venerdì 20 settembre 2024

La ricetta Draghi per la competitività europea è il protezionismo armato

 


Il 9 settembre Mario Draghi ha presentato il rapporto “Il futuro della competitività europea”, esaltato come faro da Ursula von der Leyen. Il rapporto illustra i pochi punti di forza ed i molti di debolezza dell’Unione europea (UE) sul piano della competitività economica e dei connessi equilibri politico-sociali, proponendo una strategia competitiva che dovrebbe consentire il rilancio economico dell’UE, nel confronto con i concorrenti planetari. Il rapporto descrive lo scenario attuale, dal quale fa derivare proposte strategiche inaccettabili e pericolose.

 

Lo scenario attuale – Punti di forza

Il rapporto evidenzia che, rispetto ai suoi concorrenti, l’UE vanta il più basso livello di diseguaglianza dei redditi e le maggiori tutele sociali; inoltre, rappresenta il 17% del PIL mondiale, quindi una potenza economica di tutto rispetto.

 

Disuguaglianza dei redditi

Nei paesi dell’UE la diseguaglianza dei redditi, misurata in base alla quota percepita dal 10% più abbiente, nel 2022 era del 26%, contro il 43% della Cina ed il 48% degli USA. Il rapporto trascura tuttavia di evidenziare che nei 27 paesi dell’UE la quota di reddito del 10% superiore nei primi anni ’80 era al 31% ed è cresciuta fino al 1999, stabilizzandosi intorno al 37%. Se è pur vero che in questo secolo nell’UE non c’è stato un incremento della diseguaglianza di reddito, resta il fatto che negli ultimi anni del XX secolo si è verificato un incremento di 6 punti percentuali dei redditi del 10% superiore e che se tale incremento venisse riassorbito ci sarebbe una maggiore giustizia sociale ed un incremento dei consumi interni.

 

Tutele sociali

Le tutele sociali (sanità, istruzione, pensione, sussidi di disoccupazione e povertà) in UE sono effettivamente tra le più alte a livello mondiale; tuttavia il rapporto non evidenzia che attualmente esse sono minacciate e in regresso. Lo stato sociale, che ha garantito la ripresa dopo la seconda guerra mondiale, è oggi considerato da gran parte dei governanti dell’UE un impedimento alla libera espressione dei mercati.

 

Quota del PIL mondiale

Il rapporto trascura di rappresentare l’evoluzione della quota del PIL mondiale dei 27 paesi ora nell’UE. Essi nel 1980 rappresentavano il 28,6% del PIL mondiale, contro il 25,4% degli USA. Fino al 2011 c’è stato un tendenziale declino del peso relativo del PIL sia dell’UE che degli USA, scesi al 21%; ma dal 2012 gli USA hanno recuperato e quest’anno raggiungeranno il 26%, mentre l’UE è testa a testa con la Cina intorno al 17%.

 

Lo scenario attuale – Punti di debolezza

I punti critici della competitività dell’UE indicati dal rapporto riguardano: insufficiente produttività; eccessiva dipendenza dal commercio internazionale; costo eccessivo dell’energia; insufficiente spesa per la difesa; carenze del mercato dei capitali; rigidità e lentezza della governance dell’UE. Senza farne un punto a parte, il rapporto lamenta sovente la frammentazione tra i 27 nell’approcciare i suddetti punti critici.

 

Governance dell’UE

Una nuova strategia industriale per l’Europa non può avere successo senza un cambiamento dell’assetto istituzionale e del funzionamento dell’UE. Nell’UE le decisioni vengono prese all’unanimità o con ampio consenso, punto per punto, discusse in differenti sottocomitati, poco coordinati tra loro. Veti multipli possono ritardare o diluire l’azione. Per approvare nuove leggi sono richiesti mediamente 19 mesi. Ciò nonostante, l’UE soffre di un eccesso di produzione di norme, che appesantiscono l’attività delle imprese, i cui costi non vengono valutati.

 

Mercato dei capitali

Per recuperare capacità competitiva, l’UE ha bisogno di un investimento addizionale annuale di almeno 750-800 miliardi di euro, che corrisponde al 4,4-4,7% del PIL 2023 dell’UE. Gli investimenti nell’UE dovrebbero crescere dall’attuale 22% del PIL al 27%. I capitali non mancherebbero, perché nel 2022 il risparmio delle famiglie nell’UE ha raggiunto 1.390 miliardi di euro, contro 840 miliardi di euro negli USA. Manca però un mercato dei capitali comune; sono poco presenti le banche di investimento e le finanziarie di venture capital. Nell’UE gli investimenti tramite venture capital rappresentano solo il 5% del totale, contro il 52% negli USA ed il 40% in Cina, a causa di una scarsa domanda di capitale di rischio, data l’eccessiva presenza di microimprese.

