in deroga alle specifiche, tratti eccezionali larghi 2 metri. Dopo la rotatoria Magellano-Colombo non solo non esiste alcuna pista, ma non può essere neanche realizzata, perché il marciapiede è di dimensioni modeste, specialmente di fronte al Panfilo, dove esso si riduce ad un solo metro.

Il progetto denomina come tratto n. 23 quello da dopo il Panfilo fino a Piè di Castello. In questo tratto c’è poco spazio sia per i marciapiedi che per la sede stradale; pertanto, non verrà realizzata alcuna pista ciclabile, ma si prevede un uso promiscuo (auto e bici) della sede stradale, dalla quale saranno comunque eliminati i circa 15 parcheggi esistenti. Ancora peggio, in pochi metri la strada si eleva di circa 5 metri, comportando una pendenza (prima in salita e poi in discesa) ben oltre il 5% massimo consentito nelle specifiche.

Da Piè di Castello il tracciato segue le mura del Paese Vecchio, entra nell’area portuale all’altezza del depuratore e prosegue fino alla rotatoria del porto turistico. Questo segmento è tutto da costruire ed inoltre presenta notevoli interferenze con la circolazione nell’area portuale.

Dal porto turistico al parcheggio antistante l’Hotel Giorgione si snoda una esistente strada pedonale, data già per ciclo-pedonale, che invece va predisposta, quantomeno nel fondo della pista ciclabile ed anche allargata, se si vuole rispettare la larghezza standard di 3 metri. Altra difficoltà, il percorso dal Club della Vela al parcheggio è in forte pendenza.

Il successivo tratto, contraddistinto dal n. 32, è stato appena ultimato e costeggia il parcheggio fino all’esistente percorso pedonale, poggiato sulla spiaggia, da cui si accede agli stabilimenti balneari. Anche in questo caso (tratto n. 33) la ciclabile è data per esistente, mentre deve essere realizzata, separando la sede pedonale da quella ciclabile e gestendo le interferenze con gli accessi agli stabilimenti balneari.

Per il successivo tratto n. 34 si prevede di utilizzare un’esistente passerella pedonale in legno, sopraelevata sulla spiaggia, larga 3 metri, che da pedonale verrebbe convertita in ciclabile. Per consentire l’accesso pubblico alla spiaggia, si dovranno realizzare dei varchi (ora inesistenti) larghi 2,5 metri, prima e dopo i quali il piano della ciclovia avrà la pendenza del 5%.

Su richiesta del Comune di Termoli, la ciclovia dovrebbe proseguire su un’analoga passerella in legno sopraelevata nel tratto n. 35, ed in parte dei tratti nn. 36 e 37. Già nella parte finale del tratto n. 35 la spiaggia si restringe notevolmente, per scomparire del tutto nel tratto n. 36; il tratto n. 37 prosegue in una caletta in gran parte con poco arenile (fig. 1).

Fig. 1 – Tratti nn. 36 e 37


I tratti successivi dovrebbero seguire le vie Rio Mare, del Cavaliere d’Italia e del Germano Reale, per congiungersi a Via Rio Vivo, da seguire poi fino al confine con Campomarino. È evidente che il tratto n. 36, del tutto esposto all’erosione marina ed alle mareggiate, necessiterà di manutenzione continua e di periodici rifacimenti. È altrettanto evidente che invece, alla fine del tratto n. 35, la ciclovia dovrebbe deviare verso Via Rio Vivo, utilizzando tra l’altro una strada già esistente, e da lì proseguire. Si vede che agli urbanisti del Comune di Termoli l’evidenza non basta.

Come ho illustrato, il tracciato dal tratto n. 23 al n. 40 è infarcito di criticità di ogni tipo. A mio parere, dalla foce del Sinarca a Contrada Marinelle andava studiato un tracciato interno – benché non semplice da individuare, dovendo evitare pendenze eccessive e superare un paio di valloni – per realizzare una ciclabile funzionale ed agevole, secondo gli standard della Ciclovia adriatica. Purtroppo il tempo stringe e l’opera verrà dichiarata ultimata fra un anno, anche se in gran parte inadeguata o “virtuale”. Un’occasione perduta per Termoli.

martedì 27 maggio 2025

Campo largo, anzi illimitato

 

Nei quattro capoluoghi provinciali in cui si sono appena tenute le elezioni comunali, il “campo largo” ha ottenuto la vittoria al primo turno a Genova ed a Ravenna; a Taranto ed a Matera sono risultati in testa i candidati del quasi centro-sinistra, che hanno raggiunto rispettivamente il 37% ed il 42%, mentre il M5S si è presentato da solo, ottenendo rispettivamente l’11% e l’8%. Questi risultati - direi specialmente quello di Genova, che si presentava come il più incerto - sono stati salutati dalla segretaria del PD al grido di «Uniti si vince».

Uniti si vince è un motto nato e propugnato in campo sindacale nel decennio 1968-1977, quando si è arrivati ad un passo dal ricomporre l’unità sindacale, rotta nel 1950 dalla CISL, e con le due principali categorie dell’industria, metalmeccanici e chimici, che l’unità l’avevano già realizzata. Se il motto è lo stesso, la sua odierna trasposizione politica ha un significato ben diverso. Con gli anni ’90 e la cosiddetta Seconda repubblica si è assistito alla deideologizzazione della politica, tanto che ormai quasi tutti i “comunicatori di massa”, politici e giornalisti, usano il sostantivo “ideologia” come sinonimo di astratto, dottrinario, dogmatico, demagogico e addirittura fasullo. Al contrario, l’ideologia è l’ossatura della politica, essa è il sistema di valori che sostiene una data concezione dei rapporti sociali e con l’ambiente, è pertanto inscindibile dalla politica. In realtà la presunta deideologizzazione della politica è consistita nell’accettazione largamente maggioritaria dell’ideologia neoliberista da parte del ceto politico.

Il trionfo del pensiero unico neoliberista ha reso sempre più sfumate ed evanescenti le differenze tra le forze politiche. Sinistra e destra hanno perso il loro significato antinomico e sono scadute a denominazioni di schieramento elettorale, accompagnate entrambe dall’appellativo “centro”. Centro-destra e centro-sinistra si toccano, si intrecciano e si confondono in un ecumenico indistinto centro. In conseguenza di ciò, dagli anni ’90 del XX secolo è andata crescendo la disaffezione elettorale dei cittadini che ritengono indifferente e dunque inutile votare per gli uni o per gli altri. Alle politiche del 2022 ha votato il 64% degli aventi diritto, mentre alle politiche del 1992 l’affluenza è stata dell’87%. Ancora peggio alle comunali, dove in questa tornata parziale l’affluenza si è fermata al 54%.

Uniti si vince, ma uniti con chi e per fare cosa? Uniti su un programma politico condiviso, guidato da esponenti che vivono la politica come impegno civile, oppure uniti con logiche di schieramento ed alleanza tra capibastone, detentori di pacchetti di voti? Si possono includere nel campo progressista Calenda e Renzi, che invitano a boicottare i 5 referendum dell’8 e 9 giugno? Se pur si vincesse imbarcando chiunque porti voti, poi come si governerebbe? Uniti non con chi ci sta per calcolo elettoralistico, ma con chi condivide un progetto di paese, regione, comune, che recuperi gli ideali – e sì, sdoganiamo quest’altra parola quasi desueta – di giustizia sociale e di rispetto dell’ambiente che erano l’abito e la forza della sinistra.