 

Produttività

La produttività dell’UE è carente non in tutti i settori, ma nelle tecnologie avanzate (informatica, spazio, farmaceutica, energia). L’high tech soffre per insufficienza di investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) e per un deficit di personale con adeguate capacità. Nel 2021 le imprese UE hanno speso in R&S circa 270 miliardi di euro, pari alla metà della spesa in R&S delle imprese USA. Né il pubblico supplisce alle carenze del privato, non solo in termini quantitativi, ma anche gestionali, in quanto negli USA la spesa pubblica in R&S è gestita tutta a livello federale, mentre nell’UE solo il 7% è gestito a livello dell’UE ed il 93% dai singoli stati. L’UE sforna ogni anno nelle discipline STEM (science, technology, engineering, maths) 850 laureati per milione di abitanti, contro 1.100 negli USA. Nell’UE risulta carente la collaborazione tra le istituzioni accademiche e le imprese. In Europa si fa ricerca di base e brevettazione, ma solo un terzo dei brevetti ha uno sviluppo commerciale.

 

Commercio internazionale

Tra il 2000 ed il 2019 la quota del commercio mondiale in rapporto al PIL dell’UE è salita dal 30% al 43%, mentre negli USA è passata dal 25% al 26%. La grande esposizione dell’economia dell’UE verso l’estero comporta il rischio di blocco delle forniture di materie prime critiche e di tecnologie per l’high tech e per l’energia. D’altro canto, secondo le previsioni del FMI, l’espansione del commercio internazionale tende a rallentare, scendendo al 3,2% all’anno, contro una media annua 2000-2019 del 4,9%.

 

Energia

Nell’UE il costo dell’energia è schizzato nel 2022 a seguito della crisi Ucraina, che ha comportato la sostituzione del gas russo – a basso costo e che copriva il 45% dei consumi energetici dell’UE - con quello di altri fornitori e l’aumento delle importazioni del più costoso GNL (gas naturale liquido), la cui quota nella fornitura di gas all’UE è passata dal 20% nel 2021 al 42% nel 2023. Nel campo degli idrocarburi i potenziali fornitori sono pochi, mentre gli acquisti sono frammentati tra i vari paesi dell’UE. L’elevata volatilità del mercato dei derivati legati agli idrocarburi genera incertezza dei prezzi. Gli investimenti infrastrutturali nelle rinnovabili e nelle reti comportano tempi per le autorizzazioni differenti tra i paesi membri: da un minimo di 3 anni ad un massimo di 9, per l’eolico a terra, e da un anno a tre, per il fotovoltaico. In UE le rinnovabili hanno coperto nel 2023 il 22% del consumo energetico lordo, contro il 14% in Cina ed il 9% negli USA. L’UE detiene vantaggi innovativi nelle tecnologie delle rinnovabili, ma tali vantaggi si vanno assottigliando, a favore in particolare della Cina. In realtà il grafico allegato alla relazione mostra che già da oggi esiste uno strapotere della Cina in tutte le tecnologie riguardanti le energie rinnovabili. Negli USA poi sul consumo dell’elettricità e del gas non è applicata alcuna tassazione. Il rapporto sottolinea che il Green Deal dell’UE è più ambizioso di quello dei concorrenti, il che può creare nel breve termine costi addizionali; non si propone esplicitamente di ridimensionarlo, ma tra le righe se ne suggerisce l’opportunità. Il rapporto lamenta che la decisione politica di consentire dal 2035 la vendita solo di auto elettriche non si è coordinata con la politica industriale. Nell’automotive l’UE non ha applicato il principio della neutralità tecnologica [secondo il quale sono le imprese che decidono la tecnologia su cui puntare, non i decisori politici, ndr].

 

Difesa

Solo 10 paesi dell’UE investono almeno il 2% del PIL in armamenti, in linea con l’impegno NATO; se tutti i 27 paesi dell’UE investissero il 2% in armamenti, la relativa spesa crescerebbe di 60 miliardi di euro all’anno. L’industria europea della difesa non soffre solo di minori investimenti, ma anche di minore focalizzazione sullo sviluppo tecnologico. Nel 2023 gli USA hanno speso in R&S militare 130 miliardi di euro, pari al 16% della spesa militare totale; nel 2022 l’UE ha speso in R&S militare 10,7 miliardi di euro, pari al 4,5% del totale della spesa militare. L’industria europea della difesa è frammentata, con conseguenti diseconomie di scala e deficiente interoperabilità dei sistemi d’arma. L’industria della difesa offre buone opportunità commerciali, data la crescente domanda mondiale di risorse ed equipaggiamenti militari. Nel settore dello spazio l’UE sta perdendo terreno, in particolare in materia di lanciatori e di satelliti geostazionari. La spesa per lo spazio dell’UE nel 2023 è stata meno di un quinto di quella USA.

 

Le soluzioni proposte dal rapporto Draghi

 

Governance dell’UE

Il rafforzamento dell’UE richiede il cambiamento dei trattati, operazione complessa, ma molto può essere fatto con aggiustamenti mirati. Il rapporto sembra suggerire una politica di piccoli passi. Si raccomanda inoltre la costituzione di una nuova “Struttura di coordinamento della competitività”, che si occupi delle priorità competitive dell’UE, formulate ed adottate dal Consiglio europeo. Occorre creare un nuovo vicepresidente della Commissione, incaricato della semplificazione. Infine un’idea di Enrico Letta: per le imprese innovative può essere previsto un 28mo regime giuridico (rispetto a quelli dei 27 paesi membri) in materia di insolvenza, norme sul lavoro e sulla tassazione. Questa proposta mi sembra assurda; invece di puntare sulla convergenza delle legislazioni nazionali, fino a costituire un codice civile unitario, si vorrebbe introdurre un regime giuridico aggiuntivo, con un suo sistema giudiziario. Se un’impresa innovativa (concetto tutto da definire) ha una lite con un’altra persona giuridica, quale diritto si dovrebbe applicare?

 

Mercato dei capitali

Necessita un comune assetto del risparmio, un’unione del mercato dei capitali, ma non si spiega come ciò dovrebbe avvenire. Occorre promuovere strumenti di debito comune, che consentano agli stati membri di integrare il mercato dei capitali privati. Tutto qui.

 

Produttività

Su come superare lo svantaggio di produttività il rapporto non dice molto. Esso si limita a suggerire di sostenere le imprese innovative, di rifocalizzare il programma strutturale di R&S dell’UE su un piccolo numero di priorità condivise, di riformare l’EIC (European Innovation Council).

 

Commercio internazionale, energia e difesa

Il rapporto è più preciso riguardo al commercio internazionale, all’energia ed alla difesa, temi tra loro connessi. La “dottrina Draghi” si può definire del protezionismo armato, sull’esempio degli USA. Secondo il rapporto, l’UE deve ridurre la sua dipendenza economica dall’estero, deve “deglobalizzarsi”, e deve aumentare la sicurezza dei suoi confini e della catena delle forniture di materie prime e di tecnologie chiave, incrementando gli investimenti per la difesa. Una deglobalizzazione spinta, come quella degli USA, non è applicabile per l’UE, perché può generare un conflitto tariffario costoso, dato che più di un terzo del PIL europeo è esportato, contro un quinto di quello degli USA. L’UE deve adottare una strategia “mista” e diversificare i fornitori esteri, per limitare la dipendenza da essi. Gli obiettivi di decarbonizzazione possono essere raggiunti utilizzando in parte le tecnologie a basso costo cinesi, segnatamente nell’automotive e nel fotovoltaico, dato che i costi di produzione in Cina sono inferiori a quelli nell’UE del 35-65% nel fotovoltaico e del 20-35% nelle batterie. Il settore dei trasporti ha un ruolo critico nella decarbonizzazione ed occorre favorire il trasporto intermodale. La gran parte dei minerali per le tecnologie energetiche pulite sono estratti e lavorati in paesi con i quali l’UE non è “strategicamente allineata”. Le imprese energivore vanno aiutate con una riduzione speciale dei costi dell’energia. L’UE è dipendente dall’estero per l’80% dei prodotti, servizi, infrastrutture e brevetti digitali. Nel campo dell’intelligenza artificiale e del cloud l’UE dipende largamente dagli USA. L’UE deve sviluppare una politica economica estera comune e stringere accordi con paesi fornitori, anche in coinvestimento. Maggiori spese per la difesa sono necessarie, dato che sono in corso una guerra aperta al confine orientale dell’Europa ed una ibrida in tutto il mondo.

La “dottrina Draghi” – ora descritta - è quella del protezionismo, supportato dal ricorso a sanzioni, se non addirittura alla forza militare, nei confronti dei paesi non “strategicamente allineati” con l’UE. Viene in mente il motto mussoliniano “È l’aratro che scava il solco, ma è la spada che lo difende”. Un mondo dove crescono i muri e gli armamenti è un mondo più povero e più insicuro. La strategia del protezionismo armato è antistorica. Essa è una revisione dell’ideologia imperialista, con gli USA quali potenza dominante e l’UE al seguito. Per avere sicurezza e progresso, economico ed umano, occorre fare l’esatto contrario: costruire ponti, promuovere la leale collaborazione tra le nazioni ed i popoli; incrementare l’interdipendenza e gli scambi, non solo economici, ma anche culturali. Basta guerre, basta colonialismo, che cambia pelle ma non la sua natura predatoria.